#ProssimaMente – Diamo alla cura il valore che merita

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Foto di CDC da Pexels

di Giada Baesse

Questo virus ha portato alla ribalta quelle professioni di cura svalutate e spesso portate avanti da donne. Ci si è accorti/e che sono una categoria di lavoratrici e lavoratori esposta a rischi, prima si credeva che gli incidenti sul lavoro riguardassero solo i cantieri e le fabbriche, ora si scopre che anche a curare le persone si rischia di morire. L’appellativo eroe, e mai eroina, è profuso in grande quantità, attribuito alle stesse persone che fino a prima facevano il turno di notte in Guardia Medica da sole, sperando che a nessuno venisse l’idea di entrare e distruggere l’ambulatorio, se andava bene. Se andava male a stuprarle. Le stesse persone che lavoravano e continuano a lavorare per uno stipendio misero se consideriamo il carico fisico e emotivo che comporta.
Ma come mai queste professioni svalutate e poco pagate sono svolte da donne? Innanzitutto nell’immaginario comune l’uomo forte lavora e produce, non può certo perdere il suo tempo prezioso, il tempo è denaro d’altronde, nelle relazioni lunghe e sfibranti che la cura comporta.

Poi, come scrive Mortari in un libro che ho avuto il piacere di leggere, La pratica dell’aver cura, perché permane una scissione tra mente e corpo. Tutto ciò che riguarda la mente è nobile e alto, il corpo invece è stato per lungo tempo associato alla gabbia dell’anima, le sue funzioni sono state nascoste, suscitavano troppo ribrezzo. E allora a chi affidare un tale compito? Alle donne, che non sono chiamate a produrre, che sono troppo deboli o irrazionali ed emotive per farlo. Corpo e anima però non sono così distinti, chi presta relazioni di cura contribuisce a costruire l’identità della persona che viene curata. Se pensiamo alla banalissima azione di cambiare il pannolino a una bambina o a un bambino, scopriamo che non c’è nulla di banale e che non è una pratica solo assistenzialistica, ma è un momento in cui si sperimenta l’autonomia, in cui si scopre il proprio essere, in cui io bambino o bambina costruisco la mia identità sulle risposte che tu mi rimandi. Se questo è vero per un/a bambino/a, lo è anche per chiunque si trovi ad essere oggetto di cura a qualsiasi età, l’identità si costruisce per tutta la vita, l’essere umano non è mai completo.

La cura è stata così demonizzata perché ad averne bisogno sono i così detti deboli, ma chi è debole? I bambini e le bambine, le persone con disabilità, gli anziani e le anziane, praticamente metà della popolazione. Gli unici a rimanere fuori da questo recinto invalidante sono gli uomini sani e forti che lavorano e producono, ma che un giorno saranno anziani e avranno bisogno di qualcuno che li accompagna al bagno. Come dice Nussbaum tutti si trovano, almeno per un periodo della vita, ad essere dipendenti.

Oggi ci siamo finalmente ricordati/e di quanto le professioni di cura siano faticose, emotivamente difficili: richiedono abnegazione, sacrificio, grande disponibilità. Visto che questo virus ci impone di ripensare radicalmente alla nostra società, si potrebbe partire proprio da una rivalutazione di queste professioni sia in termini di riconoscimento sociale, sia in termini economici, perché un lavoro così importante necessita anche di un giusto compenso. Queste professioni sono poco retribuite, come quelle educative, in quanto molte volte si sottolinea che ci sia un grande guadagno umano, questo è vero senza dubbio (cosa ci può essere di più appagante che salvare una vita, curarla e aiutarla a crescere?), ma il guadagno umano deve essere accompagnato da uno economico. Si ritiene anche che le professioni di cura siano una sorta di vocazione, la volontà di prendersi cura dell’altro è una condizione indispensabile, ma non è sufficiente, perché tutte queste professioni si accompagnano a un percorso universitario o a un corso di abilitazione professionale. Chi svolge queste professioni dunque non è un/a santo/a votato/a al martirio, ma un/a professionista e come tale deve essere riconosciuto/a.

Oltre al lato lavorativo ci sono anche le mamme che si prendono cura di figli e figlie in misura molto maggiore rispetto ai papà, per quanto una coppia possa essere paritaria, è sempre sulla madre che ricade gran parte del carico, come ci ricorda la recente indagine Ipsoas. Il fatto che gli uomini abbiano passato più tempo con figli e figlie sembra non abbia cambiato questa tendenza, ma al contrario l’abbia acuita. E’ allora arrivato il momento che i padri siano occupati nel lavoro familiare tanto quanto le madri, per cominciare i congedi parentali alla nascita devono essere di almeno tre mesi, perché un congedo di due sole settimane è una barzelletta.

Poi per un futuro giusto i bambini e le bambine devono essere educati/e a una vera parità di genere, un vero cambiamento può avvenire solo con l’educazione. Ed è tempo di scrollarci di dosso gli stereotipi secolari che ci portiamo dietro contando fino a cento prima di parlare, perché al prossimo che constata meravigliato che guido bene, non so cosa potrei fare.

***

prossimaMente_Tavola disegno 1Questo articolo fa parte della serie ProssimaMente, open call promossa da Femministerie per stimolare, raccogliere e ospitare testimonianze e riflessioni che mettano al centro visioni e proposte per il prossimo futuro, in un’ottica di genere e femminista.

Per info: ProssimaMente

Per inviare proposte entro il 31/5/2020: femministerie@gmail.com

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