#ProssimaMente – Il corpo al centro della scena educativa

Senza titolo

Jérôme Bel – Gala

di Roberta Ortolano

Prendere un mezzo pubblico a Roma certe volte vuol dire essere schiacciati in un corpo a corpo, fino a non poter respirare. Al di là del fatto che i mezzi sono oggettivamente pochi e spesso pure mal funzionanti, una delle cose più frequenti che mi è capitato di pensare è questa: ma come sarebbe bello se ora questo nostro stare appiccicati in questo spazio si trasformasse in una danza, come in uno di quei laboratori espressivi in cui ciascuno impara a occupare tutto lo spazio che c’è senza assalire l’altro, sapendosi guardare intorno, avendo cura di chi ne ha più bisogno, percependo forze ed equilibri. Chi prende i mezzi sa che spesso il problema è che le persone si affollano attorno alle porte d’uscita, per la paura del tutto giustificabile di restare ingabbiate, lasciando lo spazio centrale della vettura semivuoto. Succede che ci si arrabbia gli uni contro gli altri, ci si insulta, qualche volta ci si picchia pure.

È chiaro che chi sta su un autobus ha ben altro di cui preoccuparsi che la danza. Ma questo pensiero giocoso e un po’ magico mi torna in mente in questi giorni, nei quali il mondo intero si è scontrato contro il limite oggettivo e primario del corpo e dello spazio.

E allora penso che per una ricostruzione sensata un presupposto potrebbe essere questo: rimettere al centro dell’interesse, della cultura, del progresso globale, proprio il corpo e le condizioni che permettono non solo la sua cura, ma anche le pratiche che servono a conoscerlo e usarlo in modo consapevole.

In un qualsiasi laboratorio teatrale si comincia proprio dallo spazio, perché quello spazio va abitato, generato, per essere guardato e per significare qualcosa. Mi piacerebbe poter guardare al mondo intero oggi come fosse un teatro, uno spettacolo tutto da costruire. Lo vorrei bello. Una pièce che non ti lascia alcun dubbio sull’uso di questo termine goffo e generico. Bello come è un tramonto, come la sconfinata distesa del mare. Bello e a volte anche tremendo.

L’arte ci insegna che la bellezza creata, imitata, necessita di un lavoro. Nasce da quel miracoloso incontro tra l’istinto e il rigore del pensiero, tra tutta la vita che ci si vorrebbe mettere e lo scalpello della tecnica che sfoltisce la materia. E poi a forza di lavorare accade qualcosa che funziona. E quando funziona, suona da sola.

Sono un’insegnante e a scuola cerco di promuovere in tutti i modi possibili la dimensione del corpo perché sono convinta che tutta la conoscenza passi da lì, anche quando sembra sia solo un fatto intellettuale. Le donne e gli uomini antichi, che leggevano a voce alta e pensavano camminando, lo sapevano bene.

Chi gioca con il teatro fa questo: si guarda intorno, libera ed esprime il proprio corpo in relazione ai corpi degli altri, che vede davvero. Non esiste un corpo perfetto, tutti lo sono. Il significato sorge dall’esplorazione autentica di quello che c’è. Perché quello che c’è va esplorato: non è ovvio.

Mettere al centro delle prassi educative di tutti i livelli il corpo, pratica d’altronde antichissima, implica la necessità di occuparsi della sessualità. Vuol dire occuparsi delle relazioni tra generi e dello “spazio” del genere. Significa affrontare il rapporto che la società ha con la malattia e la medicina, rapporto che andrebbe ripensato completamente; includere e riconoscere davvero le abilità e i corpi diversi, le diverse intelligenze, avvicinarsi alla comprensione delle neurodiversità, rispondere all’urgenza posta dalla salute mentale.

Il corpo ci terrorizza da sempre, perché mina la centralità dell’io e della mente e perché, come con la natura, su di lui non abbiamo chance di un reale controllo, almeno non del controllo che immaginiamo di avere.

Potremmo però educarci al suo ascolto, lasciarci stupire da ciò che ha da dire, che è ciò che abbiamo da dire, consentendo a tutte e tutti l’accesso a una formazione che finalmente valorizzi la globalità della persona. E se è vero che non c’è educazione al di là della relazione, chi educa e cura dovrebbe ricevere altrettanta cura e formazione per sé. La formazione non può certo finire a scuola e la scuola stessa ha senso solo se è posta al centro di una società che crede veramente nel suo potenziale e nel suo esistere, altrimenti è una menzogna.

Sarebbe proprio un bel mondo quello fatto di spazi e corpi educati alla presenza. Ci sarebbero corpi capaci di stare responsabilmente, se serve, a un metro di distanza l’uno dall’altro; potrebbero perfino ballarci, si racconterebbero storie ogni notte per trovare parole comuni che raccontino il dolore e la gioia. Con la stessa responsabilità questi corpi sarebbero capaci perfino di abitare il virtuale, uno spazio nuovo che richiede un pensiero tutto diverso e non meno urgente. Non dobbiamo diventare tutti artisti – quella è un’altra cosa – ma l’educazione alla bellezza e all’espressività potrebbe essere un diritto per tutte e tutti all’esistere, anche quando siamo tutt’altro che belli. Un modo per ritrovare lo sguardo, l’umanità e il valore di ciascuno di noi, così come siamo.

***

prossimaMente_Tavola disegno 1Questo articolo fa parte della serie ProssimaMente, open call promossa da Femministerie per stimolare, raccogliere ed ospitare testimonianze e riflessioni che mettano al centro visioni e proposte per il prossimo futuro, in un’ottica di genere e femminista.

Per info ProssimaMente. Per inviare proposte femministerie@gmail.com

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