L’estate del nostro scontento

di Chiara Anselmi, Cecilia D’Elia e Giorgia Serughettiindex

Il clima politico di questa estate 2019 è quello di un’infinita campagna elettorale, sotto la minaccia di una crisi politica continuamente dietro l’angolo e perennemente rimandata. Ogni cosa è esagerata, brandita come un simbolo, agitata per colpire l’avversario o rivendicare meriti. Tutto è sopra le righe, dimensioni e numeri dei fatti reali vengono distorti in un gioco di specchi deformanti per ideologia o ipocrisia.

Il clima meteorologico è invece realmente sopra le righe, si divide tra caldo afoso e super grandinate, i più anziani rimpiangono l’anticiclone delle Azzorre, ma solo i più giovani, con Greta Thunberg, sembrano prendere sul serio i cambiamenti in corso. La ragazza continua determinata la sua battaglia per salvare il pianeta, incurante delle ingiurie sui social e sulla stampa di destra.

Ma un’altra giovane donna è entrata, suo malgrado, prepotentemente in scena nei primi giorni d’estate: Carola Rackete, la comandante della nave Sea Watch 3, con il suo carico di 40 persone salvate al largo della Libia. Per giorni la comandante chiede di poterli portare in salvo in Italia e si muove avanti e indietro lungo le nostre acque territoriali, fino alla decisione di dichiarare lo stato di emergenza e di entrare nel porto di Lampedusa. Tutti gli occhi sono puntati sulla prova di forza del ministro dell’interno intenzionato a dimostrare che con lui e il suo decreto sicurezza bis, nessuno si può permettere di sbarcare. E con particolare garbo istituzionale sostiene che men che mai può farlo la nave guidata dalla “sbruffoncella”. Così, mentre silenziosamente negli stessi giorni arrivano a Lampedusa e nell’agrigentino oltre duecento immigrati, i 40 salvati da una delle “odiate” Ong devono affidarsi alla determinazione della comandante, che nella notte tra il 26 e il 27 giugno, li porterà in salvo, nel nome del diritto internazionale, della civiltà giuridica e dei principi umanitari. E il sessismo e razzismo si scatenano sui social e sul molo in cui la nave attracca, al momento dell’arresto della comandante. Una giovane donna, determinata e sicura è davvero troppo per l’italico maschio sovranista, che si rispecchia nel ministro dell’interno.

La comandate Rackete si sottrae al gioco puerile “capitana contro capitano” e alla domanda della stampa su cosa pensi di Salvini risponde: «Nulla». Non perde però l’occasione, intervistata dal settimanale tedesco Der Spiegel che la ritrae in copertina titolando “Captain Europe” di dichiarare: «Abbiamo bisogno di una soluzione europea per l’accoglienza di quelli che fuggono verso di noi. Il regolamento di Dublino che lascia la responsabilità sulle spalle dei paesi ai confini più esposti è ingiusto». La ricerca di questa soluzione, come ci ricorda instancabilmente la ex eurodeputata Elly Schlein, non ha profittato né dell’impegno del Ministro degli interni (assente quasi tutte le riunioni sull’argomento) né di quello dei 5stelle (che hanno votato contro il progetto di riforma del trattato faticosamente elaborato nello scorso mandato europeo).

Intanto, la mancanza di una politica dell’accoglienza e la miseria disumana dei “porti chiusi” appaiono in tutta la loro gravità, con il nuovo naufragio al largo della Libia e i 150 morti stimati del 25 luglio .

Il clima tossico colpisce i migranti, ma anche, con particolare furia, le donne. Secondo i dati di Vox – osservatorio italiano sui diritti, sono soprattutto loro nel mirino della violenza sui social. Non solo, le manifestazioni d’odio hanno dei picchi proprio in corrispondenza dei femminicidi. Un clima potremmo dire connivente.

E in questo clima il Senato approva il cosiddetto “codice rosso”, un testo arrivato in aula blindato, inemendabile, nonostante gli appunti delle opposizioni e dell’associazioni che si occupano di violenza. Due passi avanti e tre indietro, sostengono Lella Palladino e Antonella Veltri di D.i.re. perché si cerca di rimediare al problema della durata dei procedimenti con l’obbligo di sentire la donna entro tre giorni, ma senza investimenti in personale e in formazione. Il rischio è quindi di una vittimizzazione secondaria delle donne, senza peraltro scalfire il tema dei tempi. Bocciato, tra i tanti, un emendamento che inseriva l’incidente probatorio, quello che rimane sono i nuovi reati – revenge porn, matrimoni forzati, attacchi con acido – e la comunicazione immediata della notizia di reato alla procura.

