Sindaco sì, sindaca no? Chi dice neutro dice maschile

mansplainingdi Giorgia Serughetti

Se c’è una questione capace di sintetizzare la distanza tra lo sguardo maschile sulle donne e la vita delle donne nella società, questa è la questione del sessismo linguistico. Per alcuni una contesa vuota, per altri una disputa per esteti, per altri ancora un problema rispetto a cui “c’è ben altro di cui parlare”: fatto sta che di riconoscere l’uso al femminile di termini che indicano cariche e titoli onorifici si parla fin dalla fine dagli anni ’80, da quando Alma Sabatini nel 1987 redigeva per la Presidenza del Consiglio del Ministri le sua Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Da allora non è cambiato molto nelle abitudini linguistiche di chi scrive e chi parla nel nostro paese, nonostante le spinte decisive impresse al cambiamento da donne del mondo della politica e della cultura.

È la battaglia ad essere sbagliata, come scrive su Affaritaliani Massimo Sgrelli, presidente del comitato scientifico dell’Accademia del Cerimoniale e già Capo Dipartimento del Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, o sono le resistenze ad essere coriacee? Perché certo non si può imputare alle donne di non aver creduto in questa battaglia, di non averla portata avanti nei decenni, insistendo sull’importanza di un cambiamento simbolico che riconoscesse esistenza anche linguistica alle donne, specialmente negli ambiti da cui sono state tradizionalmente escluse e in cui quindi la coincidenza tra declinazione delle parole al maschile e occupazione maschile delle posizioni di prestigio e potere si è maggiormente consolidata. C’è un rapporto tra il linguaggio e la realtà. Non a caso, il problema riguarda una manciata di parole, come deputato, ministro, sindaco, assessore, magistrato, avvocato e non molte altre. Se declinate al femminile (deputata, ministra, sindaca, assessora, magistrata, avvocata, nel pieno rispetto delle regole della grammatica italiana, come ha confermato l’Accademia della Crusca), queste parole – e stranamente solo queste, non altre come cuoco, pulitore, infermiere, commesso… – si dice:

  • risulterebbero “orribili”, addirittura “abominevoli” come ha recentemente sostenuto il presidente emerito Giorgio Napolitano, accolto da fragorosi applausi, oppure
  • costituirebbero un errore e una violazione dello statuto di neutralità dei ruoli o titoli che indicano, a cui non si applicano i generi grammaticali.

Il secondo è anche l’argomento del recente attacco di Vittorio Sgarbi alla Presidente della Camera Laura Boldrini, che ha condotto convintamente questa battaglia per la riforma del linguaggio delle istituzioni ed è da anni il bersaglio preferito di professionismi del maschilismo più becero travestito da opposizione al “politically correct”. Ma vediamo invece il discorso di Sgrelli, che si appella persino alla presunta incostituzionalità dell’uso del femminile per declinare le cariche pubbliche.

“Ogni vocabolo”, scrive, “ha una propria desinenza storica, maschile, femminile, che non connota una mascolinità o una femminilità di genere. Quindi una desinenza linguistica di una qualifica professionale o di una carica non si collega necessariamente al genere (uomo o donna) di chi la ricopre”. Ah sì? È curioso perché a scuola impariamo un’altra regola: che di norma parlando di persone e animali i nomi sono di genere maschile se si riferiscono a persone e animali di genere maschile, e sono di genere femminile se riferiti a persone e animali di genere femminile. È solo quando parliamo di cose che il genere non è direttamente riferito alle sue caratteristiche ma convenzionale e fissato dall’uso. Ci sono eccezioni, certo, come il soprano, la sentinella, la spia, che non variano in base al genere della persona, ma la regola è questa. Per eventuali dubbi, consultare le schede del progetto Vocabolaria!

Ma Sgrelli non si limita a questo scivolone grammaticale, prosegue dicendo che: “Affermare l’opposto produce effetti dannosi e lesivi della dignità della donna, perché volgere al femminile le cariche pubbliche con desinenza maschile appare un accomodamento sopravvenuto, teso a sottolineare che la carica è ricoperta da una donna, quasi fosse un evento raro se non anomalo”. Dunque è per proteggere la nostra dignità che non veniamo nominate. Stupide noi ad aver sempre pensato che proprio non nominarci fosse il vulnus, e che proprio non nominarci indicasse la volontà di preservare il ruolo al maschile, concedendo alle donne di ricoprirlo solo come un accidente. Non è così, lo fanno per il nostro bene.

Poi viene il meglio: “Sostenere il principio che la definizione della carica deve essere attagliata al genere di chi la ricopre obbliga perfino ad indagare aspetti molto personali, come l’orientamento sessuale del soggetto, che potrebbe non corrispondere con le risultanze anagrafiche. In questo polverone non capirebbe nulla il cittadino, colui al quale quel titolare o quella carica deve garantire il proprio servizio”. Tutto chiaro? Dunque se ho capito bene per esempio un uomo che faccia il ministro e che ama altri uomini si vorrà far chiamare ministra, una donna deciderà se chiamarsi sindaca o sindaco in base al suo orientamento sessuale… Ehm. Quando diciamo che serve formazione sulle questioni di genere e orientamento sessuale non è per niente…

Trascurerò infine i “rilevanti aspetti giuridici” che in sostanza interpretano il principio dell’eguaglianza senza distinzioni di sesso (art. 3 della Costituzione) come divieto di nominare la differenza. Guardandosi bene dal notare, del resto, che la presunta neutralità del ruolo sarebbe garantita da un linguaggio per niente neutro, bensì maschile.

Ma andiamo al finale: “Molte donne non sanno rinunciare ad affermare la propria personalità di genere anche dove non è consentito, non sapendo distinguere la terminologia letteraria e giornalistica (dove si può) da quella istituzionale (dove non si può), e molti uomini non vogliono opporsi a richieste femministe per non apparire arretrati”. Sgrelli invita le donne a moderarsi, a stare al loro posto, e agli uomini a guardarsi dal non finire subalterni. Subalterni, forse, come il linguista Tullio De Mauro, da poco scomparso, che in una recente intervista diceva: “Quando abbiamo iniziato a dire ‘ministra’ e ‘sindaca’ molti hanno sobbalzato. Ma le donne ministro o sindaco non c’erano mai state. Nato il ruolo è giusto che il vocabolario si adegui. La lingua ci autorizza a usare i femminili”.

Invece per l’autore dell’articolo “alla fine di questa paradossale diatriba il colpevole è il … politically correct”. Ci avrei scommesso.

 

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2 pensieri su “Sindaco sì, sindaca no? Chi dice neutro dice maschile

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