Di madri e di donne che partoriscono per altri (e altre)

 

copertina marchidi Giorgia Serughetti

A proposito della sentenza di Trento che ha riconosciuto la doppia genitorialità a due uomini, uno padre biologico e uno no, per una coppia di gemelli nato da gestazione per altri in Canada, Letizia Paolozzi, su Dea, esprime tanta preoccupazione per la “cancellazione della madre” quanta perplessità verso le iniziative per la “proibizione generalizzata” (come quella organizzata da Se Non Ora Quando – Libere per il 23 marzo, “Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale”). “Piuttosto”, scrive Paolozzi, “andrebbero ascoltate con più attenzione le donne che scelgono di portare un bambino per altri, considerando che ci sono storie e bisogni diversi”.

Sulla Gpa, come su altri temi controversi che riguardano la libertà delle donne, è facile che si apra una guerra delle testimonianze, ogni volta che il conflitto tra posizioni alternative riceve nuovo impulso. Del resto non è difficile trovare una “portatrice” che racconti di aver sofferto la separazione con il neonato, o che parli della necessità di scindersi interiormente per poter recidere il legame con il nascituro; ma non è difficile nemmeno raccogliere la voce di chi ha vissuto la gestazione per altri come un’esperienza positiva, talvolta positiva solo per il ritorno economico che ne ha tratto, più spesso anche per il ritorno emotivo, e per le relazioni costruite intorno alla gravidanza e alla nascita. Per alcune, la Gpa è una pratica piena di senso, un senso diverso da quello che è stato mettere al mondo il proprio bambino o la propria bambina. Per alcune, non per tutte, ma è questa una ragione sufficiente per ignorarle?

Per uscire dallo sterile conflitto tra testimonianze opposte, l’unico atteggiamento produttivo mi pare quello di ammettere, come fa Paolozzi, che “ci sono storie e bisogni diversi”, accettare quindi la complessità dello scenario, ampliarlo, arricchirlo di conoscenze, senza pretendere di chiuderlo dentro un’unica rappresentazione. A questo obiettivo contribuisce senz’altro il libro di Serena Marchi, “Mio tuo suo loro” (Fandango, 2017), che raccoglie storie di “donne che partoriscono per altri”, in diversi paesi del mondo.

Piuttosto che proporne una lettura, ne vorrei riportare alcuni passaggi, tratti dalle interviste alle protagoniste.

“Ho deciso di voler essere una surrogata quando avevo 17 anni”, spiega Jamie, giovane donna inglese, già madre di una bambina. “Fin da molto piccola frequentavo e conoscevo molte persone che non potevano avere figli. Sentivo i discorsi alle cene a casa dei miei genitori che terminavano sempre con ‘Abbiamo provato di tutto, ormai ci siamo arresi’. A me facevano molta tenerezza e mi sentivo in imbarazzo. Queste coppie erano a casa di una famiglia numerosa – io ho 3 fratelli – e finita la cena, usciti dalla nostra porta, tornavano soli, in due, in una casa silenziosa. E fin da allora, mentre ascoltavo questi discorsi da adulti facendo finta di giocare, mi sono sempre detta: ‘Se potrò avere figli, voglio farne almeno uno per qualcun altro’.” Jamie continua raccontando l’esperienza della gravidanza (una surrogacy “tradizionale”, cioè con i propri ovuli e senza fecondazione in vitro) portata avanti per una coppia di uomini: “Quando ho scoperto di essere incinta di Jassie è stato molto eccitante ma molto diverso rispetto a mia figlia. Jai [il padre biologico] piangeva di gioia e io ero euforica ma era come se un amico mi stesse dicendo che stava per diventare papà. Non ero io che stavo diventando madre. Lo stesso distacco l’ho provato durante le ecografie. Io non ho mai guardato lo schermo in cui l’ecografo mostrava la bimba. I miei occhi erano sempre fissi sui visi dei due papà. Le loro facce esterrefatte, in estasi, al settimo cielo erano così emozionanti da vedere ed era proprio quello di cui avevo bisogno io: toccare con mano la felicità altrui, grazie a qualcosa che stavo facendo io.” E aggiunge: “L’idea di avere un altro figlio mi terrorizza, soprattutto se dovessi crescerlo di nuovo da sola. No, grazie. Invece l’idea di rimanere incinta di un bambino per altri mi piaceva molto. Aveva dei genitori che lo aspettavano, pronti ad accoglierlo e amarlo.”

