La forma del desiderio

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di Chiara Anselmi

Sin dall’inizio dell’anno, da quando le cento donne francesi hanno pubblicato su Le Monde il loro manifesto in difesa della libertà di importunare come ultimo baluardo della seduzione – e molti e molte pure da noi si sono spesi in questa direzione – ho provato un disagio che facevo fatica a tradurre in parole efficaci. Come poteva essere difeso un rituale intriso di manipolazione psicologica e abuso di potere, di ruoli inflessibili e copioni vetusti ed essere per giunta associato alla parola libertà? Poi finalmente ho visto il film di Guillermo Del Toro La forma dell’acqua e sono stata grata a chi aveva avuto la capacità di evocare con le immagini quello che faticavo a esprimere a parole.

La storia è quella di Elisa (Sally Hawkins), addetta alle pulizie muta, che incappando in un’inquietante creatura anfibia imprigionata nel sito militare dove lavora se ne innamora e decide di liberarla prima che venga uccisa e vivisezionata. I suoi complici nell’impresa sono un amico gay pittore fallito e la collega afroamericana della protagonista, personaggi costretti ai margini di una società ferocemente normativa e classista.

Senza alcun impaccio per la trama, il film è disseminato di metafore visive: l’appetito inadeguatamente compensato da dolciumi coloratissimi ma di gusto ripugnante; l’oppressione del tempo che scorre scandito da orologi, calendari, timbrature di cartellini; un antagonista che incarna – letteralmente – un maschile predatorio e putrescente.

Che siamo di fronte a una fiaba carnale, prima ancora che romantica, ce lo annuncia la sequenza iniziale in cui la protagonista si concede qualche istante di vigoroso autoerotismo immersa nella vasca da bagno. Pochi minuti dopo, l’incontro di Elisa con l’anfibio ribalta la prospettiva classica delle favole sulla bella e la bestia: l’attrazione reciproca scaturisce proprio dalla diversità, nessuna metamorfosi verso l’umano è necessaria perché il desiderio venga risvegliato. La curiosità per ciò che è estraneo, viscido, oscuro e selvaggio non è patologica ma salvifica, unica concreta occasione di un’autentica espressione di sé.

L’ostinata determinazione della protagonista è quella di liberare la creatura e mantenerla in vita, restituendole il potere di fare della riconquistata autonomia ciò che deciderà. Nessun desiderio di possesso, nessuna seduzione manipolatoria dunque, solo la stupefacente epifania dell’incontro con le proprie pulsioni più bizzarre e inquietanti.

La protagonista non si ribella in nome di un ipotetico “vissero tutti felici e contenti”, piuttosto rivendica, anche per noi, la libertà di accogliere e abbandonarsi all’inatteso, all’irregolare, al fuori norma. Facendolo ci mette di fronte all’enorme potenziale sovversivo del desiderio.

Per quanto la promozione del film si sia soffermata più sul lato sentimentale della trama risulta arduo non percepire la relazione tra la donna e il “mostro” come un’allegoria del tabù che ancora circonda la sessualità femminile. Le convenzioni imporrebbero a Elisa di subire le attenzioni moleste del suo aguzzino, la norma vigente è quella di una sessualità femminile reattiva e mai attiva. La ribellione a questo stato di cose non può che essere considerata mostruosa.

In fondo che ci si appassioni più della lettura romantica dell’amore come superamento delle barriere col diverso da sé o dell’idea di una metafora del diritto delle donne a esprimere i propri istinti meno “decorosi” fa poca differenza. Trovo consolante il successo di un film che si disfa di tutti gli stereotipi di seduzione più triti e ci trasporta in un racconto dove la curiosità e la comunicazione sono alla base della pulsione erotica, dove il confine tra repulsione e attrazione è un terreno da esplorare con delicatezza e non da disciplinare.

Se in tanti e tante ci siamo appassionati a una fiaba in cui la pulsione sessuale femminile è rappresentata come potente e liberatoria in sé – e non in funzione di qualche arcaica dinamica di potere – allora forse un discorso nuovo sul desiderio e sulle relazioni non è così inaccessibile.

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Un pensiero su “La forma del desiderio

  1. la seduzione erotica non ha nulla di opprimente nè di prepotente, una donna che seduce un uomo (o un’altra donna), un uomo che seduce una donna (o un altro uomo) stanno facendo un gioco condiviso e consensuale, non è una molestia, weinstein è un porco molestatore, la seduzione non centra. Attrazione e repulsione sono cose diverse. Il film di De Toro è bellissimo

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