Parola di turnista (perché il tema delle aperture domenicali dei negozi non è una barzelletta, soprattutto per le donne)

superdi Chiara Anselmi

Dubito che qualcuno abbia capito quale sia esattamente il progetto per la regolamentazione delle aperture domenicali di negozi e centri commerciali, anche perché appare al momento, come molti degli annunci del Governo in carica, una proposta labile e mutevole.

Non considerare come la liberalizzazione senza freni abbia prodotto sfruttamento selvaggio (come sempre) e liquidare il tema come risibile o anacronistico è un’idiozia.

Sono turnista da 23 anni, in un settore che produce h24 sette giorni alla settimana e quelli che dicono: e allora i cinema? Gli ospedali? Mi fanno uscire di senno.

Sono turnista e so di cosa si parla.
Ho un contratto di quelli antichi, con l’articolo 18 e le compensazioni economiche dei disagi, con molte più tutele dei contratti per la grande distribuzione organizzata. Proprio perché è un contratto antico -figlio di una organizzazione del lavoro disegnata sulle esigenze di lavoratori maschi, che delegavano tutto il carico familiare a mogli o compagne per nulla o solo parzialmente occupate fuori casa- la compensazione dei disagi è sempre economica. Per anni mi sono sentita dire: ‘Ma l’azienda te lo paga, eh’

Posso testimoniare che l’orario variabile può essere uno strumento di mobbing inesorabile. Se un caposquadra, un responsabile che ti fa gli orari ha deciso di renderti la vita impossibile perché sei delegata sindacale o non sei abbastanza disponibile o non ridi alle sue battute da trivio; se non hai un contratto che blinda i tuoi diritti -non solo economici, ma anche di organizzazione dei tempi di lavoro- tu non campi più.
Lavori quando i figli sono a casa e riposi quando sono a scuola, non puoi organizzarti un’attività ricreativa né programmarti un week end, niente. Hai chiuso, sei in ostaggio.

Garantire diritti ai lavoratori costa, e la grande distribuzione questi costi non li vuole pagare: contratti a giornata, finte cooperative che forniscono ‘servizi’ che altro non sono che lavoratori sottopagati e senza tutele, turnazioni selvagge sono il costo umano e sociale che si paga per avere i centri commerciali aperti anche la domenica.

Ed è un costo che pagano soprattutto le donne visto che il comparto è uno dei pochi con una maggioranza di impiego femminile. Il mobbing non colpisce esclusivamente le lavoratrici, questo è certo, ma la conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di vita è ancora oggi un’urgenza delle donne, sulle spalle delle quali continua a gravare la maggior parte del carico domestico e di cura. Urgenza resa drammatica dalla riforma Fornero che ha spostato molto in avanti l’età pensionabile, sorvolando irresponsabilmente sul dato che in Italia le nonne sono costrette a supplire alle carenze del welfare, cronicamente insufficiente.

Le aperture domenicali vanno regolamentate, mica vietate. Mi dimostri di avere tutto il personale assunto con le tutele necessarie? Che ricorri al lavoro a chiamata solo per una percentuale esigua delle ore totali? Che non hai scatole cinesi di subappalti che sostituiscono il lavoro correttamente inquadrato? Per me puoi stare aperto quanto ti pare. Non sei in grado di fornirmi queste certificazioni? Ti attacchi e stai chiuso.
Certo poi magari non sarai in grado di fare le offertissime, il sottocosto, il fuoritutto.
I diritti dei consumatori sembrano diventati gli unici rivendicabili. Per me non valgono un centesimo dei diritti dei lavoratori.
Sono solidale con qualunque lavoratore combatta per un trattamento dignitoso, voglio che la regolamentazione sia una cosa seria, e fare le battutine sul fatto che :‘e allora le pasticcerie?’ è inutile e pure un po’ meschino.

