Guardare il cielo a diverse altezze: come noi donne disabili ripensiamo il mondo

di Paola Tricomi

Durante un corso di letteratura mi è capitata una volta l’occasione di ripercorrere l’immagine delle nuvole, per come nel tempo si è evoluta. Il tema era particolarmente affascinante perché portava a riflettere sul cielo come riflesso dell’animo umano. Con una punta di presunzione pensai tra me e me che nessuno fra gli uomini o le donne che avevano parlato del cielo o l’avevano ritratto in un acquerello lo avevano visto come me. Noi guardiamo il cielo da seduti o in posizione eretta, ma siamo sempre in difficoltà: dobbiamo arricciare le palpebre e curvare il collo, mettere il palmo della mano sopra la fronte per fare ombra. A volte capita di sdraiarci per vedere meglio il cielo. A me occasionalmente è capitato di vederlo sopra il lettino di un’ambulanza mentre venivo trasportata. L’ho visto una volta di notte; una volta di giorno in gennaio, terso e limpido, mentre imperversava il gelo; e una volta in primavera, assolato e luminoso. Era strano vedere il cielo in quella situazione, con sempre quella dote di riflettere noi stessi che ha. Non era come vederlo da una distesa di prato, aveva un sapore di angoscia, di paura e incertezza, ma allo stesso tempo rilasciava una pace surreale: tutto era perfetto e in equilibrio. In questo senso come me non l’aveva visto nessuno il cielo, e anche se qualcuno l’aveva visto in una circostanza simile, non era come il mio, perché ognuno ha il suo riflesso.

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Naturalmente non ho mai detto tutto ciò a nessuno, se non fosse che la mia cara amica Sara De Simone di recente ha realizzato un video per il ciclo Donne eccezionali in tempi (extra) ordinari (organizzato dalla libreria Tuba Bazar e Giulia Caminito) in cui ha parlato della differenza tra la posizione eretta e quella sdraiata riferendosi ai saggi “Dell’essere malati” e “Pensieri di pace durante un’incursione aerea” di Virginia Woolf.
Il suo intervento mi ha emozionato particolarmente perché in un modo delicato, ma incisivo, ha suscitato in me quelle impressioni nascoste da una vita e fondanti. È sorta così in me una riflessione sui punti di vista, su come ogni posizione in cui ci troviamo determina un nuovo punto di vista. Quasi tutti infatti considerano normale la posizione eretta come la posizione dell’attività, della corsa, del divertimento e di ogni forma di vitalità, ma anche del comando. Esistono un gran numero di persone però che ogni giorno nel mondo vivono a modo loro le stesse sezioni di vitalità, di attività, di movimento in altre posizioni.

Molte persone disabili vivono le loro attività su una carrozzina e quindi in posizione seduta, ma ci sono tante persone che vivono la loro vitalità anche in posizione sdraiata perché non possono stare né seduti e né in piedi. Ognuno di loro ha una visione specifica del mondo dipendente dalle proprie esperienze, ma anche dalla posizione che in esso occupa, la posizione fisica che è propriamente quella riguardante tutti noi più da vicino. Tuttavia spesso accade che la posizione fisica sia conseguenza in qualche modo anche di quella sociale o quella dell’occhio sociale. Accade che quando una persona in posizione eretta si confronta con un’altra in posizione seduta si avverta subito una percezione di diversità e di diversa importanza nel ruolo. Siamo portati a considerare la persona eretta pronta a scattare, pronta a risolvere ogni problema, mentre la persona in posizione sdraiata o seduta impossibilitata a farlo. Questo porta istintivamente a dare un valore diverso alla persona senza neanche conoscerla e senza neanche guardarla in volto.

