Note sulla cultura dello stupro

john travoltadi Federico Bonadonna

Perché alla sorella di Antonio Brizi piaceva John Travolta? Voglio dire, lei aveva appena dieci anni e mezzo e lui, Travolta, era un ragazzo decisamente peloso. Sì, insomma, come fanno a piacerti i peli a quell’età? Lei aveva appeso questo poster così esplicito nella sua cameretta rosa con il lettino ricoperto di cuoricini. Le sue stupide amichette erano impazzite e avevano smesso di giocare al dottore con noi che eravamo pure più grandi di loro di un anno. E così ora vivevamo su due pianeti diversi: loro ritagliavano le foto di Tony Manero dalle riviste e le incollavano sul diario, noi giocavamo a pallone.

Era il 1978, che per me è ancora l’anno della scoperta del testosterone. Era successo tutto dopo quella domenica pomeriggio in cui ci eravamo ritrovati al cinema con tutta la classe, ma senza un appuntamento preciso, semplicemente eravamo lì. Da settimane in paese non si parlava d’altro, l’aria era elettrica, febbrile appunto. Il film era vietato ai minori di 14 anni, ma ci avevano fatto entrare lo stesso. Arroccato su a Genzano vecchia, il cinema era una sala con le pareti tappezzate di moquette blu dove proiettavano film a luci rosse nei giorni feriali e le prime visioni nel fine settimana. In realtà la prima visione era relativa ai Castelli Romani e il film magari era uscito a Roma mesi o addirittura anni prima. Invece Guerre Stellari, La Febbre del sabato sera e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo uscirono praticamente in contemporanea con la Capitale. Anni dopo seppi che l’Italia è stato il secondo paese europeo a distribuirlo dopo l’Inghilterra.

Entrammo che il film era iniziato da un pezzo, “tanto poi lo rivediamo fino a dove siamo arrivati”. Tutte le poltrone erano occupate e la sala buia era satura di fumo di sigaretta. Ci sedemmo sugli ultimi gradini liberi. Il film scorreva veloce come le luci e la musica e noi non capivamo nulla, almeno fino alla scena dei ragazzi che stuprano Annette nella macchina. “Adesso sei una troietta”, dice Tony Manero con quella voce falsa.

Alla fine uscimmo un po’ incerti, però contenti di aver visto un film per grandi accompagnati da “ragazze”. Ragazze che invece non venivano di certo con noi a vedere i porno durante la settimana quando al bigliettaio non potevamo rifilare la scusa che usavamo con l’edicolante, e cioè che Le Ore erano per un fantomatico zio. E così noi dodicenni ci ritrovavamo davanti a orge clamorose in una sala piena di pensionati soli.

In strada con i compagni di scuola fingevo una scioltezza che in realtà non avevo. La scena dello stupro mi aveva bloccato lo stomaco e da allora quella nausea è associata alla Febbre del sabato sera e alla faccia di John Travolta.

L’anno dopo, il terzo delle medie, verso la fine delle lezioni, andammo in gita di classe a Bomarzo. Sul pullman del ritorno, di sera, il gioco con Luciana nell’ultima fila di sedili, si trasformò in qualcosa di più pesante. Intervenne l’autista che scollò Gino e Flavio da Luciana, cioè quello che la professoressa di religione, una tipa di CL, non era riuscita a fare.

Ma il peggio era stato rimandato.

L’ultima volta che ho visto Luciana, anzi il viso di Luciana, in particolare un occhio sgranato, un frammento del naso e un angolo della bocca di Luciana, era stato in palestra. La testa della ragazzina sporgeva dal materassone blu del salto in alto. Flavio la teneva per il collo e Gino le stava addosso. La cosa assurda è che di quella scena per anni ho ricordato solo i pantaloni di flanella color ruggine inermi sulle caviglie di Flavio, l’elastico spesso delle mutande che gli segava in senso orizzontale le natiche e i mocassini testa di moro bucati sull’alluce. Solo una volta tornato a casa ho ricomposto i frammenti ricordandomi anche delle urla di Luciana affondata sul materasso dietro la spalla di Gino. Un lampo che, dopo aver illuminato per un istante il ricordo della scena, era scomparso.

Alla fine dell’estate, dopo aver passato le vacanze al mare con i miei genitori che non avevano smesso un giorno di litigare, qualcuno, ma non ricordo più chi, mi aveva detto che Luciana aveva lasciato il paese. Così avevo collegato l’informazione con quello che era successo in palestra. Allora ero andato a cercarla a casa sua. «Un fatto brutto, era rimasta incinta», mi aveva detto un vicino. «’na ragazzina de sortanto tredici anni, porella…», aveva aggiunto asciugandosi la fronte con un fazzoletto fradicio e maledicendo il caldo. «La sorella maggiore l’ha portata dalla mammana». Avevo chiesto cosa fosse una mammana, l’uomo si era messo a tossire farfugliando: «So’ quelle che fanno il lavoro sporco, ‘nzomma quelle che te torgono er disturbo cor fero da carza». Avevo provato ad avere dettagli. «Troppo vòi sapè fijetto bello».

Era stata mia madre a completare l’informazione. Aveva fatto anche l’infermiera quando era giovane, mia madre, e non risparmiò i dettagli.

Lo stupro della mia compagna di classe da parte dei nostri compagni non è mica colpa del film. Penso invece che quel divieto ai minori di 14 anni che ci fece tanto ridere avrebbe dovuto essere fatto rispettare. Tanti anni dopo ho saputo che per evitare il divieto ai minori di anni 18, fatale per l’esito commerciale del prodotto, la scena dello striptease era stato tagliata e La febbre del sabato sera era stata edulcorata in fase di doppiaggio (il maledetto doppiaggio), in particolare nella scena dello stupro che Wikipedia definisce “scena intima in auto tra Tony e Annette”. La soluzione di alterare il linguaggio è un modo per salvare l’apparenza mantenendo inalterata la sostanza. Ma il problema di quella scena non sono le parole: il linguaggio culturale di quella scena è chiarissimo e veicola un codice inequivocabile.

Non ho mai più rivisto Luciana. Mai più.

 

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