Prove femministe di resistenza e liberazione

eterotopie-strazzeri-resistenza-differenzadi Elettra Deiana

Resistere al dominio significa mettere in gioco la propria forza e non temere, se sei donna, che questo significhi contraddire la tua femminilità. La paura di mostrare la forza, non di possederla ma di mostrarla: questa è la contraddizione che ogni donna può trovarsi di fronte nel difficile, conflittuale confronto col dominio. Di questo parla “La resistenza della differenza” (Mimesis, 2017), sottotitolo “Tra liberazione e dominio”, il libro di ultima pubblicazione di Irene Strazzeri, in cui l’autrice si misura ancora una volta con le contraddizioni del presente che la crisi della modernità, che è anche – e in modo emblematicamente coincidente – crisi del patriarcato, continua a produrre.

Nel periglioso campo di tensione che la crisi determina e alimenta, mentre il potere globale ridisegna le mappe delle vite che valgono e di quelle che non valgono, dei gruppi umani indispensabili e di quelli dispensabili, delle popolazioni vulnerabili e di quelle invulnerabili – o, per meglio dire, in diritto di essere invulnerabili – la sfida femminista è di non soccombere al disastro. Questo significa saper fare i conti con la propria forza, imparando a segnare positivamente la contemporaneità, un’epoca di transizione triste, devastata in ogni suo angolo da molteplici forme di violenza e deprivata del principio speranza. Che va invece ritrovato, riscoperto, reinventato, se necessario. E la sfida femminista oggi è avere la forza di mettere in gioco, contro il dominio, il paradigma politico del prendersi cura del mondo, ridando valore a modalità importanti della socialità, scrive Irene Strazzeri, come la coesistenza, l’alleanza, la responsabilità verso l’altra, l’altro, il sapere di quanto la dipendenza sia materia dell’esistenza.

“La resistenza della differenza” è, già dal titolo, un testo inopinatamente fuori dal coro dell’imperante mainstream politico culturale, orientato a far accettare come naturale l’ordine delle cose. Un testo in cui la concretezza dell’analisi del reale e la necessità della battaglia per non soccombere, altrettanto concretamente evocata dall’autrice, costituiscono un tutt’uno. Al concetto di resistenza, intesa come opposto del potere e opposizione al potere, Strazzeri attribuisce il significato dell’azione attiva, persistente, quotidiana, impregnata di una forza secolare di cui le donne sanno essere maestre e a cui il femminismo è in grado di attribuire significati politici inediti di ricodificazione dei modi di vivere il presente e di opporsi al potere.

Una resistenza pensata come capacità di fare i conti con le seduzioni del potere e soprattutto come esperienza incarnata, cioè sessuata e singolare, in cui è in gioco la soggettività di ognuna per quello che concretamente si è nella vita. Siamo di fronte a un vero e proprio paradigma politico-esistenziale, che l’autrice, per come tratteggia la materia, non intende indirizzare esclusivamente né in prima istanza alla critica neutra del potere o al potere inteso come istituzione ma di cui intende evidenziare la portata esperienziale che si ricava dalla pratica concreta della vita. E questo avviene tra le sfide che dalla quotidianità prendono forma e consistenza e le contraddizioni che i liquidi legami sociali – così fragili ma così pervasivamente impregnati dei dispositivi del potere – ci pongono di fronte.

E sappiamo quanto coraggio ci voglia per non farsi sedurre dal potere perché, scrive Laura Marchetti nella sua prefazione, il potere è “inclusivo, strisciante, subdolo, biopolitico, entra nelle vite” e nessun potere pubblico o patto democratico è ormai in grado di controllarlo. Né vuole, in realtà. È in questa difficile contemporaneità, segnata dal caotico intreccio dei post – post patriarcato in primis – in cui in forma disseminata e quotidiana si fronteggiano le pratiche di liberazione e le logiche di dominio, che Strazzeri, riprendendo l’intreccio di problematiche già analizzate nel suo precedente lavoro sul post patriarcato, mette di nuovo alla prova la lezione femminista del partire da sé, del saper conoscere il mondo facendo i conti con la propria soggettività incarnata.

Torna così in scena un’imprevista e spiazzante soggettività femminista, non addomesticata né conformizzata, che si sottrae all’ordine del discorso dominante e al regime di verità costruito in un altrove, apparentemente disincarnato, sempre più lontano e imperscrutabile, da cui però dipende la materialità delle nostre vite. Un altrove che non appare ed è per questo intangibile, inavvicinabile ma in realtà è casa del potere che tutti e tutte coinvolge, inclusivo come una ragnatela, attrattivo come l’oggetto del desiderio, coinvolgente come l’inedita servitù volontaria della contemporaneità, che ci incastra nell’ordine delle cose, perché fondata eminentemente sul desiderio narcisistico di essere “come tu mi vuoi”. Soggettività femminista imprevista e imprevedibile nelle mosse che compie, perché scarta, dà prova di sé in altra direzione, si esercita in atti di resistenza e di richiesta di giustizia per tutte e tutti. Questo oggi avviene in molte piazze e in molte occasioni, ed è là in gioco visibilmente la forza delle donne.

L’alleanza dei corpi, l’ha definita Judith Butler nel suo ultimo libro pubblicato in Italia, cioè un agire di concerto che diventa una potente forma incarnata di contestazione delle concezioni del potere e della loro messa in scena. Le cronache ne sono piene e le donne spesso ne sono alla testa. Se è in gioco la libertà, sta qui il nocciolo duro del femminismo, il conflitto è irrinunciabile. Ma nel conflitto le donne portano spesso la capacità di essere “ricettive e vulnerabili” alle ragioni sociali, alimentando quindi la potenzialità di altri presupposti della politica, di altri modi di intendere le cose. È sempre la teoria femminista, scrive Stazzeri, ad aver dimostrato che l’intrinseca debolezza dei dominanti modelli di potere sta soprattutto nell’incapacità di fare i conti con le vite delle persone e nella loro crescente lontananza dal mondo.

Loro, i dominanti, un mondo a parte, loro, i padroni della ricchezza, un potere globale sull’umano che è transitato dal dominio sui corpi a quello sulla specie, colonizzando l’umanità in forme estreme di sfruttamento e espropriazione i corpi. Dal dominio dei vecchi patriarchi si rischia così di passare al dominio di nuovi padri e a nuove configurazioni del potere maschile, che il neoliberismo alimenta. Questo anche il messaggio del libro, e per affrontare la difficile complessità dei nostri tempi nulla può valere come il rimanere fedeli a se stesse e mantenere viva e vitale, scrive Alessandra Chiricosta nella sua postfazione, la differenza politica spiazzante e resistente che corre lungo tutto il libro e che mai come oggi ha da dire e operare.

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