In 28 anni di disabilità motoria è capitato spesso di confrontarmi con le reazioni più disparate delle persone che si accostano alla mia diversità, ma mi è capitato di arrabbiarmi molto quando qualcuno ha voluto insinuare o tentare persino di convincermi del fatto che – per la realtà di essere una persona con un handicap e di avere una posizione di fragilità, di dipendenza dagli altri – io non fossi in grado di badare a me stessa. Mi faceva persino più arrabbiare di quando venivo zittita, perché quell’azione non impoveriva tanto me, quanto l’altro. Volermi convincere invece del fatto che non posso essere autodeterminata e capace di badare a me stessa era qualcosa che riguardava il mio stare al mondo. Ho deciso così di confrontarmi col  gruppo donne della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che da tempo riflette sulla visione delle donne disabili nel mondo, e sui loro diritti.

Ci siamo confrontate su questo tema che a tutte è sembrato davvero calzante rispetto alla nostra condizione di sempre, che ben conosciamo, ma non riusciamo a volte a far rivalutare, pur tentando ogni giorno. Sappiamo bene che si tratta di una questione culturale e per questo merita di prendere spazio nel dibattito pubblico sempre di più. Abbiamo ragionato sul fatto che la posizione seduta o sdraiata rimanda direttamente, forse anche a livello inconscio, al bambino in culla o al defunto sul letto. In entrambi i casi si tratta di realtà umane incapaci di reagire e assimilabili ad oggetti che si possono prendere e spostare in base alla volontà altrui. Quando qualcuno si accosta a noi con tali immagini in mente per lo più non lo fa intenzionalmente, ma in lui/lei si insinua sempre un sotteso bisogno di imposizione, di sentirsi più forte. È un sentimento proprio dell’essere umano e comune. Purtroppo queste immagini arrivano da ogni dove e determinano il momento in cui noi stessi ci convinciamo che non siamo capaci di autodeterminarci. Accade più di frequente forse nelle donne che, proprio in quanto donne e disabili, subiscono una doppia discriminazione. Così finisce ogni possibilità di cambiamento. L’aspetto che più mi ha colpito della nostra riflessione di gruppo è stato il ruolo di chi ci aiuta o ci assiste. È chiaro che il rapporto di cura è governato da una condizione di inferiorità del secondo soggetto rispetto al primo, con brutte degenerazioni – purtroppo frequentissime – di passiva sottomissione. Si tratta di relazioni complesse, spesso commiste a rapporti di stampo affettivo generanti dipendenza morale e pratica. Più di tutto, però, mi è sembrato interessante riflettere sull’aiuto che un’altra persona nella stessa posizione – sdraiata o seduta – può dare. Il suo aiuto alla pari è del tutto diverso da quello di chi posa le mani su di te, ma non meno determinante. Si tratta di un aiuto di pensiero e di parola, di affetto, di immagini. Perché questa affinità non dovrebbe verificarsi tra chi ha posizioni fisiche anche molto diverse nel mondo?

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Credo che la posizione su una sedia o su un lettino sia sempre la posizione che racconta la storia dell’umanità perché nessuno può dirsi immune dalla fragilità, e forse da questa consapevolezza può nascere una empatia nuova che porterà ognuno ad essere realmente se stesso, ma soprattutto a guardare l’altro nel viso non in base alla posizione fisica che occupa nello spazio. Ariosto scrive “Se come il viso, si mostrasse il core” (Orlando furioso XIX, II), ma come sarebbe bello anche se, nel tempo di un istante, con un solo sguardo, ognuno riuscisse a guardare sul volto di una persona tutti i cieli che ha visto in base alla posizione che ha occupato nel mondo! Sarebbe come una scoperta fulminea e impressionante. Ciò non è reale, non è terreno almeno, ma chi vuole lo può realizzare col tempo che occorre per la conoscenza dell’altro, rispettando e ascoltando il suono della sua interiorità nel modo in cui si congiunge con la propria. Forse dopo lungo tempo ci racconterà qualche cielo che ha visto e quale riflesso ne ha tratto e forse somiglierà a qualcuno dei nostri. Allora saremo entrambi alla stessa posizione e altezza.

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