Perché Lucha y Siesta non deve scomparire

1-lys-non-si-vendedi Viola Lo Moro

Tre sono i momenti che mi vengono in mente legati alla casa delle donne Lucha y Siesta. Ho letto qualche giorno fa dell’attacco che stanno subendo: Atac spa vuole riprendersi l’immobile. I dettagli non li ho capiti bene; le donne di Lucha hanno scritto un comunicato sul loro sito, mercoledì ci sarà una assemblea pubblica.

Ma con queste poche righe vorrei non parlare dei dettagli. Vorrei parlare di tre momenti.

Dov’è Lucha? La prima volta che mi hanno detto “vai a Lucha, fermata Lucio Sestio” – a me, che non venivo da quel quadrante di Roma – le parole che mi sono venute in mente sono state: Giulio Agricola, campagna, periferia, mah. Erano otto anni fa, volevo fare del volontariato. Sono entrata in punta di piedi in quel vialetto e ho trovato un piccolo mondo di donne all’opera: catalogazione di libri, sistemazione della cucina, pulizia delle stanze, panni al sole. Ecco, la prima immagine è questa: panni stesi. Non ricordo neanche un viso, ma i panni stesi fanno casa, sono casa. Possono passare persone diverse, ma la costante dei panni stesi in un appartamento rimane tale finché quell’appartamento è abitato da bisogni, gusti diversi, colori, emergenze di ospitalità all’ultimo, capi stinti. Lucha è un posto luminoso perché abitato. Abitato da donne.

Abitato e gestito da chi? Ecco il secondo momento. Facevo parte di un collettivo nato all’interno della Casa Internazionale delle Donne chiamato La Costituente. Quell’anno avevamo fatto un lavoro sugli spazi delle donne, per arrivare a scrivere un piccolo opuscolo chiamato Petra, in cui ci auspicavamo una casa delle donne in ogni municipio. Le donne di Lucha avevano accettato di scriverlo con noi, di confrontarsi su cosa volesse dire prendere un immobile e ridisegnarlo per, ma soprattutto con, le donne della città. Ricordo bene quella chiacchierata. Ricordo gli occhi di Angela e la risata di Simona. Il sorriso di Rachele. Negli anni ho conosciuto meglio le altre. Non ho mai sentito le compagne di Lucha parlare in modo paternalista (anzi maternalista) delle donne che ospitavano. Da loro ho imparato che a tutte noi, tutte, può capitare di stare in una situazione difficile e di aver bisogno di aiuto. Violenza familiare, improvvisa povertà, solitudine, mancanza di lavoro.

Chi di noi ha la fortuna di non stare in quel momento preciso in una qualunque di queste condizioni può fare qualcosa per le altre: Lucha è una casa in cui chi può mette a disposizione le sue competenze ed energie per far un po’ di bene alle donne che ci vivono e al quartiere intorno (una sartoria, un cineforum, una biblioteca, un turno di pulizia, un mercatino). E quel bene che puoi fare ti nutre e ti fa stare meglio, ti fa conoscere altre donne, ti stanca da morire, ma ti restituisce un senso. Quindi: nessuna gestisce Lucha. Tutte se ne occupano. E Lucha in dieci anni ha dimostrato che gli spazi possono migliorare (anche esteticamente) se ne abbiamo cura, e quella cura non è accessoria al grande obiettivo superiore, quella cura fa parte dell’azione politica quotidiana di abitare o gestire un posto.

Quando a Tuba abbiamo presentato il loro libro fatto di foto e racconti per i dieci anni, oltre alla grande commozione, ho sentito una vicinanza profonda perché sapevo a quel punto quanto lavoro e fatica esiste dietro alle faccende quotidiane del mantenimento di un luogo.

Terzo momento (e un’appendice di quarto). Quest’estate, in una serata in cui mi sentivo un po’ giù e non avevo voglia di stare in casa, non avevo voglia di vedere nessuno, ma non avevo neanche voglia di gironzolare per una città di sconosciuti, sono andata a Lucha a vedere un film durante la loro rassegna cinematografica estiva. Chi lavora spesso di sera sa quanto sono preziose le serate che si prendono per sé. Entrando nel cortile volevo e non volevo essere visibile. Volevo e non volevo fare socialità, chiacchiere. Volevo e non volevo parlare di politica, di donne, di femminismo. Le sorelle di Lucha – a questo punto mi sentirei di chiamarle così – mi hanno accolta come una di casa.

Sembra una faccenda scontata questa, ma in tanti anni di femminismo, di collettivi, di spazi occupati, di salotti, di queer e di tutto, posso dire che è una rarità sentirsi accolte. Mi hanno sorriso, dato da bere, da mangiare, abbiamo fatto delle chiacchiere leggere, e mi hanno lasciato vedere il film da sola. Quello di cui avevo bisogno. Poco tempo dopo sono tornata a Lucha con mia moglie, che non conosceva lo spazio. Abbiamo passato una serata allegra, divertente, piena di domande e parole. A nessuna di loro è neanche passato per la testa di farci quelle innumerevoli e improbabili domande che ci siamo sentite fare appena deciso di sposarci. Ci hanno festeggiate e basta. Le donne di Lucha ascoltano, gioiscono, si arrabbiano e lottano in relazione tra loro e con tutte noi che passiamo per di là.

Lucha y Siesta è uno dei posti più preziosi di questa città. È arrivato il momento di lottare.

 

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