L’io fuori di sé: relazioni, vulnerabilità, dipendenza

inclinazionidi Giorgia Serughetti

Pubblico qui il testo della relazione che ho presentato al seminario “L’interiorità nel sociale” organizzato presso la Fondazione Basso dall’associazione Altramente all’interno di un ciclo dedicato a “L’interiorità se & dove”

Interiorità e sociale sono due termini che si trovano per lo più in un rapporto di tensione reciproca. Non è sempre stato necessariamente così, ma questa tensione tra interiorità e vita sociale, nelle società moderne e contemporanee, è stato evidenziato fin dagli arbori degli studi sulla società. Un buon esempio è la riflessione di Georg Simmel sugli effetti a livello psichico della vita nelle metropoli, come luoghi di estrema concentrazione, enfatizzazione ed accelerazione delle dinamiche caratteristiche della modernità.

Il saggio Le metropoli e la vita dello spirito comincia così: “I problemi più profondi della vita moderna scaturiscono dalla pretesa dell’individuo di preservare l’indipendenza e la particolarità del suo essere determinato di fronte alle forze preponderanti della società, dell’eredità storica, della cultura esteriore e della tecnica”. C’è un’equazione, dice Simmel, una corrispondenza, tra i contenuti sovraindividuali delle formazioni sociali e quelli individuali. La personalità individuale, infatti, si adegua a forze esterne. Non solo nel senso di esserne plasmata ma anche nel senso di difendersene. Per esempio – nelle grandi città europee di inizio Novecento (siamo nel 1903) – difendersene sviluppando massimamente l’intelletto, cioè l’organo della psiche che è “il meno sensibile e il più lontano dagli strati profondi della personalità”, perché è essenzialmente capacità di quantificazione e calcolo.

A Simmel era chiaro come non esista un’interiorità separata e pura, che non reagisca alle forze della società, non interagisca con l’esterno. Tuttavia, resiste ancora oggi molto forte – almeno nel senso comune – l’idea che si possa stabilire un confine rigido tra l’Io e il mondo che lo circonda. A questo forse contribuisce proprio il riferimento allo spazio che è contenuto nella parola “interiorità” e nel suo opposto “esteriorità”. Interiorità – dice la parola – è la sfera della vita di ciascuno/a di noi che sta dentro, distinta dal fuori, è quella sfera a cui nessuno dall’esterno può accedere perché nessuno può pensare i miei pensieri, o provare le mie emozioni. Naturalmente è solo una metafora, perché quando si tratta dell’Io non esiste un luogo chiaramente definibile nello spazio in cui collocarlo. Ma è una metafora utile, perché indica una certa comprensione culturale del rapporto tra il dentro e il fuori di sé, che peraltro si possono definire solo in relazione l’uno con l’altro. A livello geometrico, questo rapporto si può rappresentare come l’intersezione di una direttrice verticale, quella dell’Io che tende verso l’alto all’elevamento spirituale o muove verso il basso nelle profondità del sé, e il gioco di superfici – che immaginiamo disposte in orizzontale – della realtà esterna. In questa geometria, vediamo allora gli individui allineati come tante colonne verticali, costretti a condividere lo stesso mondo esterno, ma ognuno difendendo i confini della propria interiorità.

Io credo che questa organizzazione del rapporto tra interiorità ed esteriorità abbia molti difetti, perché non riesce a dare conto non solo della pienezza delle relazioni che si dispiegano nella vita sociale, nell’esteriorità del sé, ma nemmeno dell’esperienza interiore, se appunto con il termine interiorità alludiamo alla dimensione dell’Io, del soggetto del conoscere e dell’agire.

Come avrete capito qui il ragionamento si fa filosofico, in particolare – per quanto riguarda il mio discorso – etico e politico. Percorrendo questa strada c’è un testo in particolare di cui vorrei parlare, perché mette in discussione proprio la geometria ortogonale, cartesiana, delle linee che separano e organizzano il rapporto tra l’interiorità e l’esteriorità, o meglio tra il sé e l’alterità. Parlo del libro di Adriana Cavarero, Inclinazioni, critica della rettitudine, dove la metafora spaziale serve appunto a squadernare una serie di problematiche che riguardano da vicino la comprensione stessa del soggetto.

