La marcia delle differenze

jessicasabogal-womenareperfect-1di Giorgia Serughetti

La Women’s March on Washington del 21 gennaio è stata senz’altro un evento straordinario, fuori dall’ordinario, perché nei paesi occidentali è sempre più raro assistere a manifestazioni di queste dimensioni, tanto più se guidate dalle donne. L’America è scesa in piazza, è stato scritto. In piazza per sostenere un programma politico “che parla a tutte e tutti”, a “persone di ogni genere, razza, cultura, appartenenza politica”, e si riallaccia all’eredità di tutti i movimenti: dal suffragismo all’abolizionismo, al femminismo, alle lotte dei nativi americani fino a Occupy Wall Street e a Black Lives Matter. Sul palco si sono susseguite le voci di donne bianche, nere, latine, lesbiche, etero, musulmane, cristiane, e uomini, donne, transgender. Tra le celebrità, c’erano femministe storiche come Gloria Steinem, icone del movimento per i diritti civili e per la liberazione delle donne come Angela Davis, star dell’attivismo di sinistra come Michel Moore.

Se tutto questo è rimbalzato sui media di tutto il mondo, spesso accompagnato dallo stupore che produce la forza delle donne quando esce allo scoperto, molta meno attenzione è stata data, dalle nostre parti, alla discussione che ha preceduto e in parte seguito la mobilitazione. Una discussione al cui centro sono state non le similarità ma le differenze tra donne, quelle di razza, classe, orientamento sessuale, religione, abilità, nazionalità. Le differenze che determinano una distribuzione ineguale di privilegi e oppressione, portando alcune a vivere sulla propria pelle il pregiudizio e le discriminazioni con una violenza sconosciuta alle donne bianche o delle classi più agiate.

Prima ci sono state le discussioni sull’assenza delle donne nere e di altre minoranze nel comitato organizzatore della manifestazione, poi risolte con la loro inclusione. Non è un dato marginale in questo contesto il fatto che il 94% delle donne nere e il 68% delle ispaniche abbia votato per Clinton, contro meno della metà delle bianche. Hillary ha conquistato soprattutto il consenso delle donne bianche più istruite, tanto che pare la femminista storica Catharine MacKinnon abbia osservato, all’indomani del voto: “alle donne bianche ci vogliono quattro anni di college per cominciare a imparare ciò che le donne di colore, indipendentemente dal loro livello di istruzione, già sanno”.

Successivamente, nelle settimane di preparazione della marcia, sono arrivate le espressioni di disagio di donne bianche di fronte all’insistenza sui loro privilegi, di cui sono state chiamate a rendersi consapevoli. Ne dà conto il New York Times.

Ciò che è accaduto, in poche parole, è che la questione dell’intersezionalità, o del femminismo intersezionale, è uscita dai circoli accademici per diventare discussione pubblica. Intersezionalità indica l’appartenenza simultanea di ogni persona a diverse categorie, come il genere, la razza, la classe, la cultura, la religione, l’abilità o disabilità, l’orientamento sessuale ecc., che ne determinano la specifica collocazione sociale. Ciò che le donne delle minoranze hanno portato allo scoperto da decenni, ma con particolare veemenza in questo frangente, è che esiste una tendenza del femminismo mainstream a rappresentarsi come bianco, etero, e di classe media o elevata, dimenticandosi delle differenze etniche, sessuali, religiose, socioeconomiche tra donne, e a trattare viceversa le battaglie contro le discriminazioni razziali o Lgbtq come battaglie altre rispetto a quelle delle donne.

Ne dava conto ampiamente, alla vigilia della mobilitazione, un articolo di Jenée Desmond-Harris su Vox, intitolato Per capire la Marcia delle donne su Washington, bisogna capire il femminismo intersezionale. La giornalista riporta, come esempio significativo del problema che vuole illustrare, le parole pronunciate dall’attrice Patricia Arquette – anche lei tra le donne celebri che hanno partecipato alla manifestazione – che nel 2015 durante la cerimonia di premiazione degli Academy Awards proclamò: “è arrivata l’ora delle donne in America, è ora che tutti gli uomini che amano le donne, e le persone gay e tutte le persone di colore per cui noi abbiamo combattuto combattano per noi”. Aspetta un attimo, dice Desmond-Harris, “cos’è questa storia delle persone gay e le persone di colore? Messa così sembra che questi gruppi non includano donne”. Che è quello che notava nel 1981 l’autrice afroamericana bell hooks nel suo Ain’t I a Woman: quando si parla di neri il sessismo impedisce di vedere la realtà delle donne nere; quando si parla di donne il razzismo impedisce di vedere la realtà delle donne nere. Queste dunque rimangono al margine di entrambi i discorsi, quello antirazzista e quello antisessista.

