Contro la politica dell’odio l’indignazione non basta

pexels-photo-944743di Giorgia Serughetti

Due settimane di nuovo governo, e l’indignazione quotidiana è già diventata la cifra dell’opinione pubblica progressista. A me, personalmente, l’indignazione social dà il mal di testa e provoca afasia. Mi pare affondare in un sentimento di impotenza, impedire il lavoro del pensiero, e rendere inintelligibili le alternative politiche. Mi pare alimentare lo stesso circuito comunicativo da cui il “nemico” trae consenso e potere.

Bisogna scavare a fondo nelle questioni, e farlo nei tempi richiesti da una riflessione libera, se si vuole opporre alla propaganda di governo non parole vuote o spompe, ma un vero discorso contro-egemonico. Contro-egemonico, sì, perché non importa quanto a lungo la maggioranza riuscirà a presentarsi come anti-sistema. La verità è che ciò a cui dà voce, e che va a rafforzare, è un discorso egemonico su temi come l’identità nazionale, la famiglia, il genere, il conflitto sociale.

Non so da dove nasca l’idea, che pure circola, che prima siano state assicurate conquiste di civiltà e che poi siano sopraggiunti i barbari. Mi pare evidente che il terreno per la discesa dei barbari è stato preparato nel tempo, da tempo. Non perché la politica sia tutta uguale, non perché gli ultimi governi non abbiano tentato, su alcune questioni, soluzioni più avanzate. Ma perché – in forza delle larghe intese, ma non solo – si sono fermati ogni volta sulla soglia del cambiamento.

Oggi si grida allo scandalo per la delega alle pari opportunità assegnate a un sottosegretario uomo, Vincenzo Spadafora, dopo aver denunciato la mancata istituzione di ministero competente sulla materia. Eppure è difficile non ricordare Josefa Idem, silurata nel 2013 per una tassa non pagata – guarda caso in seguito alla sua convinta adesione al Pride – e mai sostituita. Non possiamo tacere il fatto che in seguito questo ministero non sia stato istituito dai governi di centrosinistra che si sono succeduti. Matteo Renzi, per primo, pensò di poter dichiarare superata questa esigenza, e di barattarla con la presenza paritaria di donne nel governo. Un pensiero, a suo modo, avanzato, ma purtroppo sbagliato, perché del tutto manchevole di una visione autenticamente differente della politica, capace di fare del tema “donne” qualcosa di diverso da una competenza settoriale.

Restiamo poi comprensibilmente esterrefatte di fronte al personaggio di Lorenzo Fontana, neoministro per la Famiglia e le Disabilità, al suo dichiarato disgusto per l’omosessualità e l’omogenitorialità. Ma non è forse questo sentimento di abiezione, presente anche tra componenti del centrosinistra, ad aver frenato, nella scorsa Legislatura, un progetto di già estremo compromesso come era quello sulle unioni civili, con il risultato di limitarne all’estremo la portata?

E veniamo alla questione delle migrazioni, alla vergognosa prova di forza messa in scena dal Ministro dell’Interno sulla pelle di seicento persone salvate dalla nave Aquarius, cui è stato negato l’approdo in Italia che, mentre scrivo, sono ancora in balia delle onde. La cosa più insopportabile, di fronte all’avanzata a grandi falcate del razzismo di stato, è la consapevolezza che il terreno per il suo affermarsi sia stato preparato da anni, decenni di politiche che hanno avvallato l’equazione migranti-insicurezza, migranti-criminalità, o promosso più o meno espressamente la loro inclusione subalterna in sistemi di lavoro sfruttato.

Chi, di grazia, in questi anni, ha portato avanti politiche radicalmente diverse da quelle salviniane? L’unica operazione di segno inverso, limitatamente ai salvataggi nel Mediterraneo, è stata in anni recenti Mare Nostrum, che fu presto affossata dalla stessa parte politica e accusata di funzionare come “pull factor”. Poi vennero gli attacchi alle Ong, l’accordo con la Libia per il controllo delle partenze, e con i paesi d’origine per le riammissioni.

Tra chi oggi dovrebbe fare opposizione a Lega e Movimento 5 Stelle, quali visioni alternative sono in campo? C’è qualcuno pronto ad appoggiare un piano di ingressi legali dall’Africa, per togliere il business delle migrazioni dalle mani delle mafie e salvare davvero vite umane? O pensiamo che il problema del razzismo si combatta facendo scomparire gli immigrati, come fece intendere l’ex Ministro Minniti di fronte ai fatti di Macerata?

Il mio non vuole essere un lungo, lamentoso e inutile “E allora il Pd?”, ma l’invito a non fermarsi al grido indignato, a comprendere le radici politiche e culturali di quell’odio verso “gli altri” (migranti, persone Lgbt, femministe…) che è rapidamente diventato la cifra (e il carburante) del nuovo governo. Questo odio non si combatte con progressismo di facciata, compromessi e buone maniere. Non si sconfigge se non si pensa e agisce a partire dal coraggio e l’orgoglio di essere e dirsi “altri”, da una visione politica radicalmente differente, una visione differente anche di ciò che è la politica.

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3 pensieri su “Contro la politica dell’odio l’indignazione non basta

  1. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

  2. Appunto. Equiparare la politica degli ultimi due governi a Questo è non solo inutile,ma sbagliato e continuando così non cambieranno mai le situazioni,perché la destra,che ancora esiste ed è razzista alimenta questa cultura,mentre il Pd ha fatto altro fermato caso mai da una destra debole(che governava con loro) . Dove eravate intellettuali di sinistra? A criticare Gentiloni,perché certo Salvini è meglio….

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