Come spiega la filosofa, l’inclinazione è stata sempre guardata con sospetto dal pensiero occidentale. Inclinazione è la passione, è il desiderio, è la china pericolosa che minaccia l’equilibrio del soggetto, la sua rettitudine. Perché la postura etica del soggetto, per una lunga tradizione filosofica che affonda le radici in Platone e trova la sua espressione più perfetta nella morale kantiana, è quella eretta, verticale. Nel paradigma del soggetto libero e autonomo celebrato da Kant, l’Io pensante, che dà a se stesso la legge morale, non pende, non si inclina, sta ritto sui propri piedi.

Come scrive un altro degli autori menzionati da Cavarero in questo libro, Elias Canetti, “è vanto di chi sta in piedi l’essere libero senza appoggiarsi a nulla. Sia che nello sta in piedi sopravviva il ricordo della prima esperienza del bambino che si regge da solo, o il pensiero d’una superiorità sugli animali che non stanno liberamente e naturalmente su due zampe, colui che sta in piedi si sente sempre autonomo”. Questo stare in piedi accentua la sensazione di eguaglianza tra individui che possono venirsi incontro, ognuno ritto sulle proprie gambe. Ma è da notare che lo stesso autore, Canetti, apre la sua grandissima opera di antropologia politica, Massa e potere, con un’immagine che rivela il lato oscuro di questa verticalità autonoma, quella del timore di essere toccati. “Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé”, scrive, “sono dettate dal timore di essere toccati. Ci si chiude nelle case, in cui nessuno può entrare: solo là ci si sente relativamente al sicuro”. E, continua, “la ripugnanza di essere toccati non ci abbandona neppure quando andiamo tra la gente […]. La prontezza con cui gli altri si scusano se ci toccano, la tensione con cui attendiamo quella giustificazione, la reazione violenta e a volte aggressiva se essa non giunge”, tutto questo prova come qui siamo in presenza di “qualcosa di molto profondo”, di qualcosa che “non lascia più l’uomo da quando egli ha stabilito i confini della sua stessa persona”.

Il versante interiore della postura eretta e autonoma dell’individuo è dunque la paura, e la violenza a cui questa può portare. Che ha, come vedremo, anche precise implicazioni politiche.

Eppure il paradigma dell’asse verticale non è l’unico che la nostra cultura ci mette a disposizione. L’analisi di Cavarero dei testi di Virginia Woolf come dell’arte di Artemisia Gentileschi mostra la presenza di una tensione anti-verticalizzante, una tendenza a inclinare l’umano, a farlo sporgere, a piegarlo sull’Altro nella relazione. Non a caso qui si tratta di donne, scrittrici, artiste, che hanno più o meno consapevolmente rappresentato la differenza sessuale come contestazione della norma maschile, con la sua rettitudine. Ma la nostra cultura è attraversata anche da rappresentazioni potenti della Vergine col bambino, tra cui alcune – come la tavola di Leonardo Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnello – costruite interamente su linee oblique. La postura del femminile, nell’arte, nella scrittura, nella filosofia, devia dalla rettitudine dell’Io autonomo, rivelando come la sua intera costruzione sia fondata, in realtà, su un impianto maschile.

Come scrive Hannah Arendt, riflettendo su Kant, “ogni inclinazione ci sporge verso l’esterno, ci porta fuori dall’io”. La spinta dell’inclinazione scalza l’io dal suo baricentro interno e, facendolo pendere in fuori, su oggetti e persone, ne intacca la stabilità. L’io inclinato pende rispetto a quell’asse verticale che ne fa un soggetto autonomo e indipendente perché bilanciato su se stesso. Ma questo pendere, non per caso, ha la stessa radice di dipendere.

Quello che Cavarero propone è infatti un modello relazionale del soggetto, cioè un modello che attraverso la categoria di relazione ripensa la soggettività come contrassegnata da vulnerabilità e dipendenza. Vulnerabilità di un soggetto che si espone all’Altro, dipendenza di un soggetto che ha bisogno di questa esposizione altrui.

Ma è proprio di questa dipendenza, di questa esposizione che l’individuo liberale di kantiana memoria ha più paura: l’io evita di inclinarsi sulle persone “perché, allora, si aprirebbe una scena, davvero inquietante, dove un altro dipende da me, con il rischio che io dipenda a mia volta da un altro, e come per l’effetto capriccioso di un gesto infantile, tutta la costruzione dell’autonomia del soggetto andrebbe a gambe all’aria”.

