Altri sguardi, le pioniere della settima arte

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Lois Weber

di Chiara Anselmi

careersUna giovane nordamericana che, nel 1920, avesse cercato ispirazione nel popolare libro di Catherine Filene “Careers for women” -guida alle centosessanta professioni appropriate per le giovani donne- vi avrebbe trovato un vigoroso incoraggiamento a intraprendere la carriera di regista cinematografica. I consigli elargiti da Ida May Park (1879 –1954) regista e prolifica sceneggiatrice, sottolineavano la naturale inclinazione delle donne verso la professione grazie alla “superiorità delle loro facoltà emotive e immaginative”. Il suggerimento era tutt’altro che campato in aria: nel 1916 il regista più pagato di Hollywood era in effetti una regista: Lois Weber.

Nel secondo decennio del Novecento non era insolito trovare una donna dietro la macchina da presa: cent’anni fa la percentuale di opere realizzate da cineaste arrivava a raggiungere il 18%, oggi è molto più bassa (dati qui e qui )

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Alice Guy

Ma l’avventura delle donne nel cinema era iniziata un paio di decenni prima, a Parigi. Era il 1896 quando Alice Guy (1873 – 1968), stenodattilografa poco più che ventenne alle dipendenze dell’industriale Léon Gaumont, riuscì a convincere l’imprenditore a concederle un rullo di pellicola e una cinepresa per raccontare una storia, invece di limitarsi a riprendere scenette di vita quotidiana. Con il suo cortometraggio La feè aux choux contende a George Méliès il titolo di inventrice del cinema narrativo. Per una decina d’anni rimane l’unica rappresentante del genere femminile nell’industria nascente; realizzando centinaia di film conquista la direzione di tutta la produzione degli imponenti studi Gaumont. Esplora la farsa e il vaudeville, l’avventura e il racconto religioso. Il suo Les résultats du féminisme  è una esilarante parodia delle inquietudini dei suoi contemporanei di fronte alle rivendicazioni del movimento suffragista. Negli anni ’10 del Novecento, trasferitasi negli Stati Uniti, sarà la prima donna a possedere una sua casa di produzione dotata di teatri di posa. Nell’epoca in cui trionfa il colossal razzista di D. W. Griffith Nascita di una Nazione, Guy sfida le convenzioni realizzando il primo film con un cast interamente afroamericano. Anche lei, come Park, perora la causa delle donne:

 

Non c’è nulla di relativo alla realizzazione di un’opera cinematografica che una donna non possa fare con la medesima facilità di un uomo, e non esiste una ragione per cui non possa esercitare la completa padronanza tecnica dell’arte”

scrive nel 1914 in un articolo per una rivista del settore.

In Italia intanto, nel 1906, Elvira Coda Notari (1875 – 1946) aveva fondato a Salerno la Dora Film. I suoi lavori riempivano le sale nazionali e venivano esportati negli Stati Uniti dove nutrivano la nostalgia di casa degli emigrati italiani. La sua intuizione geniale fu quella di acquistare i diritti dei testi delle canzoni vincitrici del festival di Piedigrotta, che usava come canovacci per le trame dei suoi film; il pubblico delle sceneggiate accorreva in massa a vedere le avventure dei protagonisti delle canzoni raccontate sullo schermo. L’avvento del sonoro e la censura fascista misero fine alla sua carriera durata più di due decenni.

Mentre in Europa Germaine Dulac, Asta Nielsen, Lotte Reininger percorrevano il sentiero tracciato da mademoiselle Guy, negli Stati Uniti la schiera delle registe/produttrici si allargava. Molte debuttarono come attrici: la fidanzatina d’America Mary Pickford (1892-1979), stufa dell’idiozia dei copioni che le venivano assegnati, fondò col marito Douglas Fairbanks una casa di produzione per commissionare a Frances Marion (1888-1973) la stesura di sceneggiature meno dozzinali.

