#ProssimaMente – Scuola, stare nella complessità

Foto di Danilo Garcia Di Meo for web

Foto di Danilo Garcia Di Meo

di Anna Foggia

La cura
36 ore dopo l’estensione del lockdown a tutto il Paese, eravamo in teatro, in quattordici, a pianificare quella “cosa” che ancora non chiamavamo DAD.
Dopo sette giorni avevamo piattaforma attiva, classi virtuali, video per alunni, genitori, docenti; dopo due settimane vademecum, monitoraggio dispersi, rilevazione dispositivi, adattati e consegnati device, allertato servizi sociali per situazioni a rischio; dopo quattro settimane regolamentato organi collegiali a distanza, votato con form on line, live, board, tutorial, webinar, ristrutturato sito.
Abbiamo studiato e ci siamo confrontat@ senza orari su piattaforme e metodologie, protezione dati, valutazione formativa, dimensioni collegiali, team ad hoc, comunicazione interna ed esterna.
La scuola si è presa cura.

La complessità
Molta tifoseria, costume del tempo. Il derby semplifica: o stai con, o stai contro. Le squadre in campo: la DAD è uno schifo, la DAD è fantastica.
Elenco delle cose faticose da approfondire oltre lo slogan: DAD amplificatore di disuguaglianze sociali, mettere a fuoco queste e aggredirle; DAD non è piattaforme ma metodologie e va male, spesso, laddove già la metodologia in presenza era debole; così come divers@ alunn@ si sono persi, altr@ si sono recuperati e questo deve interrogarci ugualmente. Situazione complessa, dunque, che attraversa la scuola nel mentre la scuola entra a gamba tesa in famiglie fragili, storie di violenza, emarginazione, economie sommerse, stato sociale presente a macchia di leopardo.
Dire che la DAD è stata buona o cattiva è come dire che quella bambina o quel bambino è un 6 o un 10: un’etichetta che non racconta le persone, i processi, le storie.
Si chiama complessità. Chi si occupa di scuola ci deve stare dentro.

L’educazione ai media
Grande fraintendimento della scuola a distanza è la coincidenza della dimensione digitale con la mera tecnica.
È utile leggere la descrizione della competenza digitale nel documento del Consiglio Europeo sulle competenze chiave del 2018: “spirito critico e responsabile per apprendere, lavorare e partecipare alla società; (…) comprendere in che modo le tecnologie digitali possono essere di aiuto alla comunicazione, alla creatività, pur nella consapevolezza di quanto ne consegue in termini di opportunità, limiti, effetti e rischi, (…) tecnologie digitali come ausilio per la cittadinanza attiva e l’inclusione sociale, (…) approccio etico, sicuro e responsabile”.
I cosiddetti “nativi digitali” hanno questa competenza? A volte c’è qualche conoscenza informatica, ma noi adult@ li gettiamo in un oceano non già a navigare ma a nuotare in acque piene di squali.
Ho trascorso parecchio tempo, quest’anno, a seguire situazioni di bullismo in rete e tre cose ricorrono: 1) assenza di consapevolezza da parte dei ragazz@; 2) coinvolgimento del corpo femminile con uso di linguaggio sessista; 3) volontà degli/delle insegnanti di occuparsi della questione ma ritrovandosi in una sorta di “terra di nessuno”.
Urge l’educazione ai media, è una emergenza democratica.

La cultura delle donne e il linguaggio
La scuola, in questa pandemia, si è presa cura, ma tutto ciò, per essere letto e avere un senso, impone la categoria della complessità; il richiamo alla cultura delle donne non possiamo ignorarlo.
Non a caso, nella scuola l’81,7% nei ruoli di insegnante e il 66,2% nei ruoli di dirigente sono donne, ma il linguaggio in uso, anche qui, occulta il dato e la realtà.
Anche nella scuola, luogo per eccellenza dove si insegna e si apprende il linguaggio (che forma il pensiero, gli atteggiamenti e i comportamenti) il linguaggio resta maschile.
Anche qui i ruoli, quelli di responsabilità, non si declinano al femminile. Si dice “il dirigente scolastico”, al femminile è una rarità. Il DSGA: direttore dei servizi generali e amministrativi, un tempo chiamata segretaria, da quando è DSGA, con prerogative di gestione, è al maschile. Abbiamo il docente coordinatore, anche se sono tutte donne.
Ti rispondono che è neutro, ma nell’italiano il genere neutro non esiste; dove sta la riflessione sulla lingua che insegniamo nelle ore di grammatica?
Il plurale ha una sorte simile (non sfortunata tanto, ma quasi) a quella del genere. Le nostre indicazioni nazionali parlano di linguaggi, ma parole che nella scuola hanno una loro cittadinanza fondante sono rigorosamente al singolare, esempio: famiglia, apprendimento, intelligenza. Non esiste la famiglia ma le famiglie, gli stili di apprendimento sono molteplici, è acclarato che l’intelligenza tout court non si dà, ma esistono le intelligenze. Se la scuola concettualizzasse al plurale queste categorie, le verrebbe più agevole stare dentro la sua funzione costituzionale di “seminario della democrazia”, secondo la definizione di Calamandrei.
Se dopo questa pandemia nulla sarà più come prima, un impegno importante per la scuola deve essere affrontare le implicazioni della rimozione del genere e della pluralità, a partire dal linguaggio.
La cultura delle donne ne è portatrice, richiede e offre strumenti plurali, rappresenta un punto di ripartenza per il riconoscimento delle differenze, costruisce reciprocità, genera etica della responsabilità e della cura.
In ragione dell’efficacia dei piccoli passi, si potrebbe ripartire da qui.

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