Nessuna tocchi le altre: contro il femminismo che esclude

di Femministerie

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Foto dell’Archivio Paola Agosti

Siamo preoccupate e arrabbiate, dopo la lettura del documento In radice: 8 marzo per l’inviolabilità del corpo femminile, firmato e diffuso da Arcilesbica, insieme ad altre associazioni e singole femministe italiane.

Innanzitutto, il tono perentorio, aggressivo, che procede per affermazioni definitorie e per decreti d’esclusione, è una pratica che rifiutiamo e che, come femministe, non ci appartiene. Il femminismo è, per noi, relazione e pratica di riconoscimento dell’altra. E non possiamo accettare una visione che identifichi come suo primo compito quello di tracciare confini, per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Soprattutto, quando questa sorveglianza dei confini serve a escludere non soggetti dominanti, come nella pratica storica del separatismo, ma minoranze gravemente discriminate ed esposte a violenze, sia in famiglia che nella società.

Le donne trans sono nostre sorelle e compagne di battaglie. Davvero qualcuna può ergersi a giudice e decidere chi è degna e chi ha requisiti per appartenere al femminismo?

Come ha scritto Lea Melandri commentando la vicenda, “considerare donne come titolari di diritti solo chi nasce con una vagina, cioè sulla base del dato biologico e non sul vissuto e la storia che ha interessato quel corpo, vuol dire ricalcare il determinismo biologico su cui è nata la rappresentazione maschile del mondo: un patriarcato sessista e razzista.”

Ci chiediamo se sia lo spirito del tempo a portare persino una parte del femminismo a questa deriva escludente e a questa smania definitoria, che attraverso la negazione dell’altra pretende di rivendicare una presunta integrità e purezza identitaria.

Se di corpo vogliamo parlare – e noi ne vogliamo parlare – non è per farne di nuovo una “essenza immutabile”, doloroso e miope paradosso in cui questo manifesto sull’inviolabilità mostra di cadere. Tantomeno crediamo che il corpo sia una zavorra di cui liberarsi, rincorrendo un universalismo neutro che rischia anch’esso di farci fare un passo indietro. Per noi è necessario tenere insieme l’esperienza del corpo e la possibilità di significarlo liberamente: un conto è la coscienza del limite, un altro è tornare al corpo come destino.

Di quale “inviolabilità”, dunque, stiamo parlando? Di quella che abbiamo rivendicato come autodeterminazione, e che implica che il corpo delle donne non è a disposizione di altri soggetti all’infuori e al di sopra della sua volontà? Oppure anche qui l’inviolabilità serve a recuperare quella visione bio-determinista che ci blocca in una presunta “natura” fissa e immodificabile?

La battaglia da fare non è quella per la difesa di una identità femminile e femminista in opposizione a quella delle donne transessuali. Non è escludendo e ponendo divieti che il femminismo si mostrerà all’altezza delle sfide di questo tempo. Il confronto alto di cui abbiamo tutte bisogno non può prescindere dal dialogo, dall’ascolto, dal dibattito – anche acceso – tra tutte le soggettività che lo attraversano.

E se il titolo di questo manifesto, come ci sembra, intende evocare una delle più grandi opere della filosofia del Novecento, quella di Simone Weil, ci sentiamo allora di rispondere con le sue stesse parole: Lei non m’interessa. Un essere umano non può rivolgere queste parole a un altro essere umano senza commettere crudeltà e ferire la giustizia” (La persona e il sacro).

E tale per noi è questo manifesto: crudele e ingiusto.

8 pensieri su “Nessuna tocchi le altre: contro il femminismo che esclude

  1. Condividendo quanto avete scritto, credo però dovreste mostrare un po’ più coraggio nel dichiarare se siete in sintonia con la Gender Identity Theory o no. Perché da quanto avete scritto sull’universalismo neutro sembrerebbe di no, ma sapete bene – e forse è questo il motivo per cui non siete state esplicite? – che chiunque osi contraddire la Gender Identity Theory viene sottoposto alla gogna. Quel manifesto sull’Inviolabilità contiene una serie di affermazioni molto sbagliate che rischiano di rafforzare gli argomenti identitari così cari alla GIT. Io non sto né con le une né con gli altri, né con NUDM e il queerism superficiale e dissolvente, né con le Radfem che come dite voi stanno mal interpretando il separatismo. Credo che il femminismo debba interrogarsi non sull’identità femminile ma sulla condizione femminile in questo mondo, e che ogni individuo, quindi comprese le donne trans, possa farlo sulla base del proprio bagaglio di idee ed esperienze, senza cedere alle sirene delle identity politics.

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    • Cara UD, noi non siamo un collettivo politico, siamo un blog con molte teste diverse. Proprio come te ci troviamo più spesso a dire “né né” che a sposare una delle posizioni in conflitto (non solo su questo tema), ma resta che al nostro interno abbiamo visioni variegate, e in continuo dialogo. Sono d’accordo con te sul fatto che la domanda sull’identità, posta in questi termini, faccia del femminismo qualcosa di molto prossimo a un movimento identitario, mentre è più interessante pensare a un “noi” che si fa nel farsi stesso delle lotte che portiamo avanti.

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  2. Grazie di questo importante e stimolante intervento. E, aggiungo, proprio perché i femminismi del mondo non si riducono alla identity theory, questo movimento di sorellanza trasversale non è teso a ‘salvare’ una qualche immaginaria ‘trans’, non stiamo discutendo se si possa o non si possa ‘parlare’ per qualcuno che è subalterno. Tutt’altro: io mi sento di dire ‘sorella, io ti credo’, e aggiungo ‘credo ai tuoi desideri e ai tuoi bisogni, anche se sembrano lontani dai miei’. Queste vostre parole mi e ci danno, mi permetto di dire, gli anticorpi che ci permettono di sfuggire al meccanismo di degenerazione che ha fatto del femminismo, in alcuni ambiti, un vero e proprio ‘marchio’ da sbandierare quando serve (femonazionalismo e simili, se ne scrive in questi giorni su Effimera). Sarebbe molto bello aprire un dibattito su questi temi al prossimo Feminism, cara Giorgia. Grazie sempre di queste letture! Serena

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  5. Dovreste sapere che qua non si parla di una minoranza discriminata, ma di una lobby molto potente, sessista, omofoba e persino transfoba, capace di influenzare e terrorizzare praticamente chiunque…tranne le femministe radicali. Dovreste sapere cosa sta succedendo in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada, ecc…, dove la parola “sesso” è diventata un tabù e l’espressione “sesso assegnato alla nascita” è entrata nel linguaggio comune: stupratori messi in carceri femminili, donne licenziate per aver detto che le donne non hanno il pene, ragazze costrette a dividere i bagni con i maschi, incontri femministi organizzati in clandestinità o con la scorta della polizia, ecc…Bisognerebbe far finta di niente per essere “inclusive” e non far arrabbiare nessuno? Ma non se ne parla proprio! O vogliamo lasciare alla destra il merito di non far arrivare tutto questo anche da noi?

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