Carla Lonzi: l’arte, il femminismo, la vita

carla lonzidi Elettra Deiana

Carla Lonzi. Un’arte della vita, è il libro che Giovanna Zapperi ha recentemente pubblicato per Derive Approdi nella collana Opera viva. È un denso e documentato testo in cui l’autrice, che di mestiere fa la critica d’arte, indaga sui rapporti tra la Lonzi femminista – che del femminismo fece “l’arte della vita” – e la Lonzi critica d’arte, che, diventando sempre più critica verso le strutture concettuali e simboliche dell’arte e del mondo degli artisti, tagliò i ponti con la sua antica professione e si dedicò con passione – una passione duratura e coinvolgente – al femminismo.

Il passaggio fu segnato, nel 1969, dal libro Autoritratto, basato sul montaggio di una serie di conversazioni registrate con quattordici artisti (tutti uomini con l’eccezione di Carla Accardi) tra il 1965 e il 1969. Un addio nei fatti, che nel 1970, con la nascita della rivista Rivolta Femminile, segnò il definitivo abbandono da parte di Carla Lonzi del suo lavoro di critica d’arte. E fu anche il passaggio al nuovo modo di Lonzi di intendere, pensare e vivere la sua vita e di concepire il femminismo, che della sua vita divenne elemento intrinseco. “La donna non va definita in rapporto all’uomo”: è un passaggio del Manifesto di Rivolta femminile, basato su un testo elaborato dalla stessa Carla Lonzi e da Carla Accardi e Elvira Banotti. Sono poche parole che meglio di molte altre segnalano lo spostamento dello sguardo e del modo di pensare le cose, la radicalità di un pensiero capace di andare oltre le regole codificate del pensiero dominante.

Perché il femminismo fu per Lonzi – e Zapperi lo mette bene in luce – ciò che permise di dare il via – alla stessa Lonzi e a una generazione di donne – a un altro modo di vivere la vita, “sfidando i ruoli e i rapporti asimmetrici che strutturano la vita delle donne, nell’arte come nei rapporti sociali”. E vivendo intensamente – sul piano concettuale e su quello politico e simbolico e del senso delle cose – la dimensione del “tra donne”, che, dice Lonzi, ti dà l’incredibile felicità che viene proprio da quell’esperienza, vissuta, grazie allo spostamento dallo sguardo maschile che sa compiere lo sguardo femminile, come un’inedita dimensione dello stare al mondo, rompendo le paratie stagne che incombono su tutto, imprigionano le donne e ne condizionano la voglia di vita. E fu questa la strada per sperimentare la scelta di essere autentica, massima aspirazione di Carla Lonzi, costitutiva della sua intensa esperienza femminista, che lei elaborò come intreccio di pensiero e vita.

Un’opera d’arte appunto. Il femminismo è stata la mia festa, ebbe a dire in quegli anni Lonzi, che del femminismo seppe affermare una sua personale concezione e pratica. Il rapporto e la relazione con altre donne sono al centro di quella pratica, sottolinea Zapperi, come altre studiose, tra cui in particolare Maria Luisa Boccia, hanno evidenziato. La relazione rappresenta infatti il cuore pulsante di una pratica politica ed esistenziale che ruota intorno alla dimensione intersoggettiva della vita e alla necessità del dialogo, del confronto, dell’idea di una nuova soggettività che sia alternativa all’astratto e dominante paradigma del soggetto autonomo e universale.

Il libro di Zapperi, nella ricchezza degli aspetti trattati, mette bene in luce che Carla Lonzi fu, tra le femministe di allora, quella particolarmente audace nel decostruire alla radice e in modo esemplare la complessa trama culturale della tradizione storico- filosofica su cui si era retto fino alla tarda modernità l’ordine patriarcale. Da Hegel a Marx, da Freud a Lenin e via così. Una femminista che senza tanti complimenti, in tutti i suoi scritti, mette in discussione gli snodi cardine del pensiero dominante e i dominanti pensatori di riferimento, facendo chiarezza sugli apparati simbolici e concettuali che ne erano alla base. Tutti frutto del pensiero maschile.

