L’asse Salvini-Orban minaccia la libertà delle donne, non solo migranti

locandina onmidi Giorgia Serughetti

L’incontro di ieri tra Matteo Salvini e il primo ministro ungherese Viktor Orban ha messo al centro il No all’immigrazione e reso chiaro che su questo tema si costruiranno le più importanti alleanze politiche in vista delle elezioni europee. Di più, letto alla luce del meeting bilaterale di Milano, il caso della nave Diciotti, i cui passeggeri sono rimasti per dieci giorni ostaggio della prova di forza del Ministro dell’Interno, emerge in tutta evidenza come un laboratorio politico per il progetto di “democrazia illiberale” propagandato da Orban nel suo paese e guardato con grande simpatia dalla destra sovranista nostrana. Ciò che è rimasto più in ombra nell’agenda informativa degli ultimi mesi, e che credo meriti invece attenzione, è il legame che unisce la posizione leghista (ma potremmo dire giallo-verde) sull’immigrazione e le politiche su genere e diritti civili dell’attuale maggioranza di governo. Perché questioni che sembrerebbero appartenere a ordini del discorso distinti e lontani sono invece parte di un disegno del tutto coerente. Così, almeno, la pensa il sodale ungherese di Salvini.

In un recente discorso di fronte a una platea di studenti, Orban ha portato tre esempi altamente significativi per illustrare la sua visione “cristiana” e “illiberale” della democrazia:

“La democrazia liberale è a favore del multiculturalismo, mentre la democrazia cristiana dà la priorità alla cultura cristiana; questo è un concetto illiberale. La democrazia liberale è pro-immigrazione, mentre quella cristiana è anti-immigrazione; di nuovo, questo è un concetto autenticamente illiberale. E la democrazia liberale accetta modelli di famiglia adattabili, mentre la democrazia cristiana si basa sui fondamenti del modello di famiglia cristiana; ancora una volta, questo è un concetto illiberale.”

Dio, patria e famiglia, è proprio il caso di dire. Ma come stanno insieme le politiche anti-immigrazione e l’approccio “teo con” ai temi della sessualità, della riproduzione, del rapporto tra i generi? Nell’idea di “popolo” tipica delle ideologie nazionaliste – a cui senz’altro si possono ascrivere sia la retorica orbaniana, sia il “prima gli italiani” di Salvini – la vita del corpo collettivo è assicurata dalla conservazione dei legami di sangue tra i suoi membri, come in una famiglia allargata. Qualunque innesto esterno o mixité determina imbastardimento e degenerazione, mentre la crescita numerica può essere assicurata dalla riproduzione di chi già appartiene, per presunte ragioni di “razza” o “cultura”, al popolo stesso. Da ciò discende l’esigenza del controllo del corpo femminile riproduttivo e della vita familiare, con l’esclusione di tutte le forme ritenute abiette di espressione del genere e della sessualità.

Non per caso, questa estate, il governo ungherese ha emanato un decreto con cui invita i rettori delle università ad abolire i programmi di studi di genere; una decisione che ha provocato sconcerto nella comunità scientifica non solo per la durezza con cui colpisce un settore essenziale di ricerca e insegnamento, ma per l’intrusività dell’intervento statale nella didattica universitaria, in aperta violazione del principio della libertà accademica.

Cosa succede invece dalle nostre parti? Ha notato Roberta Carlini, all’indomani dell’insediamento del nuovo esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle, che proprio le donne, gli omosessuali e gli immigrati sono stati i primi bersagli polemici della nuova squadra di ministri. Da allora, contro gli immigrati la campagna aggressiva di Salvini non ha conosciuto un giorno di tregua, nemmeno quello del crollo del ponte Morandi. Sul versante dei diritti civili, sono note le dichiarazioni contro l’aborto, le persone omosessuali e le famiglie omogenitoriali del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Personaggio senz’altro estremo, che tuttavia si trova in ottima (si fa per dire) compagnia. Anche il ministro dell’Interno, per esempio, ha voluto dare un “piccolo segnale” al popolo della Famiglia con l’iniziativa di abolire i famigerati “genitore 1” e “genitore 2” dai moduli anagrafici.

A luglio, poi, a Verona, comune di cui Fontana è stato vicesindaco, sono state discusse due mozioni, entrambe proposte dalla Lega, una per contrastare l’aborto e proclamare ufficialmente Verona “città a favore della vita”, l’altra per la sepoltura dei “bambini mai nati”, anche senza il consenso della donna coinvolta.