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12 pensieri su “Parola di turnista (perché il tema delle aperture domenicali dei negozi non è una barzelletta, soprattutto per le donne)

  1. Sempre la solita storia…ma cosa credete che solo voi postreste avere questi problemi??
    Senti un po’…inizi alle 10 fai la guardia a volte fino alle 4 altre senza pausa perché qualcuno è seduto ai tuoi tavoli e si rilassa (giustamente) quindi alle 18 ricominci a lavorare fino a chiusura che può essere a 00 ma se i tuoi clienti il giorno dopo sono a casa dal lavoro bevono anche un altro amaro e tirano tranquilla mente la una e mezza e tu sai che dopo 8 ore sara lì nuovamente e con il sorriso perché il tuo lavoro ti piace la gente non c’entra nulla e di sicuro non vuoi una recensione negativa su trip advisor nella quale dicono la cameriera castana era nervosa e ha risposto male.. beh c’è almeno da sperare di vivere vicino al ristorante…e soprattutto la prossima settimana cambi il riposo perché c’è un banchetto e non importa a nessuno che ti eri già organizzata per una gita con i tuoi familiari e ricordate nell’ambito turistico non esiste le ore extra ti verranno pagate…con questo voglio dire non siete gli unici ad avere problematiche di orari, famiglia, impegni…però se è un problema potreste tagliarvi una gamba e prendere l’ invalidità a vita!!!

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  2. Intervengo pur sapendo che quello che sto per dire si presta a fraintendimenti e anche critiche, perché tocca un nervo scoperto.
    Quando leggo che qualcosa svantaggia *particolarmente* una donna, mi si accende nella mente un cartello luminoso con su scritta la parola “maschilismo”. E questo a prescindere che a scrivere sia un uomo o una donna.
    Nel caso specifico, per non essere troppo astratto, dire che le aperture domenicali svantaggiano *particolarmente* le donne, significa implicitamente dire “perché le donne la domenica devono occuparsi della casa, del bucato, dei figli”.
    Certo, mi si dirà (e nella lettera lo si dice), la lamentela riguarda una situazione di fatto, cioè oggi le donne si occupano di più della casa e dei figli. Però, mi si consenta di osservare, sarebbe come se Rosa Park invece che pretendere di sedersi nei posti riservati ai bianchi, si fosse portata una seggiola da casa perché tanto “lo stato di fatto è che i posti sono riservati ai bianchi”.
    Trovo invece ragionevole quanto osservato nella stessa lettera che il trattamento economico per i turni, per dirne una, è pensato a fronte di un sacrificio fuori casa che tradizionalmente era maschile, che si affiancava a un sacrificio (meno riconosciuto) dentro le mura domestiche che era principalmente femminile.
    Un chiaroscuro, quindi, che secondo me rispecchia però un’ambiguità di fondo nell’universo femminile (passatemi l’approssimazione che viene dalla generalizzazione): è come se le donne non abbiano in fondo ancora deciso se vogliono contare di più in famiglia e con i figli o vogliano che ci sia piena e completa co-responsabilità, rinunciando a una parte del loro impegno in famiglia per pretenderlo al partner. A parole sembrerebbe la seconda, ma i fatti sembrano indicare la prima.
    Come si concilia infatti la richiesta di una maggiore co-responsabilità in famiglia con la pretesa di orari differenziati, turni differenziati, mansioni differenziate ecc…? Rimarcando la pretesa di “differenziazione” basata sul genere, si aumenta la disparità invece di colmarla.
    Il fatto è che la modifica delle regole del lavoro deve essere, secondo me, depurata da qualsiasi considerazione di genere, e nello stesso tempo contenere elementi esterni alla pura logica aziendale e inerenti ad altri ambiti.
    Faccio un esempio per non ricadere troppo nel filosofico. Se entrambi i genitori lavorano, ora decidono in che misura percentuale fruire di compensi o detrazioni legate ai figli e alla famiglia (ad es. assegni familiari); uno dei genitori può avvantaggiarsene al 100% e l’altro per niente, oppure al 50% ognuno ecc…. Questo principio potrebbe coprire altri aspetti che riguardano la famiglia, per limitarci a questo ambito: così si potrebbe prevedere un “compenso familiare” legato a un riconoscimento del maggior lavoro svolto da uno dei due partner in casa, che sia inversamente proporzionale all’ammontare di lavoro profuso ad esempio in orari festivi o in regime di straordinario. Tutto questo a prescindere da ogni caratterizzazione di genere: se per esempio l’uomo fa i turni la domenica, a fruire del compenso sarà la partner, e viceversa se i turni li fa la donna.
    Questo tipo di “compensazioni” rendono alla fine irrilevante il “ruolo di genere” assunto, volontariamente o meno, dai lavoratori, proprio perché ci si astrae completamente dal genere: una volta stabilita, nella coppia, la responsabilità o co-responsabilità reciproca all’interno della famiglia, le compensazioni sono automatiche.
    Tutto il contrario, insomma, che chiedere orari differenziati per genere, o lamentare una maggiore esigenza di “conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di vita” come particolare “urgenza per le donne”.