Basti ricordare l’urticante Sputiamo su Hegel (1970), e poi La donna clitoridea e la donna vaginale o Sessualità femminile e aborto (entrambi del 1971), per avere un quadro della qualità delle problematiche di fondo affrontate, e del fulminante modo di scrittura adottato, tale da costruire una parola pubblica fortemente assertiva, da manifesto politico, sottolinea Zapperi, capace di una critica al vetriolo dell’ordine delle cose. Che dice, quella critica, della necessità di liberare la sessualità femminile dalla funzionalità subalterna alla procreazione e alla sessualità maschile, e dell’urgenza di liberare il presente dall’oppressione della morsa teleologica del pensiero maschile, per lo più enfaticamente proiettato al futuro. È invece il presente il tempo della vita e del femminismo.

L’impatto che il pensiero di Lonzi ebbe nel periodo storico del post Sessantotto, dominato dalla potente presa di parola delle donne e dai passi di libertà del loro farsi soggettività politica, fu, in Italia, un elemento di primo piano nel determinare il taglio d’epoca che abbiamo nominato come crisi/esaurimento/fine del patriarcato. Nello stesso tempo Zapperi vuole mettere fortemente in luce, fin falle prime pagine del testo, che l’abbandono del mestiere di critica d’arte non significò affatto per Carla Lonzi l’abbandono dell’interesse per l’arte. Non fu affatto un abbandono ma uno spostamento del modo di rapportarsi all’arte, del posizionarsi e considerarla da un altro punto di vista. Tutto questo già per altro adombrato nel periodo del suo lavoro di critica, così inconsueto e indisciplinato, e che via via evidenzia i passaggi critici che porteranno Lonzi a considerare la critica d’arte “nei termini di un ruolo fondamentalmente autoritario e repressivo”. Ma tutti i suoi scritti, al contrario di quanto in genere è stato detto, dimostrano “un interesse costante per l’arte, le sue istituzioni, i suoi miti, i suoi linguaggi, che Lonzi non smetterà mai di analizzare e interrogare criticamente”.

Non due fasi distinte della vita dunque – la critica d’arte e il femminismo – ma l’arte come “un campo attraversato dalle questioni sociali e politiche”, come succede in altri campi, quindi sottoposto anch’esso al dominio di ruoli precostituiti, asfittici, condizionanti, che impediscono di andare al cuore delle questioni e della materia stessa di cui l’arte è intessuta. Da questo punto di vista, scrive Zapperi, appare necessario “interrogarsi criticamente sul significato della decisione presa da Lonzi di ritirarsi dall’arte come pratica di resistenza contro ogni forma di integrazione nella cultura”. E contro il predominare nella vita di ognuna e ognuno di ruoli, categorie, identità che ci imprigionano.

Una vita alienata anche quella dell’artista, dice Lonzi, perché fissamente inchiodata all’opera d’arte e ai suoi valori e alla sua identità. L’artista è un tutt’uno col suo “lavoro”, insomma, e la sua vita è ridotta solo a questo e alle sue asfittiche regole. A questo proposito Zapperi sottolinea la straordinaria attualità del pensiero di Carla Lonzi che nell’artista vede incarnato il modo d’essere del lavoro contemporaneo, individualista e competitivo, segnato da quella nuova economia delle passioni che muovono le modalità dei rapporti del lavoro così caratterizzate dalla rinuncia, da parte di chi ne accetta i persuasivi dispostivi di comando, a guardare oltre, a cercare altre modalità creative ed espressive del proprio stare al mondo. Insomma un’arte della vita, nel testo di Zapperi, che inopinatamente offre anche una chiave di lettura su molti aspetti di grande attualità.

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5 pensieri su “Carla Lonzi: l’arte, il femminismo, la vita

    • e allora? questo basta a liquidare tutta la questione dell’asimmetria tra i generi nella nostra storia? perché un uomo tende (quasi sempre o almeno molto spesso) a mettersi in difesa anziché mettere in discussione un assetto culturale di cui tutti siamo partecipi e in parte vittime?
      giulia

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  1. consensualità e sudditanza possono coesistere. Carla Lonzi ha il merito di affrontare questo problema alla radice, nella sua analisi del patriarcato.

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