Ora un nuovo tassello si aggiunge al quadro già piuttosto fosco, con il disegno di legge del senatore leghista Pillon, “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità”, che vede tra i firmatari anche senatori e senatrici del M5S. Il testo, che appare una diretta emanazione delle organizzazioni dei padri separati, introduce numerose novità nel diritto di famiglia, in estrema sintesi: mediazione familiare obbligatoria (a pagamento) per la coppia che intende separarsi; affidamento paritario dei figli ai due genitori (non meno di 12 giorni al mese); doppia domiciliazione (e abolizione del principio dell’assegnazione della casa coniugale a favore del genitore primo affidatario); fine dell’assegno di mantenimento (ciascun genitore provvederà alle spese di mantenimento ordinario dei figli nel tempo che trascorrono con lei/lui); provvedimenti contro l’alienazione genitoriale.

È chiaro che, al di là del merito delle singole misure, si tratta di un disegno di legge costruito sulla finzione di una famiglia dove i carichi di lavoro domestico e di cura sono equamente distribuiti tra i due genitori, e i loro redditi pari o molto simili. Ma nonostante lo sforzo del neutro, tipico del linguaggio normativo, si legge fin troppo bene, in controluce, dove stanno le madri e i padri, gli svantaggi e i privilegi che deriverebbero loro da questo provvedimento. Già, perché ho dimenticato di aggiungere che l’art. 11 del progetto di legge prevede che chi non ha la possibilità di “spazi adeguati” per la vita del minore non avrà diritto di averlo con sé secondo “tempi paritetici”. Parliamo evidentemente del genitore più povero, di quello che resta senza casa familiare e senza assegno di mantenimento: insomma, della madre. Quella madre che, tra l’altro, nel “contratto di governo” giallo-verde è vista come la principale o unica figura di cura.

Non si tocca direttamente il diritto al divorzio, ma si rende la separazione in presenza di figli così penosa e dannosa per le madri da spingerle a pensarci due volte. Proprio come, dietro le iniziative di “aiuto alle madri” e promozione della salute delle donne, si nasconde la volontà di ostacolare o bloccare del tutto l’applicazione della legge 194.

Ecco, quindi, l’altra faccia della democrazia illiberale di casa nostra, accanto alla deriva autoritaria e razzista contro le migrazioni. Comprendere la logica articolata, pur nella sua brutalità, di questo progetto politico, mi sembra essenziale per costruire risposte, alleanze, opposizioni che sappiano misurarsi con la vera entità del pericolo che abbiamo di fronte.

 

 

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10 pensieri su “L’asse Salvini-Orban minaccia la libertà delle donne, non solo migranti

  1. multiculturaismo non deve voler die però accettare tradizioni retrograde, bisogna combattere contro ogni tradizione retrograda cristiana, ebraica o islamica che sia. Sul resto dell’articolo sono d’accordo, in particolare sono contro la legge Pillon

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  2. Giorgia è come sempre sul pezzo. Non vedevo l’ora di leggerla qui, dopo questi mesi di pausa.

    Multiculturalismo non vuol dire accettare alcuna cultura retrograda o sessista, è verissimo.

    Ma infatti le mosse pratiche di accoglienza (non solo il primo soccorso, ma le tante proposte che arrivano da giornalisti e osservatori lucidi, come i bravi e incisivi autori di Valigia Blu e The Submarine) sono pratiche CONCRETE che, SE attuate, smantellerebbero qualsiasi estremismo islamico. Esempi: istituire i corridoi e con coraggio abbattere gli interessi sordidi dei trafficanti; seguire l’esempio di Riace, oppure proporre dei progetti di servizio civile ad hoc a chi arriva e deve inserirsi in un ambito lavorativo. Combattere il caporalato, come diceva il compianto Alessandro Leogrande. E potrei continuare.

    Lo spiega bene la studiosa ungherese Andrea Peto, lo dice da anni Agnes Heller, altra meravigliosa ungherese: ci sono forme di accoglienza che NON minano l’identità, che preservano la soggettività e che non espongono a durezze, rischi, estremismi. Però non sono soluzioni facili, né si trovano sulle pagine di Wikipedia 🙂 bisogna leggersi un po’ di libri per conoscerle.

    Questo ovviamente non lo hanno capito né a Bruxelles (tranne pochi, come Elly Schlein), né nell’Italia, sia precedente sia successiva al tremendo 4 marzo.

    Multiculturalismo NON significa ‘imporre’ quei valori di ‘apertura e laicità’ occidentale di cui tutti ci vantiamo in quanto ‘europei’. Vuol dire ascolto, rischio, cultura, scuola, parità di diritti civili, differenza di genere realmente sentita e praticata. Vuol dire evitare di manipolare le paure, vuol dire avanzare nelle conoscenze e renderle collettive. Qualsiasi altro ‘multiculturalismo’ che tanto preoccupa la pancia dei lobotomizzati giallo-verdi non esiste, se non nella mente di qualche degenerato che legge troppo sui social.

