La mascolinità tossica dei killer di massa

alek-minassian-toronto-van-crash_4291183di Giorgia Serughetti

Il furgone che a Toronto ha investito la folla lunedì scorso, causando 10 morti e 14 feriti, ha tenuto una parte del mondo col fiato sospeso fino a che le autorità hanno escluso ogni matrice terroristica per l’attacco. Non è terrorismo, hanno scritto i giornali. Solo il gesto di un folle. Già, ma guarda a caso, ancora una volta, un “folle” misogino.

Ad Alek Minassian, l’autore della strage, si attribuiscono dichiarazioni postate sui social network in cui onora Elliot Rodger, il ventenne autore del massacro di Isla Vista, in California, nel 2014, e uno dei più (tristemente) celebri membri di “Incel”, movimento di uomini “celibi involontari” che nutrono un odio profondo verso le donne.

Ma c’è di più, perché si comincia a supporre che le vittime dell’attacco non siano state scelte in modo completamente casuale, perlomeno non quanto al loro genere: 8 su 10, infatti, sono donne.

Un gesto dunque, il suo, tanto politico quanto quello di un fondamentalista religioso o dell’estrema destra. Del resto, anche i fondamentalisti che compiono omicidi di massa (almeno nel Nord del mondo) hanno spesso questo in comune: sono praticamente tutti uomini, e hanno alle spalle storie di aggressioni violente contro le donne o un retroterra ideologico misogino e anti-femminista. Non è, ovviamente, la sola spiegazione del loro agire, ma un fattore che non può essere ignorato.

Eppure, scrive Gary Younge su The Guardian, da nessuna parte si vede denunciare la “mascolinità tossica” che appare un tratto distintivo di tanta violenza. Cioè il tratto che più chiaramente unisce tra loro eventi diversi non è ritenuto degno d’attenzione e di una discussione pubblica. “Se fossero le donne a uccidere le persone a questo ritmo”, scrive ancora l’autore dell’articolo, “il femminismo sarebbe sul banco degli imputati. Il fatto che siano maschi è accettato e previsto.”

Nel caso del venticinquenne Alek Minassian e dei “celibi involontari”, la violenza sembra essere stata motivata dal sentimento di frustrazione e fallimento nei rapporti con le ragazze, da una rabbia trasformata in desiderio di punire. Questa rabbia “nasce dal fatto che proprio la cosa che si sentono in diritto di avere – il corpo delle donne, la loro vita, la loro obbedienza – non è a loro disposizione”. Esattamente la matrice che così spesso si rileva nel femminicidio.

“Se c’è un’illustrazione di come il sistema del patriarcato svilisce e impoverisce tutti noi”, conclude Gary Younge, “è proprio questa. Incapaci di trarre vantaggio dai privilegi maschili che credono di avere, si sentono inadeguati e nutrono risentimento, e alcuni di loro diventano violenti. Spesso goffi, timidi e insicuri, non possono soddisfare gli standard di machismo che il patriarcato richiede. Pensano che il femminismo li distruggerà. Ma in realtà è la loro più grande possibilità di liberazione, poiché meno le donne sono costrette a conformarsi a nozioni preconcette di femminilità, più spazio c’è all’interno della mascolinità per essere se stessi. In quanto tali, essi non sono solo i responsabili della misoginia, ma i suoi prodotti, in ultima analisi le sue vittime”.

Cosa ancora deve accadere perché questa “mascolinità tossica”, da riconoscere e contrastare, entri di diritto tra le priorità del discorso politico?

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6 pensieri su “La mascolinità tossica dei killer di massa

