#ProssimaMente – L’Europa riparta da Lesbo

96678922_713452552528951_4520955925221081088_n

Photo by Stefano Stranges

di Federica Tourn

Quando nell’estate del 2016 guidavo fra gli stretti tornanti dell’isola di Lesbo, in un paesaggio di roccia spaccato dal sole, con lo sguardo che vagava sullo stretto braccio di mare scintillante alla ricerca di un puntino, un barcone alla deriva, ero assillata dai numeri. Tanti ne sbarcavano, di siriani in fuga dalla guerra, bagnati fino alle ossa, in un silenzio che non avresti immaginato, e subito in qualche modo venivano registrati e ribattuti – ritwittati – da qualche agenzia, da ong, da fonti dei ministeri, dai sancta sanctorum europei, in accordo con il cane da guardia turco. Tanti ne arrivavano, di donne, uomini e bambini, tanti sarebbero dovuti tornare indietro, o redistribuiti in paesi malcontenti di farsene carico. Tanti, troppi ne morivano – e qui le notizie si facevano vaghe, il numero dei dispersi, lo sappiamo, si arrotonda sempre per difetto.

Da allora sono tornata sull’isola diverse volte ma i numeri non hanno smesso di turbarmi: infatti, per quanto si tenti, fra chi resta e chi riparte, i conti non tornano mai. I numeri, inoltre, non ci dicono niente perché non raccontano le storie delle persone, i pensieri che le attraversano, i desideri o le necessità che le spingono; non raccontano le comunità che si sciolgono e si ricostituiscono oltre la frontiera varcata con così tanto terrore e sofferenza e non restituiscono le risorse che questi uomini e donne, bambini e bambine, possono essere per un’Europa spaventata e in cerca di identità.

Invece di barricarsi dietro la “Grecia scudo d’Europa” evocata dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen lo scorso 3 marzo, l’Unione europea potrebbe diventare più forte proprio aprendo quei confini che invece difende a tutti i costi: ammassati nei campi profughi, senza tra l’altro la minima protezione contro il Coronavirus, stanno oggi centinaia di migliaia di persone – persone, non numeri – con competenze, creatività, idee, talenti, energie che vengono sprecate ogni giorno, annichilite insieme alla salute, alla dignità e ai diritti umani.

Considerare la realtà migratoria dal punto di vista dei numeri falsa completamente la questione, perché pone come obiettivo un contenimento impossibile sul medio-lungo periodo. Come sappiamo, i cambiamenti climatici, il perdurare dei conflitti in Africa e medio oriente, il progressivo impoverimento di gran parte della popolazione mondiale non può che spingere le persone a mettersi in cammino.

La logica dei numeri, quando non costruisce muri, immagina strategie e percorsi di integrazione calati dall’alto che non coinvolgono i migranti, con un approccio coloniale che quando non li vede come un pericolo nella migliore delle ipotesi li considera soltanto vittime, “poveracci” tutti uguali, in una narrazione che li imprigiona in rappresentazioni paternalistiche fuorvianti, senza le necessarie distinzioni di cultura, religione, provenienza sociale. Il sistema dominante li esclude dai discorsi che li riguardano, impedendo loro di essere soggetto della propria vita nel delicato momento della ricerca di un nuovo posto dove radicarsi.

Come accade nella narrazione mainstream della violenza sulle donne, così i migranti sono visti al massimo come vittime da tutelare, un problema da risolvere – un numero da ricollocare in un’altra casella – e mai come una risorsa da impiegare. Bisognerebbe invece interpellare direttamente le donne e gli uomini costretti nel limbo dei campi profughi, lavorando con loro a nuovi scenari che permettano un’integrazione fruttuosa nelle nuove società in cui andranno a collocarsi.

A Moria, l’hotspot monstrum di Lesbo in cui si affollano 21mila persone in condizioni disumane, ci sono Ong, come ad esempio Women Refugee Route, che fanno proprio questo e si adoperano per agevolare il confronto tra migranti. Chi si trova in questi luoghi ha il diritto di potersi esprimere con le istituzioni senza mediatori, soprattutto in un momento così delicato, in cui tanti operatori umanitari (per non parlare dei giornalisti) hanno letteralmente dovuto abbandonare il campo e c’è una preoccupante assenza di controllo su quello che accade sulle frontiere di terra e di mare.

Infatti, mentre noi stiamo come pesci in un acquario a guardare attraverso il vetro immagini confuse del mondo di fuori, le cose non hanno smesso di accadere, e alcune sono molto gravi. Una è la violenza di gruppi di estrema destra, che incendia le scuole per i bambini dei campi profughi e dà alle fiamme gli alloggi destinati ai rifugiati (è successo qualche giorno fa a Pella, in Macedonia), un’altra è l’ulteriore irrigidimento della normativa sull’immigrazione, votato dal parlamento greco l’8 maggio e che prevede, tra l’altro, la costruzione di centri chiusi, vere prigioni dove rinchiudere le persone in attesa di rimpatrio.

Queste sono le cose che vediamo. Poi ci sono quelle che non vediamo, come una decina di migranti sbarcati sulle spiagge di Chios e poi volatilizzati – alcuni riferiscono di averli avvistati in seguito su un isolotto in acque turche, dove sarebbero stati deportati dalla Guardia Costiera greca con un intervento del tutto illegale. Quello che non vediamo sono anche le chiamate di soccorso ignorate dagli organi preposti al salvataggio, i gommoni affondati da chi avrebbe dovuto invece provvedere al soccorso, i proiettili di gomma sparati per errore (?) – e si potrebbe continuare a lungo.

Invece di baloccarci con l’idea che il virus ci abbia resi migliori, è tempo di costruire pratiche di alleanza con le persone migranti e prepararci a uno scontro molto duro con una politica reazionaria che è partita dalla repressione alle frontiere per arrivare a rosicchiare libertà e diritti umani fino al cuore della democrazia.

***

prossimaMente_Tavola disegno 1Questo articolo fa parte della serie ProssimaMente, open call promossa da Femministerie per stimolare, raccogliere ed ospitare testimonianze e riflessioni che mettano al centro visioni e proposte per il prossimo futuro, in un’ottica di genere e femminista.

Per info ProssimaMente. Per inviare proposte femministerie@gmail.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...