    Per questo e molto altro, sono a dir poco essenziali la presenza e le parole delle donne, parole che siano transnazionali e mai chiuse in particolarismi.

    Grazie Giorgia della tua lucida riflessione!

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    • non imponiamo nulla per carità ma per favore smettiamo in nome di un malinteso “rispetto delle culture altre” di difendere a spada tratta cose non difendibili anche perchè così si regalano voti a Salvini. Senza imporre nulla a nessuno battiamoci contro tutte le tradizioni retrograde di stampo religioso sia quelle nostrane che quelle altrui e aiutiamo le ragazze (e i ragazzi) immigratio figli di immigrati che a queste tradizioni vogliono ribellarsi

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  3. Nel complesso hai ragione Paolo, però sorrido, a denti stretti (faccina “asd”), all’idea che qualcuno possa trovare Salvini un baluardo nella difesa dei diritti civili contro il maschilismo retrogrado islamico, quando il suo partito, nella persona di Fontana (ci sei ancora Bongiorno, che pensi difenda i diritti delle donne? Batti un colpo) è un continuo attacco a tali idee nel nome della famiglia tradizionale in pericolo, che in realtà nessuno sta attaccando e l’includere altre famiglie non costituisce un attacco.

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  4. Questo brainstorming ha prodotto idee a mio parere buone, che si possono discutere e migliorare, per esempio.

    “Senza imporre nulla a nessuno battiamoci contro tutte le tradizioni retrograde di stampo religioso sia quelle nostrane che quelle altrui e aiutiamo le ragazze (e i ragazzi) immigrati o figli di immigrati che a queste tradizioni vogliono ribellarsi”

    Serena
    “Multiculturalismo NON significa ‘imporre’ quei valori di ‘apertura e laicità’ occidentale di cui tutti ci vantiamo in quanto ‘europei’. Vuol dire ascolto, rischio, cultura, scuola, parità di diritti civili, differenza di genere realmente sentita e praticata.”

    “Ma infatti le mosse pratiche di accoglienza (non solo il primo soccorso, ma le tante proposte che arrivano da giornalisti e osservatori lucidi, come i bravi e incisivi autori di Valigia Blu e The Submarine) sono pratiche CONCRETE che, SE attuate, smantellerebbero qualsiasi estremismo islamico. Esempi: istituire i corridoi e con coraggio abbattere gli interessi sordidi dei trafficanti;”
    Certo ovviamente quando un estremismo ed un bigottismo è radicato, è difficile anche solo ammorbidirlo. Io sono però convinto che la laicità non sia un valore occidentale ma che trascenda tali confini. Essa vive in tutte le persone che non si vogliono conformare, che vogliono l’autonomia di poter scegliere quali comportamenti privati sottoscrivere o no, di determinate culture, scegliere come vivere e praticare o non praticare la propria religioni, il proprio essere donna o uomo, il sentirsi persone. In queste persone, esistenti in ogni cultura, vive la laicità ed il “liberalismo” diciamo.
    Altri vogliono creare semplicemente uno scontro emotivo di tifoserie, nella chiave di scontro di civiltà, a cui non oppongono affatto laicità, ma la difesa della “purezza culturale”.

    Un momento parlano di diritti delle donne e di volerle difendere dalla violenze dei migranti, fatto gravissimo come qualunque altra violenza sessuale, se non fosse usato per definirli in blocco dei selvaggi ed ammantarsi di superiorità. Salvo quando è il momento fare victim blaming, difendere la famiglia tradizionale e prendersela con il “nazifemminismo”. In questo gioco delle tre carte dialettico, i diritti e la libertà vengono completamente scissi dalle lotte che ci sono state, come se nulla avessero avuto a che fare con il femminismo, con i movimenti per i diritti delle minoranza, Mlk, Mandela, etc. e fossero, queste caratteristiche che ormai diamo per scontate, date di default dalla cultura occidentale, senza che il contributo dei, chiamiamoli progressisti (anche se le etichette sono divisive, per le reazioni di pancia che elicitano, purtroppo, da tutte le parti, è un meccanismo di difesa, di semplificazioni, il nostro cervello compila strutture e funzioni diverse per ciascuno di noi, contenuti associati a determinate parole), migliorasse le cose. E come se questo non potesse avvenire in altre culture.

    Questi principi vengono purtroppo rifiutati, però, quando sono percepiti come falsi, associati a governi, a disastri geopolitici e socio economici, che le “sinistre” hanno irresponsabilmente associato al loro nome in questi 10 anni e più. Dalle persone bisogna ripartire, come dite voi per combattere gli estremismi e far percepire questi valori di convivenza come convenienti per tutti, all’atto concreto.
    A presto, è stato un piacere e scusate la lunghezze e se suonasse troppo retorico e lapidario, non è mia intenzione 😉

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