Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

imagesdi Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

In Italia una donna su due non lavora. E il lavoro è spesso così precario e intermittente da costringere a ritardare indefinitamente le scelte di maternità.

Quando poi in Italia le donne fanno un figlio, in 4 casi su 10 restano escluse dal mercato del lavoro. Non solo sono licenziate o discriminate in quanto madri, ma si trovano a sobbarcarsi la gran parte del lavoro domestico e di cura: nel loro monte ore di lavoro quotidiano, il 75% è in attività non retribuite. Questo è uno dei più gravi ostacoli alla loro effettiva realizzazione lavorativa.

In Italia, fare figli è il privilegio di chi ha un reddito e vive in città o aree geografiche dove è migliore la qualità della vita grazie a un sistema economico vitale e a un buon sistema dei servizi. Questo significa che anche nelle scelte di maternità si evidenziano le gravi diseguaglianze sociali che affliggono il nostro paese.

Poter scegliere se e quando diventare madre è diventata una questione di classe, ma di segno opposto rispetto al passato, quando i tassi più elevati di fecondità caratterizzavano le fasce meno abbienti. Perché nel frattempo le donne sono cambiate, e non sono più disposte a sacrificare interamente il proprio benessere, la propria salute, per adempiere al proprio destino di riproduttrici. Ciò però non significa che la rinuncia non comporti sofferenza: se il numero medio di figli per donna è tra i più bassi di Europa, quello dei figli desiderati è invece tra i più elevati.

È allora più che evidente che la politica ha una responsabilità grande. Serve una politica ambiziosa e lungimirante se si vogliono sostenere le donne e le coppie nella realizzazione dei loro desideri riproduttivi.

Ben venga quindi la discussione e la proposta dell’assegno unico per figlio. Soprattutto, ben venga che siano semplificate e unificate le diverse forme di aiuto alla genitorialità. Ben venga che si superi la logica dei bonus nella prospettiva di un investimento strutturale nel sostegno di genitori e figli, e che si renda l’assegno universale, disgiunto dalla condizione occupazionale.

Ma, c’è un ma. Se queste politiche non si accompagnano a interventi che mettano in discussione la divisione sessuale del lavoro e che prendano di petto il problema scarsa occupazione femminile, il rischio è quello di fotografare e cristallizzare l’ingiustizia dell’oggi, pur attenuata da un importante sostegno economico.

Come segnalato a suo tempo dall’economiste di Ingenere bisogna uscire dal labirinto di voucher e bonus bebé, ma in direzione di una prestazione che incentivi l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Alle donne serve cambiamento, non ripiegamento nelle storture del presente.

Non ci sorprende che l’idea di un assegno mensile per ogni figlio susciti entusiasmo tra le donne che oggi sono madri. Perché la loro fatica quotidiana le ha troppo spesso condannate alla solitudine e a un senso profondo di precarietà. Ma dobbiamo essere consapevoli che se non interveniamo parallelamente sulle diseguaglianze di sistema, sia in termini di occupazione sia di servizi, nessun assegno garantirà alle donne la piena realizzazione della propria persona.

Agire sulle diseguaglianze significa anche incentivare una piena condivisione dei carichi di cura tra donne e uomini. Il congedo di paternità obbligatorio esteso a 10 giorni, come viene ora proposto, è certo un passo avanti rispetto ai precedenti 5, e segnala un adeguamento alla recente direttiva del Parlamento Europeo sul work-life balance. Ma l’Italia resta tra i paesi europei con il congedo più breve. La direttiva prevede anche due mesi di congedo parentale (facoltativo) non trasferibile e retribuito per il padre o il secondo genitore: una misura che ci sembrerebbe importante includere da subito in un pacchetto di misure per la distribuzione più equilibrata delle responsabilità. Ma dovremmo essere anche più ambiziose di così. In Parlamento sono già depositate proposte in questo senso, anche per un congedo di paternità (o per il secondo genitore) di durata pari a quello delle madri, da applicare anche alle unioni civili.

Ci vuole coraggio insomma, visione, attenzione alla complessità. Soprattutto, se parliamo di incentivare la natalità, serve fiducia nel futuro. È il momento che chi decide si dimostri all’altezza delle promesse di cambiamento che rivolge al paese, in particolare alle cittadine di questo paese, che alla politica credono sempre meno, che si sentono ad essa sempre più estranee.

Discontinuità reali, politiche adeguate alle disuguaglianze sociali e di genere che mordono e creano insicurezza. Questo è ciò che serve alle donne nel presente e alle generazioni future.

2 pensieri su “Donne, lavoro, maternità: le discontinuità necessarie

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