Le donne nei movimenti di protesta: tra Iran, Iraq, Libano e Cile

48949505966_5784b844ef_ba cura di Savina Tessitore

Fatmeh Masjedi, Nadia Mahmoud, Sarah Kaddoura e Juliana Rivas sono quattro femministe attive nei movimenti sorti di recente nei rispettivi paesi, Iran, Iraq, Libano e Cile. Il 26 gennaio 2020 hanno partecipato a una riunione virtuale per riflettere su come le donne hanno influito e siano state influenzate dalle recenti ondate di protesta. Quello che segue è un riassunto della loro discussione[1].

Le rivolte in questi quattro paesi hanno alcune caratteristiche in comune: nascono tutte come protesta contro lo status quo capitalista, e fanno parte di processi rivoluzionari dinamici di lungo corso che hanno avuto fasi alterne, di cui sono la manifestazione più significativa da decenni a questa parte. Nella loro forma attuale sono qualitativamente diversi dalle fasi precedenti, e in tutti e quattro i paesi comprendono nuovi protagonisti quali le donne, i giovani disoccupati, gli studenti e i lavoratori a basso reddito. Un’ulteriore caratteristica che accomuna questi movimenti è la repressione violenta con cui sono stati accolti dai rispettivi governi. Centinaia di persone sono state uccise in Iran, Iraq e in Libano, e ferite in Cile. Spesso le donne sono state un bersaglio privilegiato della violenza: vittime della violenza sessuale della polizia antisommossa in Cile, rapite e uccise nei primi giorni della rivoluzione di ottobre in Iraq, incarcerate come prigioniere politiche con sempre maggiore frequenza in Iran, e soggette a torture fisiche e psichiche.

Attraverso la loro massiccia partecipazione, le donne hanno segnato i movimenti in tutti e quattro i paesi, spesso assumendo un ruolo di primo piano. In Iraq sono state visibili come mai prima d’ora in uno spazio pubblico: sono state donne laureate e disoccupate che prima di ottobre hanno cominciato a organizzare le manifestazioni per il lavoro, mettendo in risalto la disoccupazione diffusa che tocca tutti i gruppi demografici in Iraq. Quando Piazza Tahrir di Baghdad è diventata centro del movimento, le donne hanno partecipato in molti modi, anche schierandosi accanto agli uomini per affrontare i poliziotti e proteggere la piazza. Ancora più attive e in prima linea nei movimenti sono state le donne libanesi. Come ha notato Sarah, “nel parlamento libanese ci sono pochissime donne, ma se ci fate caso, il movimento organizzato contro il governo à capeggiato soprattutto da loro”.

In tutti questi paesi, d’altra parte, ci sono anche donne che non si uniscono alla protesta. Alcune non sono politicamente d’accordo, ma ce ne sono molte altre che vorrebbero partecipare, ma che si trovano ad affrontare delle barriere sociali, economiche e/o legali. Molte non possono lasciare il lavoro di cura, o, se occupate, non possono rischiare di perdere il posto di lavoro. Anche per le donne immigrate in condizioni vulnerabili, come le afghane in Iran, o le rifugiate e migranti palestinesi e siriane in Libano, la partecipazione è difficile. Nadia ha spiegato che la partecipazione alle proteste in Iran è spesso proibita dai parenti maschi, perché conservatori o preoccupati per l’incolumità delle donne. Confinate nella sfera privata, queste donne hanno saputo trovare dei modi creativi di partecipare lo stesso attraverso i social media. Altre hanno approfittato della loro libertà di studentesse per saltare le lezioni e unirsi alle proteste.

Le donne e le persone non binarie sono state attratte a queste proteste per una miriade di motivi, tra i quali ci sono indubbiamente le difficili condizioni sociali ed economiche che si trovano a vivere. L’Iran e l’Iraq sono caratterizzati da alti tassi di femminicidi, matrimoni minorili e non consensuali. Le donne subiscono abusi domestici e stupri da parte del marito da cui la legge non le tutela. Ottenere il divorzio è molto difficile, anche se in Iran, dove le donne costituiscono il 60% dei laureati, i tassi di divorzio sono alti. E se in Libano c’è una patina progressista, in realtà i diritti delle donne e delle persone LGBTQ sono in gran parte disattesi: le leggi sul matrimonio, il divorzio, la poligamia e le unioni interconfessionali variano a seconda della setta in cui si è nati. Anche in Cile le donne si trovano a affrontare problemi simili. Alle donne e altre persone che si identificano come non maschili è negato il controllo sul proprio corpo, e, a parte casi eccezionali, l’aborto continua a essere illegale e la violenza sessuale è all’ordine del giorno. Una legge sul femminicidio è stata approvata nove anni fa, ma riguarda solo i casi delle donne uccise nell’ambito della famiglia, e non protegge le sex workers.

Dalla conversazione è emersa una sfida comune: per tutti questi movimenti troppo spesso la giustizia di genere è considerata una questione secondaria, meno importante delle lotte sul terreno economico o politico. Per questo motivo, le femministe socialiste in questi paesi stanno lottando per tenere insieme le questioni economiche, politiche e sociali e assicurarsi che i movimenti portino avanti istanze di liberazione. Gli attivisti maschi non sono esenti da idee sessiste della società, e le quattro donne concordano sul fatto che atteggiamenti sessisti e soprusi esistono negli ambienti di sinistra, mentre permane l’aspettativa che le donne sia impegnino nel lavoro di cura e nelle questioni logistiche.

L’internazionalismo è un valore indispensabile per tutti i movimenti. D’altra parte i media cileni tendono a ritrarre la regione mediorientale in maniera semplicistica, esclusivamente come un luogo violento e senza riferire sulle rivolte per la democrazia e contro l’autoritarismo. Questo dialogo è stato un passo piccolo ma importante per dare inizio a una conversazione attraverso le frontiere, imparare le une dalle altre, e costruire momenti di solidarietà. Al contrario, gli attivisti libanesi intonavano un canto che porgeva un tributo alle rivolte planetarie, nominando uno ad uno i paesi dove si sono svolte.

Le partecipanti hanno proposto vari modi per mettere in rete i movimenti: Nadia ha suggerito di condividere slogan e parole d’ordine per l’otto marzo; Fatmeh ha accennato a una campagna comune di pressione sulle autorità per la liberazione dei prigionieri politici in Iran, mentre in USA e in Europa i militanti potrebbero premere sui propri governi perché smettano di sostenere i regimi autoritari.

Questa ultima ondata di rivolte segna il ritorno di forme di contestazione protratta e militante che si pone come obiettivo di trasformare radicalmente le società. Persone di ogni tipo si sono riversate nelle strade, e nel farlo hanno scoperto di non essere più sole. Parlando dell’impatto delle gigantesche manifestazioni in Cile, Juliana ha raccontato alle altre della “sensazione di guardare chi ti cammina accanto, sentirla vicina, identificarti con lei.” Quando le persone cominciano a credere nel proprio potere di cambiare la società, è probabile che saranno le donne e tutte le persone oppresse a fare da apripista.

[1] Il rapporto completo in inglese che riassume la conversazione si trova online a https://allianceofmesocialists.org/

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