Ambivalenze della maternità

di Eleonora Mazzoni*

mamma panciaNe L’amore in più Elisabeth Badinter descrisse l’amore materno come un sentimento incerto e labile, imperfetto come tutti i sentimenti, come tutti i sentimenti da costruire, non essendo mai scontato o dato una volta per tutte, che può esserci, magari fortissimo, in molte donne, o non esserci affatto, oppure esserci per poi sparire. Quando chiese allo psicanalista infantile Bettelheim di scriverle una prefazione al libro, si scontrò con un suo rifiuto.

“Ho lavorato tutta la vita con bambini la cui esistenza era stata distrutta perché le loro madri li odiavano”, le disse. “La dimostrazione che l’istinto materno non esiste – certo che non esiste, altrimenti non sarebbero così numerose le persone che hanno avuto bisogno di consultarmi e non ci sarebbe un numero così alto di madri che rifiutano i loro figli – questa dimostrazione non servirà che a liberare queste madri dai loro sensi di colpa, unico freno che permette di salvare certi bambini dalla distruzione, dal suicidio, dall’anoressia. Io non voglio prestare il mio nome alla soppressione dell’ultimo baluardo che offre a molti bambini infelici una protezione”.

Le parole di Bettelheim smantellano con un colpo netto, quasi brutale, la mistica secolare sull’istinto innato della maternità e ci dicono quello che le donne sanno da sempre ma che possono sperimentare solo da qualche decennio: diventare madri non è per loro un destino inevitabile, non essendo un desiderio universale che appartiene a tutte. Attorno a questo macro tema si concentra l’attenzione del bellissimo libro di Camilla Ghedini, Interruzioni, uscito da poco per i tipi di Giraldi editore.

Ciò che rende più sofferta e difficile la scelta della maternità è, infatti, proprio la grande quantità di ambivalenze che contiene. Sono poche le donne che capiscono presto e con assoluta chiarezza che nella vita vorranno o non vorranno avere figli (ho invidiato l’affermazione della Levi Montalcini quando diceva che a tre anni aveva compreso perfettamente che non si sarebbe mai né sposata né riprodotta!), la stragrande maggioranza invece si dibatte nella zona grigia dei pro e dei contro, degli slanci e delle paure. E le paure non sono solo quelle di non avere abbastanza soldi, di poter perdere il lavoro, di far nascere un figlio in un mondo sempre più orribile e cinico. Al fondo fondo fondo fondissimo una domanda fondamentale che brucia è: ‘sarò in grado di amarlo abbastanza, quel figlio? Sarò una madre sufficientemente buona?’ Ecco. Mi sembra che in queste domande si nasconda il cuore del romanzo, ruvido e struggente, di Ghedini.

La prima donna che incontriamo non vuole infatti diventare madre. Nel dialogo con un’altra donna che invece madre lo è, racconta di come ami se stessa. E ami anche il figlio che non ha. E non l’ha perché lo ama, appunto: vale a dire che non vuole replicare (non essendo probabilmente in grado di riparare) ciò che come figlia conosce molto bene, cioè gli errori che i figli pagano, le insoddisfazioni che i genitori trasmettono, la pesantezza dell’infanzia, l’infelicità degli adulti.

La seconda donna ci fa fare un viaggio senza retorica nel cervello di un’infanticida, una che ha voluto far finire lo strillare del figlio: “Finire, smettere, sembrano uguali, ma non è così. Finire è per sempre. Smettere è per un po’. Finire è morire. Smettere è continuare a vivere”. Il pianto disperato di un bambino piccolo mette a dura prova, è difficile da sostenere, da consolare, da arginare, non si sa nemmeno cosa dirgli, come comunicare con lui, perché quel pianto non è un capriccio, ma una purissima espressione del dolore per la vita stessa, specchio perfetto in cui si riflette il nostro, di dolore. La seconda donna si trova sola di fronte alla sua sofferenza, le dicono che deve essere felice, che una mamma è sempre felice, ma lei non lo è, vorrebbe esserlo, eppure non ci riesce. Non riesce neppure ad amare quel figlio più di ogni altra cosa al mondo, come le ripetono tutti, lei ama più se stessa di lui, di lui che le sta continuamente addosso, un piccolo tiranno bisognoso di essere continuamente allattato e pulito e che la sta piano piano separando da suo marito.

La terza donna è una figlia, una malata terminale che sceglie di non curarsi, vuole un “congedo dignitoso”, senza nessun accanimento terapeutico, noi la cogliamo proprio agli sgoccioli della sua esistenza, ed è lì in un letto d’ospedale accanto a sua madre, alla sua origine, a colei che l’ha fatta principiare, e che è però, nonostante tutto, lontana, come è sempre stata, “non per mancanza di volontà, ma per incapacità”. C’è disamore anche in questa terza storia, c’è una madre piena di scontentezza e rimpianti, c’è una figlia che ha subito un abbandono “lento, quotidiano e fatto non di assenza fisica ma di mancata partecipazione”.

E poi c’è l’ultima donna con il suo rapporto di coppia slabbrato, con la voglia di essere mamma a cui è innestata anche la paura, voglia e paura allucinano le lettere che scrive a una figlia che aveva forse cominciato a innestarsi nella sua pancia, ed ora non c’è più, a causa di una pillola o di un aborto poco importa, e forse non ci sarà mai più, eppure continua a esserci,  anche se non potrà mai rispondere alla fatidica domanda: “Dimmi tu Giulia, sei più contenta di non esserci o avresti preferito esserci?”

Queste quattro donne campeggiano potenti nelle cento pagine di “Interruzioni” e scandagliano, in forma di dialogo o di flusso di coscienza, quel rapporto delicato e cruciale, che, in quanto figlie, appartiene a tutte noi, dentro cui si annidano parecchi pericoli, in cui fioriscono le inadeguatezze. Insostituibile, certamente, ma che può rappresentare la nostra schiavitù, come diceva Pasolini.

Un libro per chi è madre, per chi non vuole esserlo, per chi non lo può essere. Perché madri non si nasce, si diventa. E lo si può diventare in tanti modi e in tante forme, non solo facendo figli

 

*Eleonora Mazzoni è attrice e scrittrice. Ha pubblicato Le difettose (Einaudi, 2012), Gli ipocriti (Chiarelettere, 2015), In becco alla cicogna! La procreazione assistita: istruzioni per l’uso (Biglia Blu, 2016)

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