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La canadese Nell Shipman (1892-1970) aveva iniziato a 13 anni a lavorare in teatro con compagnie di giro e a 22 aveva già conquistato una discreta reputazione come sceneggiatrice e regista cinematografica a Hollywood. Rifiutò un ricco contratto con il produttore Samuel Goldwyn per essere libera di realizzare storie di donne libere e indipendenti. Suo è uno dei primi nudi integrali sullo schermo, sue erano le acrobazie da stuntgirl delle eroine avventurose che amava rappresentare, suoi erano gli animali: non sopportava che orsi, procioni, puzzole oltre che cavalli e cani di scena fossero sottoposti a maltrattamenti. Animalista ante litteram, ne riscattò decine dagli ammaestratori, e li accudiva e addestrava personalmente.

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Lois Weber

 

Anche Lois Weber (1879 – 1939) non si accontentò del ruolo di attrice con cui aveva esordito: l’urgenza di trattare temi come la pena di morte, la miseria, il controllo delle nascite -argomenti che le costarono qualche grana con la censura- la spinse a scrivere, dirigere e infine produrre i suoi film (anche lei in società con il marito).

Una donna regista non doveva apparire un’idea tanto stravagante nel 1916, se la sino-americana Marion Wong (1895-1969) riuscì a convincere uno zio commerciante a prestarle i soldi per fondare la Mandarin Film Company. Il suo unico tentativo: ‘La maledizione di Quon Gwon, quando l’estremo Oriente incontra l’Occidente’ voleva essere una riflessione sull’assimilazione della popolazione cinese nella società americana, ma non ebbe successo e la compagnia fece bancarotta.

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Dorothy Arzner dirige Clara Bow

Il contributo femminile alla tecnica non fu affatto secondario: all’avvento del sonoro Dorothy Arzner (1897- 1979), stufa di dover riprendere gli attori impalati accanto all’elemento di scenografia dietro cui era nascosto il microfono, ebbe l’intuizione di assicurarlo a un’asta mobile con cui seguire i movimenti degli interpreti, restituendo loro la libertà di utilizzare espressivamente lo spazio del set.

 

Non tutte si conoscevano, non tutte si frequentavano, ma era consuetudine per le professioniste affermate fare da mentori alle giovani. Frances Marion (prima donna a vincere un premio Oscar nel 1930 per la sceneggiatura di Carcere) teneva settimanalmente a casa sua riunioni riservate alle colleghe per scambiare consigli e informazioni.

Furono la crescita dei costi di realizzazione dei lungometraggi sonori, la concentrazione della produzione e della distribuzione nelle mani di grandi Major’s finanziate dai magnati di Wall Street, la fine dell’impresa ‘artigianale’ a estromettere le donne da Hollywood. Produrre e dirigere era diventato un mestiere troppo redditizio per lasciarlo in mani femminili. Molte delle donne che avevano contribuito al successo della settima arte non erano del resto disposte a sottomettersi a padroni prepotenti, né volevano rinunciare alla loro libertà creativa.

–“La mia filosofia è che per fare la regista non devi essere succube di nessuno, neppure del capo dello studio. Ho minacciato di abbandonare il set ogni volta che non mi lasciavano fare di testa mia; nessuno ha mai permesso che me ne andassi” Dorothy Arzner

– “Non mi convinceranno mai che gli spettatori preferiscano il cinema leggero a quello serio… Se posso – con i miei film- seminare il germe di un’idea in uno degli spettatori o delle spettatrici mi reputo soddisfatta. Voglio presentare il mio punto di vista, per questo non posso accontentarmi di dirigere le storie di qualcun altro, sarebbe una creazione dimezzata” Lois Weber

Sul finire degli anni ’20 del Novecento la possibilità per una donna di dirigere un film si era enormemente ridotta, per le cineaste il set si era trasformato in un campo di battaglia. Tanto che, alla richiesta di consigli per le aspiranti registe, fu proprio Weber a rispondere: “Don’t try it”, lasciate perdere.

Che film avremmo potuto vedere se il genere femminile non fosse stato estromesso dalla produzione cinematografica, e non ne fosse stata cancellata anche la memoria?

Quanto dovremo ancora attendere perché lo sguardo delle donne al cinema cessi di essere un’eccezione?

Biografie e filmografie di queste -e moltissime altre-  autrici dimenticate dalla storia ufficiale le trovate nel bellissimo sito Women’s Film Pioneer Project 

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