«Senza salutare nessuno» di Silvia Dai Pra’: un memoir tra giornalismo e romanzo

di Caterina Venturini

Definire Senza salutare nessuno di Silvia Dai Pra’ un “bel libro” non significa semplicemente usare un’espressione di senso comune, ma apparentarlo a un genere preciso che è quello letterario, l’unico che può e deve permettersi la bellezza intesa come complessità della forma e possibilità (talora) di comprendere più generi in uno: in questo caso il memoir, il reportage giornalistico e il romanzo storico. 

Qualche mese fa il saggio di Walter Siti ha fissato un ulteriore punto sulla differenza tra “Letteratura e giornalismo” (titolo del saggio omonimo), dicendo in sostanza che mentre il giornalismo deve attenersi al vero, ai fatti, la letteratura deve potersi permettere l’ambiguità. Ovviamente il rapporto tra le due ha sempre beneficiato di scambi biunivoci, con una letteratura che negli ultimi tempi ha preso sempre di più dalla biografia (pensiamo nei risultati migliori a Carrère), e con un giornalismo che ha fatto della narrazione forse persino un uso troppo estremo (giustificando un assassino come se ci trovassimo dentro un romanzo: questo è avvenuto soprattutto nei casi di femminicidio). Se dal discorso di Siti, volessimo dunque estrarre una formula, potremmo dire che in letteratura è bello ciò che è ambiguo. EAyeW00WwAAxXup (1)

Manzoni diceva, d’altro canto, che il romanzo storico doveva permettersi l’invenzione, che nel caso di Dai Pra’, non consiste però nel riempire le lacune della storia, ma nel visitarle e mostrarcele così come sono. Ed è anche (e proprio) per questo che Senza salutare nessuno riesce, a differenza del puro giornalismo, a dare un peso anche al silenzio. Del resto, è tipico del memoir, il genere che fa da cornice a quest’opera, spezzare i ricordi -interrompendo la sequenza cronologica- e ricomporli in nuovi collage “senza cancellare i bordi e le separazioni, né riempire i vuoti tra i pezzi” (così lo intende la critica di letteratura italoamericana Edvige Giunta).  Andre Dubus III lo chiama “smembrare”.

E dunque quando il personaggio di Silvia Dai Pra’ non trova quello che sta cercando, ossia perché suo nonno è stato ucciso e infoibato tanti anni prima a Vines, anche questa non-informazione ha un peso specifico. Non è un semplice spazio bianco in una storia che non può essere pubblicata per mancanza di informazioni. Quello spazio bianco è già un’informazione. Un’informazione su una rimozione: familiare, collettiva, e ancor prima politica. Ma poiché si può parlare di una rimozione solo mettendosi al centro e riconoscendola come tale, l’autrice è in grado di farlo solo quando realizza che una certa domanda, posta negli ultimi anni da formazioni di destra: “E allora le foibe?” aveva finora impedito a lei, fin da quando era un’adolescente impegnata di sinistra con una nonna materna staffetta partigiana, di occuparsi di un’altra storia, quella che veniva da un altro ramo familiare: quello di nonna Jole, la madre di suo padre. Il ramo mancante. Il ramo, appunto, rimosso.

Eppure, la prima volta che Silvia Dai Pra’ sente nominare la parola “foiba” ha solo undici anni ed è in vacanza con suo padre e sua sorella in Istria: i tre sono a casa di una vecchia amica della nonna, che mostra loro delle foto di Jole da piccola con i suoi genitori, soprattutto con quel padre, Romeo Martini che nell’ottobre del 43, a guerra finita (per modo di dire) e poco prima dell’arrivo dei tedeschi, fu infoibato a Vines. Ed è a questo
punto che compare quella parola – foiba – ma è poco più di un sussurro tra adulti, e tale resterà per molto tempo; finché dopo vent’anni, durante una festa che Silvia ha dato a casa sua poco prima di partorire, un’amica psicologa si avvicina a delle foto di famiglia appese alla parete e guardando la straordinaria ricchezza di quelle appartenenti al ramo materno, nota uno spazio bianco, un buco e ne chiede ragione a Silvia, che rimane sgomenta. E lì è come se accadesse quello che Freud chiama un aprés coup, la consapevolezza di aver subito un trauma solo quando accade qualcos’altro, “dopo il colpo” quindi. 

daipra (1)Solo a quel punto parte una ricerca, un movimento vero e proprio per rispondere a una domanda che si trasforma nel viaggio che Dai Prà compie in quelle terre dove è avvenuto il fatto, sia per capire perché sua nonno è stato ammazzato, visto che non aveva la tessera fascista, e poi per indagare le cause di un silenzio familiare che – come spesso succede con i silenzi, quando vengono nascosti dentro i corpi – è diventato qualcos’altro: si è trasformato (solo ora lei lo capisce con chiarezza) negli attacchi di panico di sua nonna e nell’anoressia nervosa di suo padre.  

Dai Pra’ si chiede se ci sia un punto di unione tra tutti i figli di coloro che vissero quel dolore, “una foiba che padri e madri consegnarono ai propri figli raccomandando il silenzio, perché quel punto morto non avesse mai un nome né una storia.”

