Jeffrey Epstein. La persona e il modello

poster-780di Francesca Marta

Jeffrey Epstein. Spero che vi ricordiate di lui. Avevo seguito un po’ la sua storia l’anno scorso, quando si è (forse) suicidato presso il Metropolitan Correctional Center di New York – perché prima dell’anno scorso non è che qui in Italia se ne sapesse molto -. E poi è chiaro che ho visto la miniserie-documentario su di lui prodotta da Netflix, che tra l’altro vi consiglio.

Bene, Jeffrey Epstein era un multimiliardario americano molto ben posizionato socialmente, con un’ottima rete di relazioni bipartisan, una quantità notevole di proprietà di lusso, ivi incluse un’isola e un parco di aerei privati, fidanzato con un’avvenente oxfordiana. Epstein ha trafficato decine di donne minorenni, abusandone sessualmente, mettendole a disposizione degli illustri ospiti delle sue feste private, e minacciandole fisicamente e psicologicamente. E, naturalmente, il nostro era anche una persona sulla quale il percorso della giustizia si è dipanato con una lentissima e omertosa indulgenza.

Quindi, come è capitato a me, immagino che a molte persone ascoltare la sua storia abbia provocato la stessa sensazione che si avverte quando sposti il frigorifero dall’angolo dove è incastrato da anni, e ti rendi conto della quantità impensabile di orrore che si nasconde dietro di lui.

Cerco di ordinare le riflessioni, seguendo una logica che trascende la cronaca, in favore di una lettura trasversale. Solo in questo modo, infatti, credo sia possibile capire perché un caso, che spero si possa considerare abbastanza singolare, è invece la manifestazione, certo amplificata, di una micro fenomenologia che fa da concime all’iniziativa di un singolo, per quanto aggravata da un profilo patologico.

C’è innanzitutto una questione legata al danaro. Il danaro inteso come strumento per dare corpo a un delirio di onnipotenza, che genera una spirale tossica di dipendenza. La normale dialettica che gli esseri umani sperimentano quando escono dall’infanzia, data dal rapporto tra azioni, responsabilità e conseguenze, grazie all’onnipotenza plutocratica viene, semplicemente, elusa. Qualsiasi conseguenza di una determinata azione può essere rimossa attraverso una transazione effettiva o simbolica. L’uso del proprio potere economico non è dunque finalizzato ad ottenere un beneficio, quanto, piuttosto, a rinnovare all’infinito la diabolica euforia dell’impunità che annoda irreversibilmente chi la ottiene con chi la concede.

Un ulteriore spunto che merita di essere approfondito riguarda i processi di vittimizzazione secondaria che la storia di Epstein mette in luce. Le ragazze coinvolte nel mercato dei corpi vengono, quasi tutte, da storie di disagio: affidi infantili, violenza familiare, abusi sessuali, povertà estrema. Si incrociano quindi la logica del marketing del trafficante, che punta una platea bendisposta al sogno di riscatto, e la dinamica riproduttiva del disagio delle vittime che, come una maledizione biblica, si perpetua nel tempo trascinando con sé il dolore, l’angoscia e la paralisi claustrofobica della propria condizione di solitudine. Non a caso, infatti, sono proprio le nuove relazioni – con una giornalista, con un fidanzato conosciuto durante la fuga, con un avvocato combattivo, con una sorella maggiore – quelle che fanno scattare la volontà di opporsi e di ottenere giustizia in molte delle ragazze coinvolte.

C’è poi un argomento che ha particolarmente sollecitato la mia sensibilità, quello dell’innocenza. Come accadeva nei campi di concentramento, anche in questa storia le vittime non sono completamente innocenti. L’innocenza, intesa come assenza di cattivi comportamenti, mal si concilia con l’istinto di sopravvivenza e con la scelta, cinica e disperata, di colpire altri (o altre in questo caso) per salvare se stesse o, almeno, per ridurre il proprio dolore. Molte delle ragazze coinvolte nel traffico, ottenevano una parziale immunità in cambio di un coinvolgimento diretto nella ricerca di nuove ragazze, compagne di scuola, amiche, sorelle minori. In realtà, il meccanismo del reclutamento si fondava in larghissima parte sull’impegno diretto di una squadra composta da alcune delle ragazze abusate, coordinate dalla fidanzata di Epstein. Squadra alla quale si aggiungeva, di volta in volta, qualche nuova recluta, in cambio magari della promessa di un viaggio di formazione all’estero o di un titolo professionale di massaggiatrice.

E qui vengo all’ultimo punto. Le donne. La parabola criminale di Jeffrey Epstein dimostra che il paradigma paternalistico avanzato, in virtù del quale la questione di genere può essere ribaltata in una sorta di competizione morale dove alle donne spetta la colonna della bontà e agli uomini quella opposta, non ha alcun senso. Dire che le donne sono “superiori” agli uomini – uno degli slogan mainstream di coloro che non intendono misurarsi davvero con la questione del patriarcato come archetipo persistente e non come classificazione di presunti meriti innati – presuppone il fatto che la questione in gioco attenga a una sorta di qualità ascritta al genere, un certificato di bontà che ci verrebbe fornito o meno al momento della nascita in base al nostro sesso.

La storia di Epstein ci mette di fronte al fatto che le donne non sono più buone degli uomini. E che, soprattutto, la questione non è quella della bontà femminile, per cui basta trovare una controprova per annullare la sostanza del modello patriarcale. Il cervello di un’impresa di sfruttamento sessuale che è durata e prosperata per diversi decenni, era rappresentato proprio da una donna, Ghislaine Maxwell, fidanzata di Epstein e manager della sua vita sessuale. Non sono le credenziali genitali che delimitano la questione di genere, ma l’adozione o meno di un approccio patriarcale alla relazione. Tale approccio si qualifica, tra le altre cose, con il rifiuto della libertà femminile, con la pratica di una concezione predatoria e unilaterale del desiderio e del gioco sessuale, con la assimilazione del corpo femminile a una proprietà di sfruttamento personale, la cui alienazione – specie se agita per volontà della diretta interessata – viene punita con le minacce, la violenza e la morte. E, sebbene non mi faccia particolare piacere dirlo, questo approccio non è appannaggio esclusivo dei maschi della specie umana. E’ solo il modello in base al quale, attraverso i secoli, sono state distribuite le carte del gioco dei generi.

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