#ProssimaMente – La scuola come fondamento di democrazia

Foto di Pragyan Bezbaruah da Pexels

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di Caterina Buffone

Mai come adesso si sente parlare di istruzione, scuola, recupero dei giorni persi. Ci si fascia la testa su come permettere ai 500.000 maturandi di completare nel migliore dei modi il loro percorso formativo durato 16 anni. Ma siamo sicuri che sia un percorso formativo realmente completo? Siamo sicuri che alla fine di tutti questi anni, la/il ragazza/o abbia davvero una formazione adeguata ad affrontare il futuro che gli aspetta? Probabilmente no. E a rendere tutto ancora più incerto sono le differenze sociali presenti nel nostro Paese e che la crisi legata al Covid-19 ha smascherato.

Quando finirà tutto questo dovremmo non dimenticare che l’istruzione non è uguale per tutti: l’art. 34, comma 3, della nostra Costituzione afferma che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” Ma secondo l’Istat in Italia soltanto una famiglia su 3 dispone di un computer per ogni componente; situazione ancora più critica al Sud dove ben 4 famiglie su 10 sono senza computer in casa. Ancora peggio in Calabria dove molti studenti si ritrovano senza la strumentazione necessaria per continuare a studiare; ed è per questo che il 95% delle scuole ha dovuto svuotare i propri laboratori per distribuire le attrezzature alle famiglie. Nonostante questo si parla comunque di ancora 12.000 studenti impossibilitati alla didattica online.

Ecco allora che ci si rende conto di quanto la democrazia nel nostro Paese sia soltanto una facciata: ebbene sì, “potere al popolo” …ma quale popolo? L’élite. A prendere le decisioni sono i potenti, e come si formano? Non solo andando a scuola, ma praticando attività sportiva, facendo attività extracurriculari, andando a lezioni private di inglese, frequentando ambienti diversi da quelli dello “scarto” della società, famiglia compresa: si è stimato infatti che un bambino povero apprende 13.000.000 di parole contro i 48.000.000 di un bambino ricco. E sapete questo cosa significa? Che chi conosce più parole, ha più idee e chi ha più idee ha una visione più completa del mondo. E questa non è democrazia, questo è potere concentrato nelle mani di pochi eletti. Locke affermava che il bambino fosse una tabula rasa, sulla quale era l’esperienza a scrivere, ma non tutti possono vivere o fare le stesse cose; bisogna ammettere a noi stessi che la società in cui viviamo non è perfetta come ci vogliono fare credere, soprattutto non è quella che vediamo.

Il capitalismo ha completamente concentrato l’attenzione sull’uomo-prodotto, siamo noi ad essere diventati oggetto del consumo e non viceversa, tutto è indirizzato verso un unico obiettivo: il denaro. E chi non ne possiede, si trova a lottare tra ciò che la società vorrebbe imporgli e ciò che invece è. Ora, nella società stessa, come ben sappiamo, ci sono dei ruoli: questo non vuol dire che colui che dirige debba farlo per il suo bene, puntare al guadagno smisurato e insabbiare tutto davanti ai suoi sudditi, anzi. L’utilità della scuola e dell’istruzione sta in questo: permettere di fare crescere tutti allo stesso modo, e, nel momento in cui si intraprendono strade diverse, permettere anche a colui che, per un motivo o un altro, non toccherà il punto più alto, di capire cosa gli succede attorno, di chiedersi come, quando e perché, e poter valutare e avere una visione completa di ciò che lo circonda. È questo o no un esercizio di democrazia?

Bisogna prima di ogni altra cosa educare all’uguaglianza: soltanto se ci si pone sullo stesso livello fin da bambini si comprende il valore della persona in senso stretto. La più grande sconfitta in assoluto è quella di non essere stati in grado di annientare la prima differenza che la vita ci pone davanti: donna o uomo. Ad esempio, l’adozione di un determinato linguaggio segna profondamente la forma mentis dei pueri: “non piangere come una femminuccia”, “sei un maschiaccio”, “non hai le p***e”. Tutte affermazioni proprie della nostra quotidianità, che ci dovrebbero fare riflettere su quanto, senza accorgercene, siamo sempre in balia della discriminazione.

Dopo tanti anni di lotte, ci troviamo ancora davanti a femminicidi innescati dal considerare la donna come oggetto da sottomettere, in una società dove il patriarcato possiede ancora le redini. Bisogna fare memoria, come affermava Dewey, delle esperienze passate affinché queste non possano ripetersi. E tutto ciò deve essere collegato alla formazione di un pensiero democratico e responsabile, finalizzato alla costruzione di una società più giusta, intrisa di senso civico e che miri a riconoscere le differenze di tutti, accettandole. Non sempre i momenti più bui ci fanno sprofondare, anzi, è proprio quando si tocca il fondo che si deve risalire: avere chiara di fronte a noi la realtà deve solo spingerci fin dove non siamo arrivati prima, deve essere un trampolino di lancio.

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