#ProssimaMente – Il plusvalore del lavoro di cura

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di Simona Ricci

Per almeno un ventennio, dalla Legge 53/00 che ha determinato sicuramente uno spartiacque legislativo in tema di politiche di conciliazione tra cura e lavoro, ci siamo sperimentate in progetti, formazione, politiche culturali che avevano l’obiettivo di diffondere esperienze e pratiche, soprattutto contrattuali ma non solo, attraverso le quali abbiamo tentato di produrre un cambiamento culturale, innanzitutto nelle aziende e negli enti pubblici.

Avevamo l’ambizione che la cultura d’impresa potesse cambiare, che di fronte ad una richiesta di congedo, di flessibilità in entrata o in uscita, una richiesta di part time, anche temporaneo, non ci saremmo trovate di fronte ad un muro, ad un no, o anche ad un sì però condizionato. La condizione, spesso, era quella, quasi mai dichiarata, di non considerarci più una “risorsa su cui contare”, sempre disponibile, senza orari, senz’altri pensieri in testa.

Dovevamo capirlo prima, quando ai convegni “sulla conciliazione”, tra noi, che li organizzavamo, li chiamavamo così, e avevamo tanta voglia di farli e ci mettevamo tanta passione, ci ritrovavamo tutte donne, ma proprio tutte, donne ai tavoli della presidenza, donne in platea, donne dirigenti della pubblica amministrazione che ci sostenevano, donne imprenditrici, donne. Insomma, potevamo conciliare, ma esclusivamente dentro le nostre 24 ore di tempo. Il tempo degli uomini non è mai stato in discussione, mai.

È la trappola del lavoro di cura, di cui tante donne hanno scritto, da cui dovremmo liberarci. Una trappola innanzitutto culturale, irta di sensi di colpa, di stereotipi condizionanti socialmente, una trappola che ci fa dire “lo devo fare io, lo sa fare solo io, se non lo faccio io chi lo fa, se non lo faccio io cosa si dirà”.

Sono le statistiche che ci raccontano di quanto questa trappola sia ancora perfettamente funzionante, nonostante le buone pratiche, nonostante i nuovi e positivi equilibri in tante giovani coppie. Più delle statistiche sono, come sempre, i racconti delle donne, i loro volti a fine giornata, l’asilo nido che costa, quando c’è, come la rata di un mutuo, i figli unici e gli anziani non autosufficienti, sempre di più e, in proiezione, drammi pronti ad esplodere in un paese in cui la previdenza pubblica non coprirà neppure la metà dell’ultimo salario e si dovrà lavorare non so più fino a quale età.

La pandemia da Covid-19 ha, se mai per noi ce ne fosse stato bisogno, svelato il dramma dell’inconciliabilità del lavoro riproduttivo e produttivo nel nostro paese: per chi ha dovuto continuare a lavorare, per le infermiere, le cassiere, le impiegate dei comuni, le lavoratrici delle pulizie e della sanificazione nessuno ha pensato di poter tenere aperti i nidi, le materne, le elementari solo per loro, i centri diurni per gli anziani, come del resto è avvenuto in alcuni paesi europei. Per chi ha smesso di lavorare, lo smartworking, da strumento, possibile, di conciliazione, quando è scelto ed è veramente “smart”, si è spesso trasformato in un percorso ad ostacoli se non in una prigione.

Occorrerebbe spezzare la logica puramente protettiva e spesso auto segregativa con cui abbiamo, negli ultimi anni, trattato la relazione possibile, sì, possibile, tra lavoro produttivo e riproduttivo e proporre, come i femminismi, soprattutto recenti, ci hanno insegnato, una logica intersezionale che prenda questa relazione, che è prima di tutto, una relazione di vita, essenziale, fondamentale, una relazione che non si improvvisa ma si programma, una relazione su cui si investe, su cui noi investiamo tempo ed energie, fisiche ed intellettuali, politiche e personali, e la porti dentro tutte le politiche. Dentro le politiche per lo sviluppo, le politiche per le imprese, le politiche dei redditi e previdenziali, le politiche sanitarie e sociali, dentro le politiche educative.

Se per noi quella relazione, tra tempo di cura e di lavoro, è praticabile, dobbiamo prima condividerne il valore, illuminarlo con il faro delle nostre intelligenze e delle nostre pratiche politiche. Se per noi la cura è un valore, e lo è senza ombra di dubbio, dobbiamo essere capaci di spezzare quella catena per cui nel nostro paese tutto ciò che sta nella grande categoria del lavoro di cura è malpagato, socialmente poco visibile, perlopiù lasciato alle donne.

Dovremmo elaborare una nostra teoria del plusvalore del lavoro di cura, sì, una nostra teoria economica, la scienza da cui le donne sono state sempre escluse e ancora oggi quasi mai ascoltate, con la quale dimostrare, prendendo a prestito il buon vecchio Marx, quanta ricchezza “aggiungiamo” al mondo produttivo senza che quest’ultimo ce lo riconosca, quanta ricchezza “aggiungiamo” alle relazioni familiari, educative, interpersonali. Quanta “professionalità” serva per tenere insieme tutto, spiegare che il lavoro di cura non è dato né naturale, si insegna e si impara. E che questa ricchezza si può e si deve condividere, non conciliare.

***

prossimaMente_Tavola disegno 1Questo articolo fa parte della serie ProssimaMente, open call promossa da Femministerie per stimolare, raccogliere ed ospitare testimonianze e riflessioni che mettano al centro visioni e proposte per il prossimo futuro, in un’ottica di genere e femminista.

Per info ProssimaMente. Per inviare proposte femministerie@gmail.com

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