Molto diversa da quella di Jamie è la voce di Natasha, ucraina: “Io guadagno dieci mila euro per ogni parto singolo, quindici mila se sono gemelli. Lo stipendio medio qui in Ucraina è di centocinquanta euro al mese. Non credo ci sia niente di male in quello che faccio. I soldi che sto guadagnando mi servono per comperare una nuova casa, venire ad abitare in città e lasciare la campagna. Voglio una casa più grande, più bella, dove vivere con mio marito e mio figlio. Il mio corpo è una macchina perfetta per procreare, perché non dovrei usarlo per aiutare la mia famiglia a vivere in condizioni migliori e allo stesso tempo rendere felice una coppia?”. Nemmeno lei è insensibile al richiamo emotivo del ruolo “salvifico” che svolge per coppie senza figli: “la prima donna che ho reso mamma. Ero ancora in ospedale e il bambino aveva un giorno. Quando l’ha visto per la prima volta è scoppiata a piangere, mi ha riempita di baci e mi ha detto ‘Natasha, hai realizzato il mio sogno nel cassetto. Tu hai la bacchetta magica, ora so che la fata turchina esiste sul serio e per me sei tu’. Adesso il mio soprannome per mio marito e mio figlio è fata turchina e io lo trovo bellissimo.”

Il viaggio di Serena Marchi (33.613 km, tiene a specificare) la conduce poi negli Stati Uniti e in Canada. Qui, in Canada, incontra Julia, che ogni anno festeggia il compleanno dei due bambini che ha messo al mondo per altri, insieme alle loro famiglie. “Sembra strano per chi non lo prova, lo so, ma non li ho mai considerati miei figli e non ho mai pensato di tenerli. Durante la gravidanza mi piaceva immaginare il bambino con la sua mamma e il suo papà e quando ho partorito e ho visto la loro famiglia finalmente formata, completa, beh, che gioia immensa! Il corpo ha delle emozioni proprie, sue, indipendenti dalla mente. E il mio ha sempre avuto sentimenti belli, felici, allegri, sereni. Ricordo con molto piacere quando i bambini crescevano in me. Negli ultimi mesi tiravano un sacco di calci e io dicevo: ‘Ehi, tu lì sotto, smettila che sennò lo dico alla tua mamma’.”

Attraverso il narrato del libro, dove ciò che è mio, tuo, suo, loro coesiste e si confonde in un intreccio di relazioni sempre diverso e situato, la parola “madre” assume una valenza polisemica. Se gravidanza e maternità non sono sinonimi, sulla scena procreativa la madre non è più una sola. E il quadro che ne viene fuori è necessariamente molteplice.

Nessun viaggio nel mondo della gestazione per altri può raccontare tutta la storia. L’autrice di “Mio tuo suo loro” ne illumina, però, una parte importante. Svelando, tra l’altro, come non solo i vissuti soggettivi divergano tra le donne, ma come questi vissuti siano influenzati anche dalle leggi e gli apparati regolativi della Gpa, che variano nei diversi paesi attraversati e sono puntualmente illustrati al principio di ogni nuova tappa. L’autoinseminazione è esperienza diversa dalla fecondazione in vitro, concepire un figlio con propri gameti non è lo stesso che farlo con ovodonazione, scegliere i genitori intenzionali attraverso le proprie reti è altro da lavorare per una clinica, conservare la piena competenza sulla gravidanza è diverso da cedere per contratto ad altri o altre il diritto di decidere sul proprio corpo.

Quelle raccolte da Marchi sono dunque storie da leggere, voci da ascoltare. Perché a non volerle leggere queste storie, capire queste voci, il rischio è che siamo noi, non il diritto, non le giudici di Trento, a cancellare le madri.

***

Serena Marchi sarà alla libreria Tuba di Roma il 28 marzo, per presentare il suo libro insieme a Barbara Kenny (Ingenere) e Maddalena Vianello (Femministerie), Monica Cirinnà e Maria Luisa Boccia.

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7 pensieri su “Di madri e di donne che partoriscono per altri (e altre)

  1. Mi lascia molto perplesso quest’articolo: il bambino è sempre sullo sfondo. nell’articolo non è mai il protagonista, il soggetto. A partire dalla frase “storie e bisogni diversi”: storie di chi? Bisogni di chi?Il titolo del libro, “Mio tuo, suo loro”, la scelta del possessivo è sintomatica, il “prodotto” è mio, lo gestisco io.
    La storia di Jamie: lei non guardava le ecografie per non incoraggiare il nascere di un rapporto che avrebbe poi creato una difficoltà (…) nel momento del distacco. Ma il rapporto si costruisce in due. Dietro a quel monitor c’era un bambino che aveva bisogno, un dannato bisogno di vivere quei mesi fondamentali in sintonia con la madre. No, invece, al bambino questo è stato negato, perchè la mamma non vuole iniziare a costruire questo rapporto. Non vogliamo parlare solo di madre biologica, ma anche di madre sociale? E’ quello l’inizio dello strutturarsi del rapporto sociale e il soggetto più forte si è negato a quello più vulnerabile, più bisognoso.
    “Il ruolo salvifico della GPA”, frase sintomatica del considerare il bambino “una pezza” sul rapporto di altre due persone, uno strumento per sanare bisogni di altri, una medicina per le loro difficoltà. Mi vengono i brividi. Mi viene in mente tutte le storie (finite comunque male) di quelle coppie in crisi che decidono di fare un figlio per cercare di risolvere i loro problemi. Uno strumento.
    Non so se qualcuno vuole cancellare il ruolo della madre, forse quelli che la definiscono un “concetto antropologico”. Sicuramente in quest’articolo, l’unico che non compare è il bambino. Giusto un pacchetto-regalo che un adulto pensa di regalare ad un altro adulto per farlo felice.
    Davvero vogliamo questo? Davvero è giusto questo?

