Per riconoscere la violenza, educare uomini e donne alla libertà

512K1J0TEkL._SX300_di Giorgia Serughetti

Vorrei scrivere di Sara Di Pietrantonio, di come si possa ancora morire così, ammazzata all’“ultimo appuntamento” con l’ex fidanzato che non accetta la rottura della relazione, non accetta che lei veda un altro, quindi la segue, insiste per parlarle ancora, e infine la cosparge di alcol e le dà fuoco. Ogni frase, però, mi pare già scritta. E allora non dirò di lei, ma dirò di quanto è difficile a vent’anni (e non solo) riconoscere la violenza nella frustrazione maschile, nella morsa possessiva che scatta in risposta all’esigenza di libertà, nella sequenza in apparenza più patetica che pericolosa di chiamate, messaggi, visite indesiderate, dichiarazioni disperate.

Io l’ho vissuta una fine così. Voi? Non avete mai visto da vicino queste contorsioni ossessive, non avete mai conosciuto la fatica mostruosa che costa cercare un modo civile per uscirne, per liberarsi della stretta, per riprendere in mano la propria vita? Le mille strategie per nascondere una nuova storia: servono a non provocare altro dolore al proprio ex, o a proteggerci da conseguenze che non sappiamo prevedere?

Sara forse la violenza non l’aveva riconosciuta o forse non ha trovato come affrontarla. Arrivare a chiamare stalker il proprio ex, pensarlo come un autore di reato, non è semplice. Non bastano le leggi, le costruzioni giuridiche, quando il vissuto, la percezione quotidiana di ciò che è lecito nei rapporti tra uomini e donne resta intrappolata nella diseguaglianza di potere tra chi possiede e chi è posseduta. Forse è nella stessa cultura che ha radice l’indifferenza dei passanti, l’atteggiamento di chi pensa che se una ragazza cosparsa d’alcol si sbraccia per chiedere aiuto “forse sta solo discutendo animatamente con il fidanzato”?

Volendo fare una scala di priorità, quella che dovremmo pretendere oggi dal Governo come risposta è l’introduzione immediata dell’educazione di genere nelle scuole. Non credo francamente che ci siano altre strade se non quella di lavorare, con i ragazzi, sulla capacità di gestire la propria frustrazione, riconoscere e controllare la propria rabbia, accettare i cambiamenti e le trasformazioni delle relazioni; con le ragazze, lavorare sulla percezione del rischio, sull’identificazione dei segnali di comportamenti ossessivi e persecutori. Con ragazze e ragazzi, decostruire i ruoli di genere, educare al rispetto, alla libertà, alle relazioni paritarie e non oppressive.

Siamo dotate ormai di immense riserve di riflessioni e strumenti di sensibilizzazione (bella, per esempio, la serie Five Men Project). Ma senza gli spazi adeguati per metterli in gioco questi strumenti, lasciamo crescere rigoglioso un analfabetismo nelle relazioni. Aprire senza altro indugio questi spazi mi pare l’unica risposta decente all’ennesima ragazza ammazzata come una preda, come una cosa.

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3 pensieri su “Per riconoscere la violenza, educare uomini e donne alla libertà

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