Sua nonna veniva definita con l’espressione di “pessimo carattere”, quando le parole più giuste da accostare a lei sarebbero dovute essere: “trauma, esilio” (dopo la morte del padre, la nonna di Silvia fuggirà con il resto della famiglia verso il Nord Italia, che disprezza tutti gli istriani, considerandoli fascisti) e “depressione”. È quella stessa nonna che durante l’infanzia di Silvia, sembra piangere all’improvviso senza un motivo apparente, ma in realtà il motivo c’è: negli esiliati c’è una doppia vita interiore legata ad altri luoghi, invisibili per le persone che abitano da sempre una sola dimensione, quella in cui sono nate, quella in cui sono affondate e hanno prosperato le proprie radici.

Le parole sono capaci di nascondere, di non dare significato alle cose. Di non farle esistere. Pessimo carattere invece che esilio.

Questa è infatti anche la storia di una rimozione linguistica, attuata dalla famiglia di Dai Pra’, come parte integrante della storia dell’Istria, un terra multietnica durante l’impero austroungarico, e poi invece area di confine e conflitto tra Italia e Jugoslavia: ogni volta che uno dei due paesi riusciva ad avere la meglio cancellava i nomi imposti dal precedente; li rimuoveva imponendo i propri come se le persone potessero realmente cambiare le loro radici, i loro cognomi, come se la (loro) storia non significasse nulla. Chi ha il potere, ha da sempre il potere di cambiare i nomi. Dei paesi, delle persone, di ogni cosa. Santa Domenica di Albona, il paese dov’era vissuta nonna Jole finché la Jugoslavia era stata Italia, in croato è Sveta Nedelia. I cognomi cambiano persino sulle lapidi, tanto da risultare poi diversi i cognomi tra i diversi componenti familiari, a seconda dell’anno in cui sono morti. Rauni-Raunic; Nacinovi-Nacinovic; Martini-Martincic (anche la nonna fino a 6 anni fu Martincic, poi dal 1933 Martini). I fascisti la chiamavano “restituzione”, perché l’impero austroungarico aveva favorito gli slavi, ma il cognome Martini c’era in realtà dalla notte dei tempi.

Quella di Silvia è dunque una ricerca che unendo gli strumenti della storia e del giornalismo (gli archivi, le interviste) arriva a una ricostruzione individuale e collettiva che è quella di una scrittrice che ha bisogno di dare un senso a una storia familiare fatta di silenzi che spesso solo la letteratura ha strumenti per indagare a fondo, cogliendone le contraddizioni. Silvia ricostruisce al contempo la vita del suo bisnonno paterno Romeo, ricco commerciante nato da una famiglia povera, e la crescita economica di una piccola comunità che aveva trovato nella miniera dell’Arsia una certa ricchezza, spazzata poi via nel 1940 dal più grande disastro minerario della storia.

Nel corso del libro, possiamo seguire Dai Prà in un viaggio che segue anche le orme di suo padre che per primo aveva cercato di spezzare quel silenzio portandola in Istria, consegnandola allo sguardo di certi luoghi, pur se nonna Jole quella mattina aveva detto loro di non salutarle nessuno in Istria. E la stessa Silvia quel suggerimento paterno potrà coglierlo solo dopo anni, ricostruendo relazioni familiari e sociali sia del passato recente che di quello più remoto, comprese le sirene del fascismo che promettevano a questa zona sempre più ricchezza. Tuttavia, è come se nel corso di questo cammino rimanesse sempre appesa la domanda: perché Romeo Martini fu ucciso? Solo perché era ricco? 

E noi lettori e lettrici a un certo punto diventiamo come i figli di Romeo, siamo nonna Jole e suo fratello Tullio, è come se ci aggirassimo anche noi come loro in quei giorni del 1943 in quei luoghi in cui un padre è scomparso senza che se ne sappia più nulla, senza che nessuna autorità abbia detto niente. Dai Pra’ ci descrive questi due adolescenti che vanno con dei cestini pieni di cibo in giro per il paese per cercare di farsi dire una parola in più da qualcuno, ma i signori di un tempo ora non comandano più niente. E noi come loro, e come Silvia, per gran parte del libro, non sappiamo neppure dove sono stati sepolti, finché il giorno prima di tornare in Italia, finalmente Dai Pra’ riesce a farsi condurre lì. E ciò che trova sono solo foglie, foglie che ricoprono quell’immenso burrone. La foiba. Non c’è una targa, nulla, silenzio ovunque. E anche lei resta in silenzio. Lei che poi dice a noi: “Non ho niente da dire sulle foglie.” 

Tuttavia, è proprio questo che fa la letteratura, prende quelle foglie e ce le consegna a noi che leggiamo: toglie le foglie da quel precipizio ormai vuoto di cadaveri per raccontare una nuova storia che esplori la violenza di quei tempi, di quei luoghi, e ci consegna insieme alla parola anche il silenzio in cui sono stati avvolti fino a quel momento. 

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