“E io pedalo”, un viaggio in bicicletta lungo la libertà delle donne

E io pedalo_Donatella Allegro

 

di Maddalena Vianello

Avete mai pensato alla biciletta come un simbolo di libertà e di emancipazione? Beh, così è stato e così è ancora.

Donatella Allegro ci accompagna lungo il corso del XX secolo – con qualche libera digressione – per una pedalata lungo la storia delle donne e il loro rapporto con la bicicletta. Il viaggio è avvincente.

“E’ un percorso a tappe attraverso alcune storie di donne che hanno voluto, fortissimamente voluto, la bicicletta; donne per le quali essa è stata molto più che un mezzo di trasporto: è stata le ali, è stata via di fuga, è stata trampolino, è stata un dispetto, uno sberleffo alla famiglia, agli uomini, alla gente per strada e ai giornali. Sono storie […] di donne che cercando la propria identità e la propria libertà hanno trovato una perfetta alleata nella bicicletta.”

La bicicletta è veloce e porta lontano. Sfugge al controllo sociale. Infatti, nell’immaginario collettivo è roba da uomini ed è considerata decisamente sconveniente per le donne. Impone un movimento fisico che poco si addice alla compostezza prescritta a queste ultime. Per non parlare delle caviglie che inevitabilmente vengono mostrate e della necessità di un abbigliamento adeguato che licenzi per sempre corpetti opprimenti, gonne troppo strette e lunghe. I raggi delle ruote sono spietati e non fanno sconti.

Con tutto questo si devono confrontare le pioniere della bicicletta, pedalando su tabù e preconcetti. È il caso di Annie Londonderry che sul limitare del XX secolo fece il giro del mondo in biciletta sponsorizzata da una marca di acqua minerale (la Londonderry per l’appunto), vestì abiti maschili e pedalò su una biciletta da uomo. L’avventura di Annie Londonderry, che lasciò a casa il marito e tre figli per cimentarsi in questa impresa, segnò una tappa importante nel corso dell’autodeterminazione delle donne.

Come spesso accade, la Storia impone delle forti accelerazioni nei processi. Così la Seconda Guerra mondiale e l’entrata massiccia delle donne nelle fabbriche sdoganarono in buona parte l’uso diffuso della bicicletta da parte delle donne. In quegli anni le donne italiane non inforcarono le biciclette solo per raggiungere le fabbriche, ma anche per dare un contributo fondamentale alla Resistenza. Divennero, infatti, staffette partigiane in sella alle loro bicilette, nascondendo messaggi e non solo sul fondo dei cestini e nelle intercapedini dei telai.

Con il passare degli anni, molto tempo dopo le gesta di Annie Londonderry, le donne rivendicarono in maniera diffusa la loro aspirazione: diventare protagoniste del ciclismo a livello agonistico. Tutt’oggi discriminate nella vita sportiva del nostro Paese, le donne cominciarono a occupare nuovi spazi. Nel 1924 Alfonsina Strada fu la prima donna a prendere parte al Giro d’Italia e grazie ai suoi sostenitori poté uscire dalla miseria più nera e cambiare la propria esistenza e quella dei suoi cari. L’avventura le costò diversi nomignoli non esattamente gratificanti, fra cui “la matta” e “Diavolo con la sottana”. “La Corsa al Mare” del 1948 segnò un altro momento importante per la partecipazione delle donne alla vita sportiva. Fu, infatti, la prima gara ciclistica femminile d’Italia.

Ci sono in questo libro storie emozionanti che fermano il tempo, come quella di Margherita Ianelli di Marzabotto (1922-2011) che grazie alla bicicletta riprese gli studi contro tutto e tutti per uscire dall’analfabetismo e raccontare la sua terra martoriata dalle stragi Nazifasciste di Monte Sole. Racconti autobiografici che sono diventati di ispirazione per molti, fra cui Giorgio Diritti nel suo “L’uomo che verrà”.

I decenni sono trascorsi e oggi a Modena alla Casa delle donne da qualche tempo esiste un corso di bicicletta riservato alle donne migranti. È tenuto da Amina, arrivata in Italia dal Marocco ormai diversi anni fa. Le donne che lo frequentano sono molte e Donatello Allegro ci mette a parte delle loro riflessioni. La bicicletta è uno strumento di libertà, di fiducia in loro stesse, di riappropriazione di senso e di sé. Alcune ci mettono anni a liberarsi dei pregiudizi che le hanno soffocate fin da bambine e molto tempo è necessario perché imparino a tenersi in equilibrio da sole. Sono altre donne a sorreggerle e a insegnare loro. E ogni volta che una donna per la prima volta pedala da sola è una festa per tutte.

E’ anche questa la genealogia di donne che con il Femminismo aspiriamo a costruire. C’è sempre una donna che deve imparare come si pedala e altre che l’aiutano a tenersi in equilibrio. Un giorno pedalerà da sola. Il testimone passerà di mano. E così andremo avanti, anche grazie alle biciclette.

 

E io pedalo. Donne che hanno voluto la bicicletta.

Edizioni del Loggione, Modena

155 pagine, 12 euro

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