#FertilityDay: non solo sbagliato, ma controproducente

Cartolina-10di Giorgia Serughetti

A livello mondiale si moltiplicano gli allarmi per la crescita sostenuta della popolazione, in un contesto in cui il pianeta, anche a causa del cambiamento climatico, va esaurendo le risorse naturali. In Italia invece da anni l’allarme è per la vertiginosa diminuzione delle nascite, che con un andamento stabilmente decrescente ha portato nel 2014 al minimo di 1,29 figli per donna, fatti in età sempre più tarda. Si può discutere se la tendenza italiana sia necessariamente da invertire, in un’ottica non ristretta al nostro paese ma aperta alle dinamiche di movimenti globali delle popolazioni che sono sotto gli occhi di tutti. Al tempo stesso, certo, trovo anche sacrosanto portare avanti una riflessione che identifichi i fattori critici che spingono alla bassa natalità, e provi a porvi rimedio, specialmente quando diventa chiaro che dietro i dati ci sono le difficoltà delle donne che, forse, dei figli li vorrebbero pur fare, ma si trovano a confrontarsi con condizioni sempre più ostili alla maternità.

Niente di tutto ciò, tuttavia, sembra motivare la campagna per il #FertilityDay lanciata dal Ministero della Salute – Proteggi la tua fertilità: Per te. Per noi. Per tutti – che ha scelto, per stimolare le donne ad avere figli, l’approccio meno innovativo, e certamente meno femminista, che si potesse immaginare. Con risultati, a mio parere, persino controproducenti.

I richiami espliciti alla fecondità bene comune e alla procreazione come servizio per la collettività e il paese. L’infantilizzazione delle donne, trattate come sciocchine incompetenti e distratte, che non sanno l’importanza della giovane età per gravidanze ottimali e così non “si danno una mossa” per tempo. E poi i rischi di compromettere la fertilità con abitudini sbagliate, che – se non bastasse il resto – mettono un nuovo carico da novanta sul senso di colpa delle donne (chissà, in questo caso magari anche di qualche uomo che ha “mandato in fumo gli spermatozoi”). Tutto sembra riportarci, con un sorriso, ai secoli bui.

Tante e tanti hanno criticato la campagna, ricordando al governo quali e quante altre ragioni, fuori dalla distrazione biologica e dalle abitudini goderecce, impediscano alle donne di fare figli, a partire dai contratti a termine, dai licenziamenti in gravidanza, dalla difficoltà di rientrare al lavoro dopo il primo figlio. Si chiedono quindi, anziché ridicole campagne, politiche serie di sostegno alla genitorialità. Ed è tutto giusto.

Ma io credo che resti qualcosa che sfugge anche in questa analisi. Nel suo libro Mamme cattivissime, Elisabeth Badinter vede un concorso di cause a produrre la denatalità in Europa: “nei paesi maggiormente toccati dalla flessione dei tassi di fecondità e dal rifiuto di avere figli, si osserva la congiunzione di due fattori che costituiscono un freno pesante al desiderio di maternità. Il primo, forse più importante, è la pregnanza sociale del modello della buona madre. Il secondo – che deriva dal primo – è l’assenza di una politica familiare risolutamente cooperativa per le donne”. Cosa significa? Che uno dei fattori che allontana le donne dall’esperienza della maternità è la consapevolezza che il peso di questa esperienza cadrà interamente sulle loro spalle, sia che lavorino, sia che non lavorino. E l’assenza di politiche che puntino seriamente a promuovere l’equa distribuzione dei carichi domestici e di cura non è che un risvolto del perdurare del modello della “buona madre amorevole”, votata al sacrificio di sé, che ha condizionato la cultura europea per secoli. E che continua a farlo, nota nel suo blog Loredana Lipperini, con la sorprendente complicità di movimenti femministi che propendono verso un eccesso di “naturalismo”.

Le donne childfree in Italia sono circa il 20%, e secondo una ricerca dell’Università di Firenze, solo una piccola percentuale di ultraquarantenni che non hanno avuto figli avrebbe cambiato idea nel caso fossero state in atto migliori politiche pubbliche di sostegno alla maternità. Un terzo delle donne intervistate non è voluto invece diventare madre per via delle eccessive rinunce che un figlio comporterebbe, constatando che sono le donne a dover sopportare in toto il peso della cura dei figli, la cui presenza determina molto frequentemente un peggioramento del loro status e la perdita di diritti e posizioni all’interno della coppia, così come nella società.

Siamo ancora nella condizione che descriveva Simone de Beauvoir nel Secondo sesso quando notava il paradosso di una società che riempie di rispetto le madri e di disprezzo le donne. E che proprio per questo, mentre glorifica il ventre fecondo, di fatto riduce le donne all’insignificanza storica.

Stigmatizzare la scelta, o la condizione, delle non madri, richiamare le donne ai loro doveri di fecondità verso il proprio paese, colpevolizzare le donne per la propria infecondità, per aver tardato troppo a volere un bambino: sono tutti messaggi che non solo cancellano con un colpo di spugna libertà e responsabilità delle donne nelle decisioni procreative, ma paradossalmente lavorano proprio a produrre il risultato inverso. Tanto più, infatti, le si riduce a ventri, a “culle per il futuro”, tanto meno donne sempre più istruite e consapevoli, desiderose di disegnare da sé il proprio ruolo nella società, saranno attratte da un modello antiquato e penalizzante di riproduzione e di cura.

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16 pensieri su “#FertilityDay: non solo sbagliato, ma controproducente

  1. fare figli è una scelta e deve rimanere tale. c’è chi vuole fare figli e chi non vuole e chi cambia idea e chi non la cambia, sono tutte scelte legittime.
    sarebbe anche una buona iniziativa per sensibilizzare sulle malattie che mettono a rischio la fertilità (poi tutti sanno che a quarant’anni fare figli è più difficile che a venti) che è un problema esistente però è (inevitabilmente?) circondata di una retorica fastidiosa. Fare figli è sempre una scelta e l’eterosessualità è statisticamente frequente, non obbligatoria (tra l’altro non tutto il sesso etero penetrativo si fa al fine di procreare o esclusivamente per quello, e meno male)

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