Debora Serracchiani, la violenza e le sfumature della condanna

stanza buia

di Maddalena Vianello

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Mi tocca leggerla diverse volte l’affermazione che Debora Serracchiani ha pronunciato dopo l’aggressione e lo stupro di una giovane donna a Trieste.

Ci sono delle gerarchie, quindi, che fanno variare la nostra dose di disgusto per la violenza. E la variabile lungo la quale scorre il raccapriccio e la condanna è l’identità dello stupratore, in questo caso un uomo iracheno.

Debora Serracchiani ha dovuto “rettificare” con un: “Non sono razzista, ho detto una cosa evidente agli italiani”.

Per molti, come per me, a dire il vero di evidente non c’è nulla.

Allora, spulcio la sua bacheca facebook per capire meglio e un post mi viene in soccorso. Un uomo scrive: “Lo sapete che vi dico? Che Debora Serracchiani ha ragione. Il tradimento del rapporto di fiducia con chi ti ha accolto rende ogni crimine più odioso.”

Di questo si tratta, quindi: il tradimento del rapporto di fiducia, la violazione della nostra magnanima accoglienza.

Il punto non è la violenza sulle donne e le sue radici profonde, la condanna ferma senza distinzioni. La violenza non è odiosa sempre allo stesso modo. A volte lo è di più.

Le donne picchiate, umiliate e ammazzate quotidianamente nelle nostre rispettabili case spesso da fidanzati, compagni e mariti italiani non rappresentano che un brutto spettacolo, raramente una notizia. Casi che si accumulano gonfiando i numeri delle statistiche. E comunque odiosi, ma non troppo.

Se il violentatore, però, è un immigrato con la pelle scura e qualche precedente penale, allora sì che la violenza va in prima pagina per giorni e suscita una riprovazione ampia e profonda. E allora sì, che il disgusto è massimo e indiscutibile.

Possiamo così illuderci di avere un’altra buona ragione per liberarci dei migranti, trascurando che la violenza non l’abbiamo certo importata dall’altra sponda del Mediterraneo. Non abbiamo nulla da imparare in questo ambito purtroppo.

Le donne rimangono così in secondo piano. Ed è difficile immaginare che distinzioni come queste possano correre sulla loro pelle, che possano provocare variazioni di raccapriccio e dolore. E così continuiamo a non (ri)conoscere la violenza, le dinamiche, le donne che la subiscono. E a essere profondamente razzisti.

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6 pensieri su “Debora Serracchiani, la violenza e le sfumature della condanna

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