Le donne, la scrittura e la storia non ancora narrata

di Giorgia Serughetti

Cosa cerca una donna quando scrive? Con questa domanda si apre il libro di Maria Rosa Cutrufelli, Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli, 2018). Un libro che parla dell’arte del narrare, dal mito all’autofiction, attraverso la penna di una scrittrice che ha praticato quest’arte in ogni forma, attraverso inchieste giornalistiche, saggi, racconti, romanzi.

Nella visione di Cutrufelli, la scrittura si presenta come una pratica rigorosa, che richiede di padroneggiare una tecnica, di rispondere alle regole severe che l’autrice si dà e che sono al tempo stesso il vincolo e l’opportunità attraverso cui la creazione si dispiega, costringendola a un esercizio di coerenza.

In un tempo in cui la scrittura è dappertutto, in cui le piattaforme di condivisione offrono una superficie per imprimere e rendere pubblico ogni aspetto del vissuto e del sé, ciò che viene a mancare è proprio la mediazione dello strumento letterario, quella tra esperienza e narrazione. Non è dunque affatto superfluo tornare a chiedersi: perché si scrive? Come si scrive? E anche – domanda ricorrente – esiste una scrittura “femminile”, o meglio una scrittura “di donne”? (Se l’aggettivo “femminile”, dice l’autrice, le “provoca una specie di allergia”, più interessante le sembra parlare di donne e uomini).

Fin dal titolo, che richiama la metafora dell’inchiostro bianco, immagine del latte materno, tratta da Il riso della Medusa di Hélène Cixous, l’autrice dichiara la sua collocazione nel pensiero della differenza sessuale, la sua volontà di radicare la scrittura nel corpo, nel corpo femminile, come luogo dell’esperienza del mondo. Il libro è dunque una ricerca del senso libero della differenza sessuale nella scrittura, propria e altrui. Ma altrettanto importante, per Cutrufelli, è la consapevolezza delle differenze, al plurale, della loro continua intersezione. Per questo richiama la figura della casa della differenza di Audre Lorde, per indicare “il luogo dove l’io può raccontarsi nelle sue molteplici versioni e chiamarsi con i suoi molteplici nomi”.

Una di queste differenze è quella geografica, quella che fa di una donna nata in Sicilia una “donna del Sud” se, per esempio, vive a Bologna, ma che la porta anche a rivendicare questa appartenenza, facendo dell’essere donna e meridionale un punto di vista singolare e un posizionamento politico. “Sono nata in Sicilia. E questo è un dato. Ma non è la casualità della nascita, bensì una scelta precisa, compiuta molto più tardi, che mi fa dire: io appartengo al Sud”.

Verso questo Sud “personale”, guardato attraverso i propri occhi, Cutrufelli ha assunto, con la scrittura, una responsabilità e un impegno, testimoniato da saggi come Disoccupata con onore, scritto a metà degli anni ’70, ma anche da romanzi come La briganta, Canto al deserto, I bambini della Ginestra. Cercando le donne, e mettendo in gioco se stessa, l’autrice esplora anche l’universo inquietante delle donne di mafia, e l’emancipazione “nera”, che rinuncia alla libertà per il potere, come contrapposta all’emancipazione “bianca”, votata alla libertà.

Le differenze, dunque. E differire è già una relazione. Ma le relazioni sono al centro di questo libro anche in altri sensi. Intanto, ci dice l’autrice, scrivere è sempre un agire relazionale, la relazione con l’alterità è consustanziale al narrare. Persino quando si narra se stesse, si scrive anche di ciò che non è il sé, che è l’altro da sé. Inoltre, le relazioni sono spesso ciò che consente alla scrittura di vivere e di sopravvivere.

Di vivere, perché non esiste vita pienamente umana nella solitudine. Lo racconta l’autrice a conclusione del capitolo (Permessi e divieti) che ripercorre la personale lotta contro la norma secolare della docilità e dell’obbedienza. “Pur di evadere dalla prigione di un linguaggio non mio, recisi il legame dell’obbedienza. Diventai una specie di fuorilegge. A fatica e spesso con dolore, però imparai a spogliarmi di ogni velo. Imparai anche a guardarmi attorno e in quel mondo nuovo, non più segnato dalla prudenza emotiva, scoprii di non essere sola. A ogni passo m’imbattevo in figlie prodighe e persino in molte madri imprudenti, vissute in epoche ben più difficili della mia. […] Cominciai a raddirizzare lo sguardo, a specchiarmi nelle opere di altre donne e ‘a fare il giro di me stessa sulla piattaforma girevole’ della scrittura creativa”.

Ma le relazioni tra donne spesso sono quelle che permettono anche alla scrittura di sopravvivere, come insegna la vicenda di Gaspara Stampa, la cui opera fu tramandata dalla sorella Cassandra. Una storia esemplare, non solo del talento femminile che è vissuto in ogni epoca, per quanto nascosto sotto coltri di oblio, ma anche del sospetto e dell’astio suscitato nei secoli da versi, come quelli di Gaspara Stampa, che vedono la donna nella posizione di cantrice d’amore, e l’uomo in quello di oggetto d’amore, cantato.

Scrivere con l’inchiostro bianco è insomma un racconto del divenire e dell’essere scrittrice, come storia di un conflitto con le norme sociali, culturali, con il dover essere, e le aspettative interiorizzate che impediscono l’invenzione creatrice. Ma è anche un’interrogazione sul rapporto tra il soggetto, il corpo, il potere, che indaga la scrittura come luogo di un rapporto politico. È dunque un libro politico, quello di Maria Rosa Cutrufelli, sulla storia e il presente delle donne, e sulla sfida e il compito che ha assegnato loro Ursula Le Guin: cercare il soggetto e le parole “dell’altra storia, la storia non ancora narrata, la storia della vita”.

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