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    • La richiesta di orari differenziati per genere è una sua illazione, non c’è nel testo nè mi risulta altrove. Per quanto riguarda la divisione del carico di lavoro domestico e l’assenza di welfare in Italia le rilevazioni Istat parlano chiaro: siamo in una situazione di drammatica penalizzazione per le donne, fingere che sia un tema ‘neutro’ sarebbe irrealistico. È una battaglia storicamente delle donne, senza nulla togliere al fatto che maggiori tutele avvantaggerebbero entrambi i generi.

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      • Chiara il mio discorso amplia il contenuto della lettera, è vero. Ritengo però che rendere il tema “neutro”, forzatamente neutro, almeno nell’ambito del lavoro, sia l’unico modo per evitare di cadere nel paradosso di percorsi lavorativi “al femminile” e percorsi “al maschile”

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      • Il neutro non esiste: sono le donne a essere penalizzate nell’accesso al mondo del lavoro, nelle retribuzioni, nel carico di lavoro familiare non pagato. Sono sempre le donne a essere, nella stragrande maggioranza, vittime di molestie e abusi sul luogo di lavoro. E sono ancora le donne a combattere battaglie per la parità e i diritti. Battaglie che devono produrre strumenti che salvaguardino anche il diritto dei padri (ci si augura sempre più numerosi) a poter stare con i figli. Ma è un discorso lungo e complesso, ci torneremo su.

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  3. Gentilissima, d’accordo sulle sue sacrosante rivendicazioni in merito alla correttezza delle regolamentazioni. Non capisco però la sua inquietudine su pasticceri e cinema, che lei riduce ad una battuta. Io quanto li cito nell’ottica delle aperture domenicali non scherzo affatto. Non trovo che la domenica di un commesso di supermercato valga nulla di più di quella di una maschera in teatro. Quelle professioni sono state scelte con la stessa presenza o assenza di consapevolezza e libero arbitrio con la quale lei ha scelto la sua. Non esca quindi di senno, perchè non è affatto sbagliato, logicamente parlando, dire o tutti o nessuno.

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    • concordo…. nell’affermazione “Non trovo che la domenica di un commesso di supermercato valga nulla di più di quella di una maschera in teatro” ma…. fare la commessa( premesso che ogni lavoro merità rispetto) in un centro commerciale e ben diverso che fare la commessa in un piccolo negozio. A volte nella società moderna non sempre si sceglio con libero arbitrio in quanto tutto gira sul denaro, potrei anche aggiungere che, in Italia ci sono tanti laureati… o comunque persone di alto livello culturale. Credo che la commessa di un iper; apprezzando il lavoro che fà; non sempre è realizzata…. in quanto potrebbe avere un’occupazione più qualificata e inerente alla sua “vera” professionatà. Il fatto di fare orari diversi in base a donne e uomini non lo trovo come atteggiamento discriminante ma semplicemente di andare incontro a realtà diverse. La donna non lavora solo fuori, continua il suo lavoro in casa….. specie se ha figli.