Kant del resto era terribilmente infastidito dai neonati, in quanto esseri umani che ancora difettano di ragione, non hanno la capacità di sostenersi nella postura eretta, e per l’appunto mancano di autonomia. È invece proprio dalla scena della nascita che riparte Cavarero, dalla postura inclinata della madre sul neonato, che è pura vulnerabilità, pura dipendenza. Cercando di non ricadere nello stereotipo della maternità come segno e destino della vita delle donne, l’autrice prova a fare della piegatura della madre sul bambino un punto di inizio per ripensare l’umano come costitutivamente relazionale, e costitutivamente vulnerabile.

Questa ontologia del vulnerabile è uno dei maggiori punti di contatto tra Adriana Cavarero e un’altra celebre filosofa come Judith Butler. Per Bulter, nel suo Vite precarie, la critica del soggetto autonomo e autocentrato è un presupposto essenziale per ripensare la possibilità stessa dell’umano a partire dal nostro essere “corpi socialmente costituiti, fragilmente uniti gli uni agli altri, sempre a rischio di una violenza che da questa esposizione può derivare”. Le relazioni ci costituiscono, perché ogni vita incarnata è costitutivamente sociale, esiste oltre se stessa, è coinvolta in vite che non sono la sua. Siamo sociali, dice Butler, persino nella nostra dimensione più intima, l’“io” è sempre rivolto verso un “tu”. Ma questo essere costitutivamente relazionali ci destabilizza, ci rende appunto vulnerabili. Come fare, si chiede la filosofa americana, affinché questa vulnerabilità fisica sia protetta, senza tuttavia essere annientata?

Qui entra in gioco un ragionamento propriamente politico. Cavarero spiega come decostruire il soggetto maschile, verticalizzante, autoriferito del pensiero moderno occidentale significhi anche contrastare le pratiche violente di dominazione, esclusione, devastazione di cui questo soggetto è portatore. Non solo nelle relazioni quotidiane, ma anche nelle politiche pubbliche, e nei rapporti tra Stati nello scenario globale.

Esiste del resto un’analogia profonda tra la vicenda del soggetto e quella dello Stato moderno. Anche lo Stato moderno è verticale nella sua costruzione, come mostra l’immagine del Leviatano di Hobbes che si erge poderoso a dominare i singoli uomini. Ma c’è anche un altro aspetto, più propriamente spaziale. Secondo il geografo Franco Farinelli all’origine dello Stato moderno c’è il controllo del territorio, reso possibile solo dall’invenzione di un principio capace di calcolare, ordinare e dominare lo spazio. E questo principio è la prospettiva, che nasce a Firenze del Quattrocento, e che ha appunto come riferimento lo sguardo di un soggetto eretto, frontale.

Dunque, anche quando parliamo di Stati nazionali, che si difendono da ciò che è fuori di sé rafforzando il proprio involucro protettivo ed esercitando violenza verso l’Altro come nemico, siamo all’interno dello stesso problema, di un rapporto tra interiorità ed esteriorità che porta con sé non i semi della convivenza ma quelli dell’annientamento reciproco.

Pensiamo, oggi, alla psicosi dell’“invasione” di profughi e migranti, che in Italia, ma anche in tutta Europa, ha prodotto politiche indegne di una democrazia, fondate sulla negazione dell’interdipendenza tra esseri umani, della permeabilità del confine che separa i gruppi sociali, che divide il dentro dal fuori. E si traduce, materialmente, nella costruzione di muri di separazione invalicabili. A livello micro, all’interno dei gruppi umani, la stessa radice culturale conduce ai fenomeni di razzismo, omofobia, sessismo, violenza sulle donne, tutte manifestazioni – psichiche e sociali – della paura che accompagna le relazioni di dipendenza e di prossimità.

Allora, tornando al problema del rapporto tra interiorità e sociale. Seguendo la metafora spaziale abbiamo visto come sia pericolante, e pericolosa, la struttura geometrica che vorrebbe l’interiorità e l’esteriorità rigidamente separate. Riconoscendo, come ho proposto di fare qui, che gli esseri umani sono costitutivamente sociali, costitutivamente relazionali e dunque reciprocamente dipendenti, non perderemo il privilegio di una vita interiore. Quello che faremo è accettare il rischio di un dialogo che porti l’io fuori di sé, con un guadagno importante in termini di riconoscimento dell’umanità propria e altrui.

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