Siamo tutte King Kong?

KKT.indddi Chiara Anselmi

Non è raro aver preconcetti di cui non si è pienamente consapevoli. Ammetto di aver iniziato la lettura di King Kong Theory di Virginie Despentes (la nuova edizione di Fandango libri, nell’affilata traduzione di Maurizia Balmelli) con molta curiosità ma un po’ come fosse la testimonianza di qualcosa di serio, grave ma remoto: cosa potevo avere in comune con un’anarco-punk passata attraverso un ricovero in una clinica per disturbi psichici, uno stupro, la prostituzione e il porno? La sorpresa di sentirmi visceralmente interpellata sin dalle primissime pagine ha svelato il mio pregiudizio, King Kong ne ha smantellato un bel pezzo. O così spero.

Il saggio-biografia si apre con una premessa di posizionamento: Despentes ci illustra da quale sponda ci scrive; la schiera di donne che enumera prende forma nel nostro immaginario diventando una moltitudine che si allarga fino a includerci. Dopo una iniziale resistenza a identificarci con le brutte, le vecchie, le camioniste, le frigide, le malscopate, le inscopabili, le isteriche le tarate (…) tutte le escluse dal grande mercato della gnocca; la frustrazione per il senso di inadeguatezza a standard irraggiungibili che ci incalza da tutta la vita comincia a farsi più nitida: l’ideale della donna bianca soddisfatta e seducente non lo incarniamo neppure lontanamente e, in effetti, nemmeno esiste.

La prima edizione di questo saggio è del 2006, l’autrice aveva esordito nel 1993 con un romanzo senza reticenze: Baise-moi (Scopami), su stupro e conseguente cruentissima vendetta; anni dopo riuscì a trarne anche un film che ebbe grossi problemi con la censura. Vale la pena ricordare che in Italia la violenza sessuale cessa di essere reato contro la morale e diventa reato contro la persona solo nel 1996 e che la rappresentazione della rabbia violenta delle donne ha fatto la sua comparsa nel cinema e nella narrativa solo alcuni anni dopo (Kill Bill di Tarantino è del 2003, per intenderci). Oggi, dopo il #metoo, può accadere che nel pomeriggio domenicale di RaiUno Gina Lollobrigida racconti di essere stata violentata quando era giovanissima, che la furia delle Ragazze elettriche di Naomi Aldermann diventi un best seller internazionale, che la regista Jennifer Kent partecipi alla 75esima Mostra del cinema di Venezia con il racconto cinematografico di stupro e vendetta di The Nightingale.

Bisognerebbe riconoscere a Despentes il merito di aver fragorosamente infranto dei tabù.

Le sue pagine sullo stupro sono potentissime: la dinamica dei fatti, la rimozione del trauma, l’incapacità di nominare l’evento, la consapevolezza di condividere con ogni altra donna l’esperienza della costante esposizione al rischio, la scelta di non farsi definire da quella vulnerabilità lasciano senza fiato.

La femminilità è un simulacro vuoto, lo è anche la mascolinità, la ragazza King Kong invita alla rivolta. Senza scusarci, senza lamentarci. Ci offre la sua rabbia senza rimorso, la violenza subita (anche se il verbo subire suona inappropriato in questo contesto) e quella che ha scelto di raccontare.

Le dinamiche della rappresentazione nel porno, la prostituzione, i rapporti di dominazione tra i sessi vengono analizzati, messi in discussione dal loro interno.

Despentes rivendica il diritto di utilizzare tutti i linguaggi, di decidere autonomamente del proprio corpo desacralizzando la componente sessuale.

Nella morale giudeo-cristiana è meglio esser prese con la forza che esser prese per cagne, ce l’hanno ripetuto fino alla nausea. C’è una predisposizione femminile al masochismo, e non proviene dai nostri ormoni né dal tempo delle caverne, ma da un sistema culturale preciso, questa predisposizione ha implicazioni che intralciano l’esercizio delle nostre indipendenze. Voluttuosa ed eccitante, è al tempo stesso invalidante: essere attratte da quello che distrugge continua ad allontanarci dal potere.

 Lo scandalo di questa ragazza King Kong disturba: è estraneo/estremo e al contempo minacciosamente familiare. Gli interrogativi che sollecita valgono un po’ per tutte: se la pressione cui siamo sottoposte ci dà forma, cosa potremmo essere se venisse a mancare? Tutte le energie dissipate per renderci presentabili e sentirci illusoriamente al sicuro fin dove potrebbero condurci?

Vogliamo essere donne perbene. Se il fantasma appare torbido, impuro o spregevole lo rimuoviamo. Ragazzine modello, angeli del focolare e buone madri, programmate per il benessere altrui, non per scandagliare i nostri abissi. (…) Prima di tutto adeguarsi, prima di tutto pensare alla soddisfazione dell’altro. E pazienza per tutto quello che in noi dobbiamo zittire. Le nostre sessualità ci mettono in pericolo, riconoscerle potrebbe voler dire farne l’esperienza, e per una donna, qualsiasi esperienza sessuale conduce all’esclusione dal gruppo.

King Kong Theory, di Virginie Despentes, traduzione Maurizia Balmelli, Fandango Libri

Un pensiero su “Siamo tutte King Kong?

  1. non ci sono standard irraggiungibili, ci sono donne e uomini fisicamente più belli, più sexy e più seducenti e attraenti di altri ci sono esistono davvero e dobbiamo accettarlo, la bellezza fisica conta per uomini e donne e ha un potere attrattivo innegabile

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