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    • Caro Chicco, non so se sia giusto, sicuramente non è una scelta che considererei giusta per me. Non penso nemmeno che i figli debbano servire ai bisogni di chi li fa, eppure questo obiettivo di relazione “disinteressata” verso la messa al mondo di un essere umano non può essere che un ideale a cui ognuno si approssima quanto possibile, ma che è raramente raggiunto. Gli altri genitori non parlano forse di mio, tuo, suo, loro? Continuamente, ossessivamente? La maggior parte di noi inserisce il progetto di genitorialità all’interno di un progetto di vita, pensando i figli anche come risposta a un bisogno di realizzazione di sé, e di cura dell’altro. Ma per restare su questo articolo, sul libro di Serena Marchi, la domanda a cui risponde è “siamo di fronte a un abuso del corpo delle donne, della loro capacità di generare?”. L’autrice mostra una realtà complessa, in cui le donne contribuiscono a dare senso alla pratica stessa, pensando se stesse non come meri contenitori ma come agenti della propria vita e della vita di altre persone. Hai ragione, il bambino è sempre sullo sfondo, ma davvero la sensazione è quella di un bambino abbandonato nel suo stato bisognoso? E’ irrilevante il fatto che oltre la madre che lo sta portando in grembo ci sono altre madri, padri, che lo immaginano, sognano, circondano di attesa? Secondo me no. Non è un pacchetto un bambino che viene al mondo così. E’ un pacchetto un bambino verso la cui nascita c’è disattenzione e indifferenza. Non sostengo la scelta di chi ricorre alla Gpa (qui occorrerebbe un discorso serio sulle adozioni), ma non sono nemmeno disponibile a mostrificare chi lo fa o le donne che si prestano per un progetto di genitorialità altrui.

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      • I bambini non dovrebbero servire ai bisogni di chi li fa, come dici tu. Dobbiamo partire da quest’estremo della linea, non da quello opposto, anche se la realtà ci mostra che è un estremo ideale, difficilmente raggiungibile.
        Sì, molti i genitori parlano spesso di “mio, tuo, suo”. Ma noi sappiamo (e forse anche loro, in fondo) che è una prospettiva sbagliata. Non usiamo un atteggiamento molto nostro, molto umano per tirare verso il basso il nostro “standard”. Teniamo saldo in mente che non c’è “mio, tuo, suo” quando si parla di un bambino che sta nascendo.
        Non so se il bambino “è abbandonato”: sicuramente il considerarlo come oggetto di un bisogno, metterlo “sullo sfondo” (nel libro come nella vicenda che viene raccontata) crea un baratro umano, una distanza tra adulto e bambino che non aiuta l’accoglienza, ha il sapore dell’abbandono. E non basta l’attesa, anche se sicuramente aiuta, quando è un’attesa “pulita” e non brama di soddisfare un proprio desiderio. C’è un bambino con cui la donna condivide (spesso) dna, carne e sangue, rumori e calore, nei primi esplosivi mesi della propria vita. E quello che accade fuori – attese “pulite” o no – è anni luce sullo sfondo.

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  2. Per non parlare della vicenda di Natasha, che lo fa per “comprarsi una casa più bella”…Quando arriva la donna che ha comprato il bambino (vi rendete conto di cosa stiamo parlando? Se ci fermiamo un attimo, non sembra surreale di discutere di una cosa del genere? Di usare questi termini in una frase?) cosa le dice? “Natasha, hai realizzato il mio sogno nel cassetto.” Il “mio” sogno. Il “mio” desiderio. Il “mio” bisogno. Due adulti: una che vende un prodotto e una che realizza i suoi desideri.

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  3. E’ un articolo profondamente ideologico che vuole edulcorare una pratica infame e balorda come la compravendita dei bambini. infatti non vengono mai nominati. Per chi scrive l’articolo come per chi pratica l’utero in affitto (altro che nomignoli come gpa…) sono solo cose.

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  4. Pingback: La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

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