Le radici culturali del “revenge porn”

di Dafne Farussi

In queste settimane il tema del revenge porn è tornato a scuotere l’opinione pubblica grazie a un lavoro d’inchiesta di Wired Italia, con il quale sono stati denunciati una serie di canali e gruppi Telegram in cui a quanto pare, inneggiare allo stupro e al femminicidio erano pratiche all’ordine del giorno. La chat oggetto d’inchiesta, con oltre 40.000 iscritti e aperta a chiunque, aveva come scopo quello di diffondere materiale pedopornografico, video e immagini intime di donne non consensuali e scambiarsi consigli su come organizzare abusi sessuali su minori e non.

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Campagna di Non Una di Meno #NOREVENGEPORN

Spesso avviene che dinanzi a notizie come questa, in cui centrale è il tema della violenza di genere e dell’eredita patriarcale che permea le nostre vite, si tenda ad assumere un atteggiamento di negazione attraverso la marginalizzazione del fenomeno, così da associarlo a una ridotta schiera di interessati o a patologizzarne la cornice per tracciare dei confini tra un ipotetico dentro “normale” e un fuori “clinico”, lontano dalle geometrie della nostra quotidianità.

Mostrificare è un espediente per allontanare ciò che ci ostiniamo a non riconoscere come parte del nostro mondo, una maniera per raccontarci che certe pratiche riguardano solo una minoranza, una escrescenza da relegare ai margini, come un difetto fuori dall’ordinario.

Uno degli slogan femministi più evocativi recita: “Il maschio violento non è malato, è figlio sano del patriarcato”. Segnala la volontà di rompere con la retorica della patologizzazione, ribadire la radice strutturale del patriarcato e il suo manifestarsi attraverso forme di violenza molteplici, sistemiche e trasversali.

Non accettare questo assunto significa cadere vittime di una cronaca assolutoria che induce a vedere una soluzione di continuità tra le proprie camere da letto e una possibile chat Telegram, crea uno scarto artificioso tra dentro e fuori, tra centro e periferia, rifiuta la dimensione politica della violenza di genere e l’interconnessione tra spazio privato e spazio pubblico. Ma questa non è una operazione possibile nella complessità intricata dell’agire patriarcale.

La de-patriarcalizzazione della società passa dall’identificazione e nominazione dei codici del dominio che la abitano, marginalizzare significa negare la facilità con cui i processi di legittimazione della cultura dello stupro si inscrivono in un ordine del discorso che si costruisce nella dimensione del quotidiano: da dentro casa al bar, dall’ufficio alle aule di tribunale.

Come ri-pensiamo il discorso in termini contro-egemonici se prima non riconosciamo l’egemonia patriarcale?

Da una parte il mostro, il reietto, il caso e l’eccezione, da un’altra invece, è possibile incorrere in una normalizzazione arrendevole che assume i tratti di un pericoloso essenzialismo biologico: “Sono maschi”, ratificando una rappresentazione conservatrice in nome di presunte proprietà naturali.

C’è come uno schema a cui si ricorre per rendere intelligibile e accettabile ciò che invece richiede una problematizzazione più ampia, una “lotta cognitiva sul senso delle cose del mondo”, direbbe Bourdieu.

Lo sguardo fallocentrico trasforma l’agente in agito, riduce a “cosa”, “proprietà”, la presenza liberata dei corpi, la centralità del soggetto autogestito.

Contro l’esistenza e la potenza sovversiva della soggettività, perseguitato dal terrore di un decentramento, il machismo si ri-tualizza e attualizza attraverso una condivisione essenziale per la sua sopravvivenza: lo scambio non consensuale dei corpi, dell’intimità, delle vite, è lo scambio reificante attraverso il quale sancire il proprio potere identitario.

Nell’indisturbato scorrere quotidiano, la pratica fallocentrica accumula e valorizza il patrimonio socio-culturale di supremazia, oppressione e violenza, in sintesi: onora il patriarcato e lo capitalizza.

Richiede uno sforzo smascherare i processi di oggettificazione che si inscrivono sui nostri corpi, capita persino a chi è abituato a uno sguardo critico, faticare nell’individuazione degli intrecci delle rappresentazioni dominanti e ammettere di averne fatto parte o di farne ancora parte.

Le risoluzioni immediate della narrazione comune, sia nel porre marchi di sbrigativa “devianza”, sia nel ridurre a gioco secolare/naturale i termini del patriarcato, stigmatizzano un fenomeno ben più complesso senza arrivare alla sua radice culturale.

Restituire al linguaggio il suo spazio di lotta e resistenza è una delle strade possibili per trasformare “il raptus”, “il gigante buono”, “il mostro”, “l’amico che scherza”, “il maschio fatto così”, in narrazioni dissonanti capaci di cogliere le pratiche di socializzazione del dominio, svelare i meccanismi oppressivi e ristabilire una circolarità reale tra personale e politico.

Nel frattempo, mentre predichiamo rinascite post-liminali, il patriarcato è qui e ora.

2 pensieri su “Le radici culturali del “revenge porn”

  1. Appartenfo al genere maschile e, sinceramente, trovo non solo repellente la violenza fisica o verbale sull’altro genere, ma – soprattutto – inconcepibile che una cosa così bella come il rapporto sessuale possa avvenire senza una reciproca e consensuale donazione. VOrrei però rivolgervi una domanda. COloro che sono violenti con l’altro genere, lo sono solo con questo o lo sono anche nelle altre attività della vita?

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  2. io sono un uomo e provare attrazione sessuale per una donna non è affatto oggettificante , è oggettificante e esecrabile ciò che accade in quei gruppi telegram e non ha nulla a che fare con l’attrazione, è solo violenza. io sono uomo e non ho nulla a che fare con questi uomini e come me tanti altri

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