Regione Lazio e legge 194: una storia importante

abortodi Maddalena Vianello

All’ospedale San Camillo si pratica circa il 30% delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) di Roma. Sappiamo che alcune donne arrivano da fuori città, da luoghi in cui abortire non è più possibile. Molte di queste, tuttavia, non hanno la fortuna di rientrare fra gli interventi in programma giornalmente, troppo pochi rispetto alla domanda. Sappiamo che le condizioni di accoglienza ed erogazione del servizio non sono delle migliori per usare un eufemismo (raccomando la visione del documentario “Obiezione vostro onore”). Sappiamo anche, però, che quello del San Camillo non è un caso isolato e nemmeno dei peggiori.

La diffusione dell’obiezione di coscienza – in alcune regioni d’Italia sfiora il 90% – inficia l’efficacia del servizio pubblico. Tanto che la LAIGA (e non solo) denuncia un’allarmante recrudescenza dell’aborto clandestino.

In questo quadro si inserisce il Bando della Regione Lazio per l’assunzione di due medici per l’applicazione della legge 194, difeso con convinzione dal Presidente Nicola Zingaretti. Attenzione, il bando non si rivolge unicamente ai medici non obiettori, esplicita piuttosto la funzione a cui sono chiamati: il servizio pubblico per l’IVG previsto dalla legge 194. Per dirlo con parole mie, per garantire la libertà e un diritto delle donne.

Nel contesto della realtà – e non di un mondo ideale – il bando della Regione Lazio è importante. Introduce, infatti, una misura che assicura  un numero minimo di medici per garantire l’IVG. Se ne è accorta anche la senatrice PD Laura Puppato che con una mozione presentata in Parlamento ne ha chiesto l’estensione in tutte le regioni italiane.

Sul futuro della 194 si fronteggiano diverse scuole di pensiero. Nominarle tutte sarebbe impossibile. Mi limito a ricordare due impostazioni principali che oggi si confrontano con rinnovata energia. Una che ha trovato nuova spinta nel coordinamento Non una di meno e che sostiene la modifica della legge 194 con l’abolizione dell’articolo 9 (che prevede l’obiezione di coscienza). E l’altra che – consapevole delle conseguenze legate a una possibile riapertura del dibattito parlamentare sulla legge 194 – predilige i così detti “tetti”, auspicando con forza che venga garantita la presenza di medici non obiettori in percentuali adeguate per l’erogazione del servizio pubblico. In parte ciò che il bando della Regione Lazio tenta di fare.

In queste ultime ore si è alzato un gran polverone intorno al bando dell’ospedale San Camillo. Difendere questa misura non vuol dire considerarla il bene massimo a cui possiamo aspirare, ma un esperimento da difendere. Questo sì.

Intendiamoci si può sempre fare meglio e di più. Tuttavia, il bando della Regione Lazio prova ad aprire una breccia inedita che potrebbe essere esportata in altre regioni, garantendo quantomeno il servizio in luoghi dove non è più in essere e ampliandolo dove è ancora in funzione. E’ qualcosa, qualcosa di importante.

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