L’onda rosa contro Trump

ows_1504804467970di Francesca Caferri

Che il loro ruolo sarà fondamentale lo ha riconosciuto anche il grande protagonista delle elezioni americane di midterm di martedì: il presidente Donald Trump. “Le donne –  ha detto in uno dei suoi ultimi comizi – non vogliono i migranti della carovana in America, le donne vogliono sicurezza, vogliono stare sicure”. Già, le donne: insultate nella campagna elettorale del 2016, derise alle prime uscite dei Pussy hat, i cappelli rosa che sono stati il primo simbolo della rivolta contro il presidente, sottovalutate come forza di cambiamento durante le udienze per la conferma del giudice Brett Kanavaugh alla Corte Suprema, le donne saranno, stando a tutte le analisi, la parte dell’elettorato che deciderà l’esito di questo voto.

Fondamentale, in particolare, sarà il ruolo dell’elettorato femminile bianco urbano: quello che nel 2016 abbandonò Hillary per un mai celato disprezzo nei confronti dei Clinton e che consegnò in questa maniera la vittoria a Trump.

Ma dal 2016 ad oggi negli Stati Uniti è passato un secolo in termini di genere: le donne si sono ribellate a Trump sin dai primi giorni della sua presidenza, cappellini rosa in testa. Hanno analizzato in libri e dibattiti tv il perché di un “no” tanto diffuso alla prima potenziale presidente donna. E soprattutto, hanno portato un terremoto nel mondo dello spettacolo, dell’economia e della politica americana con #MeToo. Ora tutto questo può diventare ancora più importante ed entrare nel mondo della politica dalla porta principale.

Secondo i dati del Center for Women and American Politics (CAWP) dell’università di Rutgers, uno dei più antichi centri di ricerca in materia, ci sono 257 donne in corsa per Camera e Senato. Il numero più alto mai registrato. La stessa fonte sottolinea che per la prima volta le donne potrebbero conquistare un quarto dei seggi disponibili alla Camera e al Senato. In particolare le deputate potrebbero superare le 100 unità, toccando una vetta storica (al momento ci sono 61 democratiche e 23 repubblicane). Un’ondata che parte da lontano: 61 donne (41 democratiche e 20 repubblicane) a tentare le primarie del proprio partito per la nomination alla carica di governatore: a spuntarla 12 democratiche e 4 repubblicane. Una minoranza sparuta, all’apparenza: ma, a guardarlo bene, solo la cima di un iceberg che, da più di un anno, ha visto migliaia di donne correre per centinaia di seggi, dai consigli municipali in su. E i gruppi di sostegno alle candidate – in cima a tutti le veterane di Emily’s list – raccogliere fondi come mai prima d’ora.  In prima fila ci sono una serie di volti nuovi, come Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane progressista che a New York ha mostrato il potenziale dei giovani democratici, e Ilhan Omar, americano-somala, velata, che corre in Minnesota ed è diventata il simbolo delle seconde generazioni americane.

Servirà questo a battere il più misogino dei presidenti? Cnn scommette di sì: secondo un sondaggio realizzato dal network il 63% delle americane preferisce i candidati democratici, contro un terzo delle elettrici che si schiera con i conservatori. Un minimo storico assoluto dell’indice di gradimento per i repubblicani tra l’elettorato femminile.

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