Verona non è il Medioevo, è un modernissimo contrattacco

bouquetdi Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti

Da oggi a domenica a Verona, in occasione del World Congress of Families, l’Italia si farà palcoscenico per l’internazionale dell’integralismo e dell’omofobia. Si aggirano infatti per l’Italia e l’Europa nuovi fanatici che si ergono a paladini della famiglia e di un presunto “ordine naturale”.

Per capire chi sono vale la pena leggere il dossier redatto dall’Epf – European Parlamentary Forum, rete di parlamentari di tutta Europa impegnati a tutelare la salute sessuale e riproduttiva delle persone, “Ripristinare l’ordine naturale: la visione degli estremisti religiosi per mobilitare le società europee contro i diritti umani sulla sessualità e la riproduzione”, tradotto in italiano dal Comitato di Torino Se Non Ora Quando?. Le pagine mostrano bene obiettivi e strategie del gruppo denominato “Agenda Europa”. Una rete che oggi coordina oltre 100 organizzazioni contro i diritti umani, contro i diritti delle donne e anti-LGBTI, provenienti da oltre 30 paesi europei, e che ambisce a mettere in discussione diritti riconosciuti in ambiti come la sessualità, la riproduzione, la famiglia. Di mira sono presi, ad esempio, il diritto al divorzio; l’accesso alla contraccezione, alle tecnologie di riproduzione assistita o all’aborto; l’uguaglianza per le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali o intersessuali (LGBTI) o il diritto di cambiare genere o sesso senza temere ripercussioni legali. Tra i loro obiettivi vi è anche impedire la ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere e contrastare le legislazioni sulla parità. Hanno promosso un blog, organizzano summit annuali e si sono dotati di un manifesto politico: Ristabilire l’Ordine Naturale: un’Agenda per l’Europa (RTNO o il manifesto). Testo in cui si condanna la dissociazione tra atto sessuale e procreazione e il ricorso alla contraccezione, lesiva della dignità della sessualità.

Quello che è molto interessante, che già vediamo all’opera nelle nuove campagne prolife o negli argomenti utilizzati a sostegno dei disegni di legge come quello presentato in Italia dal senatore Pillon, è l’appropriazione consapevole del linguaggio utilizzato dai cosiddetti avversari. Tutta la grammatica dei diritti viene impiegata in nuovi contesti per mettere in discussione norme non condivise. L’aborto diventa la prima causa di femminicidio. L’educazione di genere nelle scuole è stigmatizzata come violenza. Le politiche antidiscriminatorie vengono osteggiate negando, per esempio a chi è oggetto di aggressioni e attacchi di stampo omofobico, lo status di vittime. Al contrario, i fautori dell’ordine naturale si presentano come vittime della rivoluzione sessuale e culturale egemone nelle nostre società secolarizzate. Lamentano la presunta discriminazione dei cristiani in Europa. Scelte consapevoli sono trasformate in costrizioni culturali, sociali o politiche.

Parte della strategia è finalizzata a diventare interlocutori credibili delle istituzioni nazionali e internazionali. Un impegno che vediamo all’opera anche nello sforzo attuato dai promotori del Congresso Mondiale delle Famiglie per normalizzare le posizioni espresse in questo consesso. A riprova del fatto che i soggetti in questione non sono un manipolo di strambi adoratori della società tradizionale del passato: sono protagonisti consapevoli della politica del nostro tempo, intenzionati ad esercitare una pressione politica sui governi di tutti i paesi a sviluppo avanzato, in particolare su quelli che, come l’Italia, più avvertono il pericolo del declino demografico. Al centro della loro preoccupazione c’è infatti l’“inverno demografico” che nella rappresentazione che viene offerta appare causato dal femminismo, dalla liberazione sessuale, dalla diffusione di divorzio, contraccezione e aborto, omosessualità. Ne discende, evidentemente, la necessità di aggredire il fronte delle libertà individuali. Mentre le difficoltà economiche e sociali in cui si dibattono le donne in paesi come il nostro diventano terreno fertile per l’offerta di una sicurezza paternalistica in cambio di una libertà che, in mancanza di protezioni sociali, rende oggi le vite fragili e precarie.

