Violenza contro le donne. Perché dobbiamo continuare a lottare

foto25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. È l’occasione per dichiararsi tutti – istituzioni politiche e culturali, giornali e televisioni, partiti e sindacati, associazioni e comitati di ogni sorta – convinti difensori del genere femminile. In questi giorni è un susseguirsi di dichiarazioni, iniziative, convegni, campagne di comunicazione. In tanti si dicono impegnati nella lotta contro la violenza. E tanti probabilmente lo sono, più o meno efficacemente.

Dunque è fatta, verrebbe da dire. L’opinione pubblica diffusa ha capito. A cinque anni dalla ratifica della Convenzione di Istanbul il Paese è più avanti.

Eppure, qualcosa non torna. E non solo per quello che raccontano i dati sui femminicidi, che non vanno a diminuire, o quelli sulle denunce, che sappiamo essere sempre parziali e non cogliere la tanta violenza sommersa che si consuma nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle strade. Qualcosa non torna soprattutto guardando al clima generale.

La violenza è un fenomeno complesso e strutturale, ha radici nella nostra storia patriarcale e nei rapporti di potere tra i sessi, nel cambiamento avvenuto e nelle resistenze ad esso, nella libertà delle donne e nella guerriglia scatenata contro di essa. La violenza si alimenta di una cultura, una mentalità, e agisce in forme varie. Per questo per prevenire e contrastare c’è bisogno di politiche integrate, di rete, che abbiano continuità.  Serve una visione d’insieme, non solo spot, non solo singoli provvedimenti. Soprattutto serve coerenza nel modo di guardare ai rapporti tra gli uomini e le donne, alla libertà di quest’ultime, alla loro autorevolezza.

La politica del nostro Paese dà invece segnali contraddittori che non aiutano a stabilizzare le politiche di prevenzione e di contrasto.

Pensiamo a Matteo Salvini che, con una mano, quella di Ministro degli Interni, promette efficienza ed efficacia degli strumenti per il contrasto della violenza, mentre con l’altra mano (quella di leader della Lega?) pubblica una foto di ragazzine minorenni, sue oppositrici, dandole in pasto ai suoi milioni di follower affinché scatenino il loro consueto odio. Oppure a Giulia Bongiorno, Ministra della Pubblica amministrazione, che da una parte propone misure come il “codice rosso” per l’esame delle denunce di violenza, ma dall’altra difende l’esistenza della (inesistente) sindrome di alienazione parentale, usata nelle aule dei Tribunali per attribuire alle madri la responsabilità quando c’è un rifiuto dei minori di vedere i propri padri – cosa che spesso accade perché essi sono, appunto, violenti. Questo significa alimentare il rischio per i bambini di essere esposti a un genitore violento, e per le madri di essere separate dai figli (e questo rischio è un forte disincentivo a denunciare).

Si tratta della stessa logica che fa da base al disegno di legge presentato dal senatore Pillon per la riforma dell’affidamento dei figli in casi di separazione.

Sono scelte e/o convinzioni politiche che creano un terreno favorevole alla violenza, o rendono più difficile uscire da relazioni violente. Se non si capisce questo nesso difficilmente si può mettere in campo un lavoro coerente ed efficace sul tema.

Ma non basta. Guardiamo anche alla politica sull’immigrazione: il decreto Salvini ha abrogato la protezione umanitaria, riducendo di molto la casistica di chi può accedere alla protezione. Di fatto, come spiega Angela Tognolini, è una legge che colpisce le persone vulnerabili “quelle con malattie gravi, i giovanissimi e le donne sole con bambini. Questo è confermato dai dati, che mostrano come la protezione umanitaria sia accordata prevalentemente alle donne (il 30 per cento delle richiedenti donne riceve la protezione umanitaria) e ai minori (il 59 per cento di richiedenti minori riceve la protezione umanitaria)”. La conseguenza sarà un aumento della marginalità e della vulnerabilità di queste persone e quindi anche del rischio che siano esposte a violenze e sopraffazioni.

Per non parlare delle politiche economiche o, più in generale del ruolo delle donne che emerge dal contratto di governo e dalle scelte fatte in questi mesi. Ne viene fuori, come ci segnala Ingenere, tra quello che manca – come le politiche attive per il lavoro femminile e le istituzioni “di genere” – e quello che c’è – la promessa di un pezzo di terra alle famiglie che faranno un terzo figlio –, una potente impronta conservatrice. Con buona pace dell’empowerment femminile, vera politica di prevenzione della violenza contro le donne, come dimostra (a contrario) anche lo studio di We World sulle donne che vivono nelle periferie e che meno di altre la percepiscono come tale.

Dunque il Paese non è più avanti. Oltre i proclami e le buone intenzioni sbandierate c’è la verità delle politiche regressive e dell’ideologia del governo giallo-verde. Nulla di buono per la prevenzione e il contrasto della violenza.

Per questo ieri, per il terzo anno consecutivo, la manifestazione promossa da Non Una di Meno ha convocato in piazza migliaia di donne e di uomini di ogni età per dire basta ad ogni violenza e rivendicare la libertà e la forza delle donne. Per questo non smetteremo di lottare.

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