#ProssimaMente – Ripartire dalla casa, con uno sguardo nuovo

di Laura Fano

Scrivo queste riflessioni da casa, ovviamente, e le scrivo con difficoltà perché, non solo non ho “una stanza tutta per me”, ma anche perché questa casa si è trasformata in ufficio, scuola, palestra. Mai come durante questa quarantena si è reso manifesto, in tutta la sua evidenza, il nervo scoperto delle nostre società. La casa, sempre relegata nell’invisibilità, è diventata il centro della vita e della narrazione. Nella narrazione c’è una casa idealizzata, dove saremo al sicuro, dove anzi possiamo scoprire il piacere della lentezza e dell’ozio, fare pane e praticare yoga. Contro questa romanticizzazione, la quarantena ha messo a nudo le contraddizioni dello spazio-casa, che non è affatto un’unità armonica, bensì un luogo dove costantemente avviene una negoziazione per la divisione sessuale del lavoro. Il confinamento ha portato a quello che Veronica Gago ha descritto come “l’implosione della casa”, e ha messo a nudo ciò che il femminismo ha mostrato da tempo ma che si è sempre scelto di non vedere, ossia il lavoro riproduttivo svolto dalle donne gratuitamente e nell’invisibilità delle case, e che sostenta la società e l’economia. Mai come ora è apparso chiaramente come siamo costrette a fare un doppio lavoro che, nella pandemia, è diventato ancor più insostenibile, perché da svolgere simultaneamente.

Nella mia quarantena, ho terminato di scrivere una tesi sulle geografie della cura e le lavoratrici domestiche latinoamericane a Roma, un lavoro che era iniziato come qualcosa di nicchia, come al mio solito, ma che invece, nel momento che stiamo attraversando, si è rivelato incredibilmente attuale. Se però l’etica della cura, la casa, l’invisibilità del lavoro produttivo, sono concetti che finalmente sono venuti allo scoperto, le lavoratrici domestiche sono rimaste ancora una volta nell’invisibilità. Impossibilitate a lavorare durante il lockdown, sono state completamente dimenticate dai provvedimenti del governo in supporto ai lavoratori e alle lavoratrici in difficoltà. Una categoria che non solo è invisibile perché lavora nello spazio generalmente nascosto delle case, ma anche perché categoria razzializzata, composta in prevalenza da donne migranti.

Se all’inizio della crisi il governo, a differenza di altri paesi, ha mostrato di mettere al centro la vita e la sua salvaguardia prima dell’economia, i timori relativi alla Fase Due si stanno rivelando sempre più fondati. In contrapposizione al “pensiero magico” dei tanti, secondo cui, dopo la pandemia, tutti saremmo diventati migliori e il mondo più giusto, ancora una volta il primato è tornato all’economia. La sostenibilità della vita, tanto auspicata, è passata in secondo piano, mentre l’economia continua a basarsi su quell’homo economicus – uomo, bianco – mai messo in discussione, né dall’economia classica, né da quella marxista, che lascia fuori tutte le altre soggettività considerate non produttive.

Tutto ciò è accompagnato da un discorso familista, popolato da congiunti fino al sesto grado, che non è solo specchio dei valori di una società, ma anche una retorica funzionale alle ragioni dell’economia. Come la storia ci ha mostrato tante volte, in momenti di crisi economica in cui la forza lavoro si contrae, mantenere le donne in casa si rivela uno strumento molto utile. Se da un lato si aprono le chiese e dall’altro non si fa nulla per riaprire al più presto le scuole in sicurezza, le priorità della nostra società appaiono chiaramente, e ad esse soggiace non solo un universo valoriale, ma anche un modello economico, dove le donne sono considerate meno produttive. E con loro le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, che in questa crisi sono completamente spariti dal discorso pubblico, perché anche loro non produttivi.

Paradossalmente, se da un lato il governo infantilizza la popolazione, dall’altro ignora totalmente l’infanzia. Se fare di tutto per riaprire al più presto le scuole in sicurezza è un dovere nei confronti di questa infanzia e adolescenza dimenticata, è anche un’esigenza femminista. È un dato di fatto che saranno le donne, nella coppia, a dover pagare questa chiusura, non per una naturale predisposizione al lavoro di cura, ma semplicemente perché sono loro, statisticamente, a guadagnare meno.

Se dunque le istituzioni faticano a cambiare rotta, la pandemia ci ha insegnato tanto. Ci ha insegnato il valore inestimabile della cura, di come la società possa funzionare solo rimettendo al centro la sostenibilità della vita. È necessario dunque cambiare priorità, ma anche prospettiva. Cercare di guardare tutto da altre angolazioni, perché sicuramente quelle usate fino ad adesso hanno avuto tanti, troppi limiti.

Nel mio piccolo, un anno fa, stufa dell’asfissiante sguardo universalizzante dell’occidente, sono tornata a studiare. Ma cambiando prospettiva, seguendo un’epistemologia del Sud che mi facesse vedere le cose in maniera diversa, con uno sguardo “altro” che comprendesse storie e visioni del mondo silenziate dalla storiografia eurocentrica. Quello che ho imparato e che emerge dalla ricerca citata prima sulle geografie della cura è che non possiamo più parlare per gli altri e le altre, ma dobbiamo soprattutto ascoltare.

Credo sia una strada da percorrere anche all’interno dei movimenti femministi, perché davvero si riesca ad accogliere tutte, e perché l’intersezionalità tanto invocata diventi una pratica. Cominciando ancora una volta dalla casa, per poi portare nello spazio pubblico quel nodo irrisolto del femminismo, che è il rapporto di potere tra donne all’interno delle nostre case. Ciò aiuterebbe, per ritornare alle lavoratrici domestiche, ad interrogarci maggiormente sul perché ad un certo punto noi donne abbiamo smesso di pretendere dagli uomini un’equa ripartizione del lavoro domestico a abbiamo preferito delegarlo ad altre donne. Perché la casa possa divenire sempre meno un luogo di colonialità, e sempre più un luogo di alleanze.

***

prossimaMente_Tavola disegno 1Questo articolo fa parte della serie ProssimaMente, open call promossa da Femministerie per stimolare, raccogliere ed ospitare testimonianze e riflessioni che mettano al centro visioni e proposte per il prossimo futuro, in un’ottica di genere e femminista.

Per info ProssimaMente. Per inviare proposte femministerie@gmail.com

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