Il problema, scrivono Jarune Uwujaren e Jamie Utt su Everyday Feminism è che “un movimento femminista one-size-fits-all che si focalizza solo su ciò che le donne hanno in comune tende a cancellare più che a includere”. Per esempio, scrivono, se è vero che una percentuale tra il 25% e il 50% delle donne ha subito violenza nel corso della vita, i dati disaggregati mostrano che le donne di colore sono molto più esposte a questo rischio. Mostrano, anche, che le donne bisessuali sono un più esposte alla violenza sessuale delle altre donne. Che tra le persone Lgbtq colpite da crimini d’odio, il 78% è composto da persone nere, e che le persone transgender sono molto più a rischio di quelle cisgender (cioè le persone in cui c’è coincidenza tra identità di genere e sesso biologico).

In breve, se il problema della violenza di genere riguarda tutte le donne, alcune lo subiscono in misura maggiore di altre. E se tutte le donne fanno i conti con il sessismo, non tutte le donne fanno i conti con il sessismo razzializzato, o associato a omofobia o trasfobia.

Alcune pensano che così declinato il femminismo rischi di perdere il suo specifico e di ridursi a battaglia marginale e debole. Ma le manifestazioni del 21 gennaio sembrano raccontare un’altra storia.

Anche in Italia c’è chi da anni lavora sull’idea di intersezionalità, non solo nell’accademia ma anche nei movimenti. Eppure la discussione, anche all’interno del femminismo, resta tutto sommato marginale. La società italiana è molto diversa da quella americana. Ma anche noi facciamo i conti con le nostre differenze. Ne vogliamo parlare?

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11 pensieri su “La marcia delle differenze

  1. giusta l’inclusività ma non vorrei si arrivasse a una frammentazione, per me mettere l’accento su ciò che unisce è meglio, e la religione divide (penso al “diritto di portare il velo” che non è così unanime tra le femministe e anche tra le femministe di origine araba o musulmana)

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  2. comunque la maggioranzanumerica delle donne è cisgender e etero così come gli uomini quindi qualsiasi manifestazione delle donne non potrà che vedere donne cisgender in maggioranza perchè sono maggioranza nel mondo

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    • e e donne di colore che hanno votato in massa Hillary credo l’abbiano fatto per la stessa ragione degli uomini di colore: la continuità politica col presidente afro-americano. La questione di genere non ha contato o ha contato poco anche per chi ha votato Hillary Clinton

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      • La questione credo sia soprattutto che le donne delle minoranze hanno visto in Trump un pericolo, più di quanto l’abbiano visto gli uomini delle minoranze (da lì sono arrivati meno voti a Clinton rispetto a Obama) e più di quanto l’abbiano visto le donne bianche (che in maggioranza, ahimè, hanno votato per Trump). Dunque certo, non si tratta tanto di Clinton in quanto donna, ma della promessa di politiche antirazziste ecc. Ma rispetto agli uomini, anche loro colpiti dal razzismo, le donne hanno creduto di più che fosse la candidata democratica a fare il loro interesse di donne E nere o latine o altro.

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      • gli uomini di colore hanno votato comunque in maggioranza per Hilary Clinton (anche se meno rispetto alle donne di colore, questo è vero). La maggioranza delle donne bianche avrà pure votato Trump ma lì ha fatto la differenza il livello d’istruzione, le donne bianche istruite hanno in maggioranza votato Hillary e lì si torna alla battuta della MacKinnon che non mi piace molto ma stavolta forse ha fatto una osservazione interessante

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  3. poi vabbè una manifestazione femminista a fianco di Linda Sarsour che simpatizza per Hamas qualche problema lo crea ma tutto sommato è comunque positiva

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