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    • Quando ho scelto il mio lavoro ero consapevole di dover lavorare tutte le domeniche di dicembre e una al mese nel resto dell’anno. Festività a casa. Ora il centro commerciale in cui lavoro è chiuso 3 giorni in un anno. E certo i giorni liberi li abbiamo, ma ovviamente non possono essere la domenica e i giorni di festa. E questo pesa sulla vita familiare, e in particolare a me come madre (figlia di una madre che ha sempre lavorato nella ristorazione con i conseguenti turni di lavoro che ne derivano). La mia domenica non vale ne più ne meno di quella di altri lavoratori, la differenza forse sta nel fatto che la maggior parte di noi ha scelto il proprio lavoro consapevole di quali sarebbero stati orari e giorni di lavoro, ma tra questa maggioranza una parte se li è visti cambiare dall’oggi al domani e si è dovuto per forza di cose adattare. E si, si potrebbero ora fare scelte diverse, ma quando hai più di 35 anni e dei bambini piccoli è davvero una strada triste e pericolosa da prendere quella di pensare “potrei cercarmi un altro lavoro”.

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  4. Qui state u po’ esagerando ed arrvate a discorsi sui massimi sistemi e addirittura sulla condi zione della donna.
    La cosa è molto più semplice. Questo GOverno barzelletta che abbiamo, invece di fare l cosa difficile, ossia reglamentare i turni nella grande distribuzione per renderli accettabili come quelli di polizia, carabinieri, camerieri, ristoratori, baristi, medici, infermieri, vigili del fuoco, vigili urbani etc. etc, ha scelto la strada facile di risolvere il prblema imponendo la chiusura qusi totale, anche per strizzare l’occhio alla Chiesa.
    Se vi ricordate, qualche anno fa, negli USA un pazzo sconosciuto,spediva – con il normale servizio postale – a destra e a manca lettere conteneti il velenoso antrace. Mica gli americani hanno proibito l’uso del servizio postale. Invece qui buttano l’acqua sporca con tutto il bambino. Turni regolamentati per la grande distribuzione e se i piccoli negozi a conduzione familiare non ce la fanno, liberi di restare chiusi la domenica, o di specializzarsi per attirare clienti. UN salumiere vicino casa mia,assediato dalla concorrenza di supermercati, decise di aprire il pomeriggio non alle 4.30, ma ale 19.00 fino all 22.30. Ai clinti che, come me, uscivano tardi dal lavoro, oltre ala possibilità di fare la spesa, offriva un bicchiere di vino, tartine e tanta tanta familirità e gentilezza.
    NOn si può pretendere che oggi, con i nostri ritmi di vita, i negozi continino con quello stupido orario 9.00-13.00 e 16.30-19-30, quando la maggior parte dei potenziali clienti lavora. Il commercio è lo incontro fra la domanda e l’offerta. Perché i ristoranti sono pieni il sabato e la domenica? perché i clienti sono liberi. E quando i clienti sono liberi e non devono correre, possono anche andare al centro commerciale a far spese.
    QUindi regolamentiamo i turni e basta polemiche.

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  5. Cinema, teatri (io per vent’anni vi ho lavorato anche sabato/domenica/festivi), taxi, call center, hotel, autogrill, musei, addetti stampa, giornali, vigili del fuoco, hospedali, imprese di pulizia, ferrovie, aeroporti, etc sono tutte categorie che possono lavorare sempre? Certo cone no

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    • Proprio chi ha fatto quest’esperienza è in grado di comprenderne il disagio. Per questo è importante raccontarlo ed esigere che lavoratrici e lavoratori di un settore in cui il lavoro festivo/domenicale è una abitudine recente possano avere contratti che gli garantiscano una qualità della vita decente. Che è una battaglia che va combattuta per tutte/i, soprattutto in settori dove lo sfruttamento è già oltre i limiti del tollerabile!

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