Negli stessi giorni, il 18 luglio il sottosegretario Vincenzo Spadafora e la ministra Giulia Buongiorno, presentano il Piano nazionale antiviolenza, non un vero e proprio piano operativo, come c’era da aspettarsi visto che c’è il Piano strategico 2017-2020 che già prevedeva una serie di attività, e nemmeno un reale riparto di fondi, non ancora pronto. Le regioni aspettano ancora quelli del 2018.

Nulla dunque di sistematico, coerente, integrato e globale, capace di aggredire la radice della violenza, di costruire prevenzione e di sostenere davvero i percorsi di fuoriuscita delle donne. A sei anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul l’Italia segna ancora il passo. L’approccio continua ad essere emergenziale e repressivo. Il clima misogino. Lo si capisce bene dai disegni di legge di riforma dell’affido e del diritto di famiglia.

Si può dire che la vicenda del ddl Pillon sintetizzi al meglio le sfide che abbiamo di fronte. Un ddl nato da un intento apertamente punitivo nei confronti delle donne, costruito su una logica adultocentrica e contrario all’interesse dei minori (ne abbiamo parlato qui, qui e qui), contestato da un numero incalcolabile di associazioni e organizzazioni, non solo femministe, anche nel corso di audizioni parlamentari, viene dichiarato “superato” ma resta in pista, torna in Commissione Giustizia dove le opposizioni e pezzi della maggioranza ottengono che sia sostituito da un nuovo testo che unifichi i diversi ddl sul tema dell’affido dei figli in caso di separazioni. Ma attenzione: il relatore del nuovo testo sarà… il senatore Simone Pillon! Dire che non ci aspettiamo nulla di buono da quel che verrà fuori a settembre è davvero poco. Un personaggio che è stato protagonista del Congresso delle Famiglie di Verona, che non manca occasione di dichiarare il suo orientamento anti-femminista, omofobo e anti-abortista, incaricato di riformare norme del diritto di famiglia.

Intanto, il “capo” di questa falange fondamentalista, il ministro Salvini, si sottrae al confronto in aula in cui il premier Conte rispondeva alle interrogazioni sul caso Savoini e i presunti fondi russi alla Lega. Si sottrae perché lui ha altro da fare, cose ben più importanti che andare a rendere conto al Parlamento e dunque a noi elettori ed elettrici delle sue relazioni con faccendieri e poteri esteri. Perché il Parlamento per lui è un’inutile perdita di tempo. Ciò che conta è il rapporto con il suo “popolo” (l’unico “vero popolo”), di cui si sente rappresentante e interprete diretto.

Salvini ha incontrato il suo “popolo” anche a Bibbiano, dove ha scaldato la folla dichiarando che non si darà pace «fino a quando l’ultimo bambino in Italia sottratto ingiustamente alla propria famiglia non tornerà a casa da mamma e papà». Ma non ha mancato di rimarcare che se gli assistenti sociali facessero il loro dovere toglierebbero invece i figli ai Rom, indegni di essere genitori, indegni di esistere, meritevoli solo di essere sgomberati dalle ruspe – casomai non fosse chiara la sostanza razzista di cui è impregnato il tradizionalismo della Lega.

La propaganda che la destra ha costruito intorno a Bibbiano racconta comunque la vera posta in gioco di questo caso – terribile – ancora tutto da chiarire. Screditare i servizi sociali, il Tribunale per i minorenni, i saperi esperti garantisce nuove linee di rifornimento alla guerra che le forze populiste stanno combattendo contro le istituzioni pubbliche: contro la scuola che insegna il “gender”, contro i servizi sociali che “rubano i bambini”, contri la magistratura “non eletta”, contro l’obbligo vaccinale, contro il fisco… Una volta distrutto ogni rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni, il paese sarà pronto per essere conquistato dal primo uomo forte di passaggio. E questo Salvini lo sa. Lo sanno anche i suoi alleati di governo?

Quella che stiamo vivendo sarà una lunga estate, in cui non avremo pace. In cui serviranno menti deste e sensi in allerta, perché tra crisi rimandate, dichiarazioni vuote e distrazioni mediatiche create ad arte, rischiamo di perdere di vista la chiarezza del disegno politico che minaccia le nostre vite.

3 pensieri su “L’estate del nostro scontento

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