  1. non sono del tutto d’accordo. Se parlassimo di un killer razzista nessuno direbbe che l’assassino è al tempo stesso un prodotto e una vittima del razzismo perchè non riusciva a soddisfare gli elevati standard che il privilegio bianco richiede, no non è così. Le donne che rifiutavano sessualmente Minassian e Rodger non obbedivano a “nozioni di femminilità preconcette” ma esercitavano il loro diritto di non voler andare a letto con questi uomini anche semplicemente perchè non gli piacevano fisicamente o caratterialmente. Un uomo che non è attratto dal fisico di una donna o dal suo carattere ha tutto il diritto di rifiutare di avere una relazione sessuale o sentimentale con lei, allo stesso modo se una donna non è attratta da un uomo anche solo perchè quest’uomo è brutto fisicamente ha tutto il dritto di dire “no non ti voglio, non mi piaci, mi piacciono altri uomini diversi da te, più belli ecc..”, è un diritto sacrosanto. Se la donna o l’uomo dei tuoi sogni non ti vuole ma vuole un’altro/a, lo devi accettare. Poi non mi pare che i brutti, i goffi siano tutti single (hanno più difficoltà rispetto a chi è bello e sicuro di sè ma devono accettarlo senza rancore o piagnistei) quindi questi misogini sono i soli colpevoli del loro status di celibi involontari e della loro inettitudine nei rapporti con le donne. Questi fatti dimostrano solamente che gli uomini deboli caratterialmente e insicuri tendono a essere più crudeli con le donne

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    • Caro Paolo, grazie del commento. Spero che sia chiaro, però, che niente di ciò che viene scritto, da me o dall’autore dell’articolo che riporto, intende essere una giustificazione dell’operato di questi uomini. Forse è colpa della traduzione, non so, ma si parla di uomini “Incapaci di trarre vantaggio dai privilegi maschili che CREDONO di avere”, di “standard di machismo che il patriarcato richiede” e che questi uomini accettano come norma (dunque, certo, ne sono responsabili). Le “nozioni preconcette di femminilità” sono quelle che questi uomini adottano, non un giudizio sulle donne che li rifiutano. Infine, la parola “vittime” è probabilmente inappropriata, ma l’autore voleva evidenziare quanto le gabbie del patriarcato imprigionino anche gli uomini creando questi figli sani (non malati, né folli) e assassini, e quanta libertà per tutti potrebbe venire dalla rottura di queste gabbie. Spero sia più chiaro…

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      • capisco ma comunque dico che per me sono malati (lucidi e comunque responsabili delle loro azioni) perchè solo una mente malata (ma lucida, ripeto, e in grado di pianificare) reagisce in questo modo solo perchè non trova chi vuole far l’amore con lui o lei, il fatto comunque che questa minoranza di “malati” sia maschile deve far riflettere, c’è in alcuni uomini una colpevole incapacità di accettare il rifiuto femminile e di gestire la pur legittima frustrazione che causa. Personalmente quando vedo un uomo più bello fisicamente di me o che ha più fortuna con il sesso opposto provo ammirazione, un pizzico di invidia ma mai rabbia nè tantomeno rancore, ho sempre avuto profondo rispetto per io diritto di ognuno di noi a selezionare le persone con cui avere una storia sentimentale o sessuale in base a determinati criteri caratteriali, estetici ecc..e preferisco restare vergine a vita che avere rapporti con chi non ricambia la mia attrazione, sarebbe praticamente un stupro. Non so cosa mi abbia reso così dato che sono cresciuto nella stessa società occidentale di chi uccide. Penso che chi arriva a uccidere in realtà non cerca amore o sesso da una donna (anche se dice il contrario) cerca il dominio che è un’altra cosa

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  2. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

  3. Il fatto che siano malati potrebbe comunque essere legato a un fattore esterno, ad esempio ai messaggi ricevuti ed elaborati nel corso della vita. Il rispetto, la vergogna, il pudore, la violenza esternata o controllata a fatica, sono tutti elementi che certo possono essere parte di una patologia, ma non solo, ovviamente.
    Come non chiedersi che tipo di modelli mentali vengono trasmessi da un padre (o da una madre), i quali a loro volta hanno interiorizzato una leggera o massiccia misoginia, tramutandola (spesso senza accorgersene) in una forma di educazione dicotomica? Come scrive Luisa Muraro “La misoginia è una piega della mentalità maschile che continua a nascondere il suo male a ogni tipo di medicina”. Il dominio è parte del problema, e non è un caso che intervenga in tutte le situazioni in cui una parte della società (maschile) tende a prevaricare su soggetti, nel tentativo di renderli oggetti.

    Grazie mille Giorgia!

    Serena

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