Il fuoco in una stanza: piccolo diario della mia quarantena

di Viola Lo Moro

Non può essere il diario di una quarantena.
Non è una quarantena: esco, anche solo per buttare la spazzatura. Non si può tenere un diario se il tempo non funziona più, lo abbiamo rotto. Lo abbiamo prima inventato e poi spaccato. Questi sono i primi pensieri di giorni disarticolati e incompiuti in un tempo alterato, in cui tutto è rimasto identico e in cui tutto è cambiato.

Montale scrive che l’immagine del tempo sono i fiumi: scorrono, e poi si fanno gorgo. Il tempo è la vita, scorre e poi si fa gorgo. La mia, di sicuro. E se il tempo è alterato, lo è anche la mia vita. Non posso combattere. Darsi dei piccoli obiettivi quotidiani non ha mai fatto per me, non vedo perché cominciare ora. Costruisco piuttosto delle occasioni – cosa ci riserva l’oggi per l’oggi: una passeggiata, un incontro al telefono, un appuntamento furtivo davanti al cassonetto, un video senza senso; una vita minuta –  è come se fosse l’estremo del presente dilatato durante la veglia. L’estremo del presente comprende il passato e il futuro, ma non riesce mai a fissarlo da nessuna parte. Forse è per questo che non riesco a leggere, non riesco a concentrarmi, ho poco da dire, sono calma. Insolitamente calma.

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Foto di Viola Lo Moro

Cosa ne è di me se il tempo si dilata?  Cosa ne è del tempo se dimentico la sua linearità e la sua frenesia? Cosa ne è del tempo se non ha più un obiettivo? 

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Tento da qualche giorno di entrare in contatto con le emozioni profonde: la paura, l’angoscia, la depressione. Eppure, niente: l’assetto è quello dell’emergenza, della freddezza. Non c’è parte di me che può onestamente cedere. Mi sembra che questo crollo non sia come lo abbiamo immaginato, un po’ come l’estinzione: esiste un immaginario statico della catastrofe improvvisa, quando invece non funziona e non funzionerà così. La catastrofe è dominata da una lentezza inesorabile, del tutto incompatibile con l’emozione gloriosa dell’apocalisse. Le vite individuali sono comunque più brevi della vita di una estinzione di massa. Un virus viene a ricordarci quello che dovevamo sapere: era tutto troppo. 

Ognuna di noi ha in cuor suo un saluto. Il saluto. Io ho ora in mente il saluto con una persona al binario di un treno. Non è stato un saluto definitivo, ci siamo viste tante altre volte, e tante ci rivedremo, ma con quel saluto io ho chiuso una parte di me per sempre. Non di noi, di me. Ho il sospetto che in questi giorni tornino nei sogni e nei rumori, e nelle visioni, tutte e tutti quelli che non ho salutato, perché c’è una crepa nel sistema molto evidente, ed è come se stessimo in Messico, dentro il film Coco, sulla strada tra i due regni.

Eravamo in sei, a distanza di tre metri ognuna dall’altra. Non c’era molto da dire, sapevamo tutte che sarebbe stato l’ultimo giorno per guardarsi prima della chiusura. Nulla di eclatante è accaduto ma una piccola spaccatura è andata a infilarsi nel costato. Una crepa. Quella crepa è l’attraversamento dentro il corpo di una possibilità non prevista, un’alterazione – una piccola febbre. In Italia solo le persone anziane (e le persone in carcere) hanno vissuto (e vivono) uno stato di eccezionalità generalizzata per un tempo lungo (mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale e all’occupazione nazista) e la narrazione dominante rispetto alla quotidianità di quegli anni raramente è stata dominata dal racconto del quotidiano. Alla generazione dei nostri genitori, prima, e a noi, dopo, tutto è arrivato come un’eccezione dell’ordinario, non come un ordinario costituito in quel modo lì. Per un paio di settimane, per un mese chissà, la nostra vita avrà una forma diversa. Si incontrerà con i piccoli e grandi drammi sentimentali, i piccoli e grandi drammi lavorativi, le piccole e grandi precarietà, le pienezze e mancanze. Tutto si conformerà a partire da un dato sul quale abbiamo un potere minimo. Ecco, stiamo vivendo alcuni giorni in guerra o in carcere, con il grande vantaggio di avere con noi qualche libro, un telefono e un computer. Una grande parte di umanità ha vissuto e vive così per molto ma molto più tempo. Molto più tempo. Arriveremo ad empatizzare con le persone recluse o continueremo a rimuovere l’evidenza delle gabbie fino a riscoprirle insopportabili quando si concretizzeranno ogni volta nelle nostre vite? Darò uguale dignità a ogni essere vivente da ora in poi?

 

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Foto di Viola Lo Moro

Mi angosciava negli ultimi anni andare a casa di mio nonno – ci penso molto in questi giorni – perché mi costringeva ad inserirmi in una quotidianità diversa. Mi raccontavo che non volevo vederlo rimbambire, invecchiare, soffrire, stare solo, ma queste erano solo scuse: odiavo l’idea che quella forma di vita lì potesse essere non solo vivibile, ma anche desiderabile. Mio nonno non aveva nessun rimpianto di un tempo frenetico, del lavoro, delle corse, gli impegni, le relazioni, non aveva l’angoscia del tempo che fa fatica a passare in una giornata. Ero io ad averla. Si svegliava presto, andava a dormire presto, la giornata era occupata da alcune cose. In questi giorni di solitudine capisco il perché una vita così vale la pena: non perché è piena, non perché è significativa, non perché è utile, ma perché semplicemente questa è. 

Capisco questo e poi me lo dimentico all’imbrunire, quando il senso si perde. L’ora malinconica nel solco della fiducia che tramonterà e il terrore che non risorgerà. Ma che, soprattutto, rischia di essermi del tutto indifferente.

Che ne è dei sentimenti se non c’è un fine? Posso sentire qualcosa senza obiettivi? Mai le coppie della nostra generazione hanno avuto così tanto tempo “per loro”, quel tempo così agognato nelle vite frenetiche delle relazioni, e mai di questo tempo non sappiamo che farcene. Il tempo deve essere riempito per esistere? Cosa ci possiamo dire esauriti i racconti di una giornata passata fuori casa? La parola finalmente si purifica del racconto, questa cosa ci farà bene. Diremo, ci diremo, solo l’essenziale.

Tipo: ho pensato che
Tipo: mi ricordo che
Tipo: ho sognato che
Tipo: vedo tutti i giorni il confine, e tra i vivi e i morti, si sta assottigliando sempre di più.

 

—–

*Il Fuoco in una stanza è il titolo di una canzone degli “Zen Circus”

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