Donne che parlano, o dell’esorbitante prezzo del perdono

di Chiara Anselmi

Tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, gli abitanti di una colonia di mennoniti (setta cristiana anabattista che rifiuta la modernità, osserva rigidissimi codici di comportamento e vive isolata del resto del mondo) furono indotti a credere che le donne del villaggio venissero punite dal demonio per comportamenti immorali.

Alcune abitanti della colonia -donne, ragazze e persino bambine- si svegliavano al mattino torpide, svestite, piene di lividi, con tracce di sangue e sperma sul corpo e sulle lenzuola e senza alcuna memoria di cosa fosse accaduto durante la notte.

Per mesi, anni, il pastore e gli anziani del villaggio propinarono ai concittadini arzigogolate teorie su entità demoniache che avrebbero commesso stupri fantasma o imputarono il fenomeno al tentativo da parte delle vittime di celare adulteri o ancora alla selvaggia immaginazione femminile.

La triviale realtà era che un gruppo di coloni utilizzava uno spray anestetico veterinario per narcotizzare le donne e abusare di loro.

Sembra l’incipit di un sinistro racconto distopico e invece è la cronaca di crimini reali cui si è ispirata la scrittrice canadese Miriam Toews per costruire la trama del suo romanzo Donne che parlano.

L’autrice -nata e cresciuta lei stessa in una colonia di mennoniti dalla quale fuggì non appena raggiunta la maggiore età- definisce il romanzo una risposta narrativa a fatti di vita vissuta e un atto di immaginazione femminile.

Il racconto inizia con i responsabili materiali delle violenze in procinto di essere rilasciati su cauzione e le donne del villaggio alle prese con l’indigesta richiesta da parte del pastore della colonia di accordare il perdono agli stupratori.

Hanno solo quarantotto ore le protagoniste del libro per prendere una decisione. Otto contadine analfabete, segregate dal mondo e prive di mezzi di sostentamento si riuniscono segretamente in un fienile, consapevoli che l’unica decisione possibile è una decisione collettiva.

Se il pastore e gli anziani di Molotschna hanno deciso che dopo queste violenze noi donne non necessitiamo di assistenza psicologica perché quando si sono verificate non eravamo coscienti, allora cosa dovremmo, o addirittura potremmo, perdonare? Qualcosa che non è accaduto? Qualcosa che non siamo in grado di capire? E più in generale cosa significa? Che se non conosciamo ‘il mondo’ non ne saremo corrotte? Che se non sappiamo di essere prigioniere allora siamo libere?

Una polifonia di voci molto diverse una dall’altra ci svela il graduale processo di autoaffermazione di queste donne che nel decidere se restare e non fare nulla, restare e combattere oppure abbandonare per sempre la colonia, provano per la prima volta a definire loro stesse e il loro rapporto col mondo. Nonostante conflitti e differenze accettano l’evidenza di appartenere a un unico gruppo: quello di coloro alle quali non è mai stato riconosciuto il diritto di decidere.

Come ti sentiresti se tutto quello che pensavi non avesse mai contato?

Discutono e si punzecchiano, ridono, si intrecciano i capelli, piangono, si domandano se esista l’amore mentre imparano a riconoscere il sapore inaspettato che la parola rivoluzione gli lascia in bocca; in un crescendo di rabbia non solo nei confronti degli autori dei crimini, anche nei confronti degli uomini -fratelli, padri, zii, mariti- che col loro silenzio hanno cementato una comunità in cui questi crimini possono restare impuniti. Ben oltre il ritratto di una colonia arcaica e fuori dal mondo, questo torrenziale dialogo femminile ci interpella: che tipo di riconciliazione è possibile in una società connivente, quando non direttamente responsabile, degli abusi nei confronti delle donne?

…molte delle persone che amiamo sono persone di cui abbiamo anche paura.

Le donne immaginarie di Molotschna prendono in mano i loro destini e conducono il romanzo verso l’epilogo, per quelle del villaggio reale di Manitoba la storia andò in modo molto diverso. Nel 2013, due anni dopo il processo che aveva rivelato l’orrore, la giornalista statunitense Jean Friedman-Rudovsky passò alcuni giorni nella colonia per realizzare un reportage. Dopo aver ricevuto, incredula, rassicurazioni circa l’avvenuta riconciliazione tra vittime e stupratori, nell’ultimo giorno di permanenza raccolse una testimonianza:

“Lo sai che continua a succedere, vero?” mi disse una donna mentre bevevamo un bicchier d’acqua fuori dalla sua casa. Non c’erano uomini nelle vicinanze. Sperai di non aver compreso, ma l’interprete mi confermò che avevo capito benissimo. “Gli stupri con lo spray – continuano a succedere” aveva detto.

Donne che parlano

Miriam Toews

Traduzione di Maurizia Balmelli

Ed. Marcos y Marcos

Euro 18.00

The Ghost Rapes of Bolivia

Jean Friedman-Rudovsky per Vice (2013)

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