Cittadinanza e famiglia, oltre la stirpe

landscape-1488279579-cittadinanza-italiana-ai-figli-di-migranti-igiaba-scegodi Cecilia D’Elia

C’erano una volta i delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, tra questi figuravano l’aborto, la procurata impotenza alla procreazione, l’incitamento a pratiche contro la procreazione. Eredità del codice fascista, sono sopravvisuti anche nella democratica Italia repubblicana, non più ad indicare l’interesse demografico dello Stato e la sua politica della natalità, quanto una continuità nell’idea di concepire il diritto della riproduzione e della maternità. Una concezione che chiamava in causa un sottofondo organicistico del modo con il quale il diritto italiano aveva pensato la famiglia e le sue relazioni. Era una famiglia chiusa verso l’esterno, oggi parleremmo di primato delle relazioni biologiche, e gerarchicamente ordinata. Destino femminile, della brava cittadina, era essere moglie e madre. Del resto costringere la donna ad abortire non era reato contro di lei, contro una persona, ma contro la stirpe, cioè la sua funzione riproduttiva.

Negli anni il divieto di contraccezione (art. 553) viene liberato dal suo fondamento ideologico patriottico e nazionalista e sempre più si lega al diritto della famiglia, al suo fondamento naturale e alla sua finalità procreativa. Non a caso negli anni sessanta i progetti di riforma del codice fascista del Ministro della Giustizia Guido Gonella non abolivano questi reati, ma sostituivano la parola stirpe con generazione. Si faceva cadere un termine troppo legato al ventennio fascita e alla sua ideologia, ma si ribadiva una concezione della famiglia e della sua finalità procreativa.

Com’è spesso avvenuto in Italia a eliminare divieti o aprire la strada a nuove regolamentazioni sono intervenute sentenze della Corte costituzionale oppure decisioni di merito del Tribunali. Così è stato per il divieto di contraccezione, superato grazie alla sentenza n.49 del 1971, così per la legge 194 del 1978, che la legalizzato le interruzioni di gravidanza, facendo cadere quel che rimaneva dei delitti contro la stirpe. L’impianto della legge riprende infatti la sentenza n. 27 del 1975, che dichiarava non equivalente il diritto alla salute e alla vita di chi è già persona con quello di chi lo deve ancora diventare.

Di questo rapporto tra legislatore e magistratura nell’affrontare le nuove domande di giustizia che nascono nella società si è parlato a Siena, in occasione dell’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati, in una sessione che – fatto inusuale per l’assemblea di ANM – apriva l’interlocuzione con associazioni e soggetti della società civile attorno ad alcuni nodi aperti, come le nuove famiglie, la cittadinanza, il testamento biologico, la legalizzazione delle droghe leggere.

E discutendo di nuove famiglie e di ius soli la parola stirpe, e la relazione di sangue che ad essa si accompagna, continuava a riecheggiare nella mia testa. Ho consulato il vocabolario Treccani, alla ricerca del suo significato condiviso: discendenza, origine di una famiglia o di un individuo, soprattutto se di alto lignaggio, o anche di un gruppo etnico, di un intero popolo.

Di un intero popolo, soprattutto se quello che giustifica la cittadinanza è lo ius sanguinis. Così è nel nostro Paese, ce lo spiega il Ministero dell’Interno “La cittadinanza italiana si acquista iure sanguinis, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani. Esiste una possibilità residuale di acquisto iure soli, se si nasce sul territorio italiano da genitori apolidi o se i genitori sono ignoti o non possono trasmettere la propria cittadinanza al figlio secondo la legge dello Stato di provenienza.”

Annalisa Camilli su Internazionale ha ricostruito mutamenti e dibattito sulla cittadinanza in Italia, mostrando come, essendo un paese con un alto numero di emigrati, abbiamo favorito la trasmissione della cittadinanza “con il sangue”, per mantenere un legame con i tanti emigrati italiani che vivevano e lavoravano all’estero e contribuivano allo sviluppo e all’arricchimento del paese attraverso le rimesse. Con la legge 91 del 1992 il principio dello ius sanguinis si rafforza e diventa più difficile naturalizzare (qui la lingua tradisce l’dea organicista di cittadinanza) i cittadini di nazionalità straniera. Sappiamo quanto è tormentata e difficile la discussione sulla riforma della cittadinanza, la proposta che il Senato dovrebbe finalmente approvare prevede l’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per nascita, introducendo una sorta di “ius soli temperato” e una nuova forma di ottenimento della cittadinanza a seguito di un determinato percorso scolastico, chiamato “ius culturae”.

Anche nel caso del popolo, come in quello della famiglia si tratta di abbandonare un’idea chiusa di appartenenza, fondata sul primato della relazione biologica. Questa scelta non mette tra parentesi la corporeità e le relazioni ad essa legate, ma la riduzione di questa a corpo-natura e il suo primato del definire i legami tra le persone e tra queste e il paese in cui vivono e crescono. Andare veramente oltre l’idea di stirpe, che continua ad essere tra noi ben oltre la sua pomposa affermazione giuridica, apre quindi alla possibilità di operare scelte sull’uso del proprio corpo e sulla propria esistenza. L’ho già detto motivando la mia adesione allo sciopero della fame per sostenere l’approvazione dello ius soli: cambia per tutti l’idea di cittadinanza, non solo geneaologia di sangue, ma condivisione di uno spazio in cui viviamo e operiamo come cittadine e cittadini.

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