C’è in questo progetto un’idea autoritaria di welfare familiare, che promette un ampio sostegno per la natalità ma, da un lato, usa come base di distribuzione non le donne ma la famiglia “naturale” (“sola unità stabile e fondamentale della società”, come recita la presentazione del Congresso), dall’altro distingue tra chi è degno e chi no di accedere a tale sostegno, espungendo dalla nozione di famiglia ciò che non è “naturale”: famiglie monoparentali, omogenitoriali, divorziate, allargate…

Per questo, per quanto evocativo, il richiamo al Medioevo che troviamo in tanta comunicazione avversa all’evento ci sembra rischi di non cogliere nel segno. Quello che abbiamo di fronte è un fenomeno del tutto contemporaneo, che si situa piuttosto nella scia di quel “contrattacco” (backlash) di cui parlava Susan Faludi nel suo celebre libro del 1992. La giornalista americana vedeva all’opera, nei decenni immediatamente successivi a quelli della “seconda ondata” femminista, della critica all’autoritarismo, della conquista di nuovi diritti, una “guerra non dichiarata” contro le donne, condotta attraverso i giornali, la televisione, il cinema, i discorsi politici. Risale agli anni Ottanta, infatti, la rivoluzione conservatrice di Reagan e Thatcher che, in un mix di conservatorismo morale e liberismo economico, mirava a tradurre la domande di libertà che si erano espresse in quegli anni in una nuova ideologia del mercato, mentre segnava la rivincita dell’individualismo e degli interessi privati e familiari sulle spinte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta.

Non sorprende allora che tra gli iniziatori del Congresso Mondiale delle Famiglie, nel 1997, ci sia Allan Carlson, ex funzionario dell’amministrazione Reagan e allora presidente del Centro per la Famiglia, la Religione e la Società, gruppo conservatore che si oppone all’aborto, al divorzio e all’omosessualità. Né sorprende che questa internazionale del tradizionalismo politico e religioso abbia guadagnato forza politica e mediatica in un tempo in cui la crisi economica ha ulteriormente eroso il welfare state costruito nel dopoguerra.

In questo senso, l’evento veronese parla di un fenomeno che si inscrive pienamente nelle dinamiche politiche del presente. Tanto più insidioso in un paese come il nostro che soffre di una cronica debolezza delle politiche sociali, di sostegno al lavoro femminile, di conciliazione.

L’opzione populista, che collega questi movimenti cristiani “identitari” e tradizionalisti a partiti della destra e dell’estrema destra, promette ascolto e agibilità politica a cittadini delusi dalla libertà liberista, disorientati dalla globalizzazione, e preda di un sentimento diffuso di insicurezza. Promette la sicurezza che nasce dalla restaurazione di un ordine, fatto di confini solidi che separano chi appartiene alla comunità nazionale dagli altri che ne solo esclusi, e di gerarchie di genere, sessuali, razziali.

Questo ordine è rappresentato come minacciato da tutte quelle forze che propagandano i valori della società aperta, ma anche che avanzano istanze di giustizia sociale in una prospettiva anti-autoritaria. Quindi le élite economico-finanziarie, accusate di impoverire la gente comune; ma anche le femministe, o per estensione tutte le donne che mandano all’aria i matrimoni e rifiutano i valori della famiglia tradizionale; e poi i migranti che violano i confini venendo a rubare lavoro e risorse, e per estensione tutti i fautori delle frontiere aperte.

Siamo dunque di fronte a un’espressione della modernissima torsione illiberale della democrazia, che maschera dietro l’opposizione alle élite globaliste e anti-identitarie una strategia di attacco alla libertà e autonomia delle donne e ai diritti delle minoranze sessuali ed etnico-razziali.

Una sfida che attraversa il continente europeo e che è da prendere molto sul serio.

 

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