Nadia Murad, sopravvissuta all’Isis: giustizia per gli yazidi

nadiadi Giorgia Serughetti

Nadia Murad Basee Taha ha 22 anni, una figura minuta, lunghi capelli scuri raccolti in una treccia e occhi neri in cui ti perdi, mentre l’ascolti raccontare. Raccontare di quando, nell’estate del 2014, i miliziani del sedicente Stato islamico hanno ucciso sua madre e i suoi sei fratelli, e l’hanno rapita, insieme ad altre 5.000 persone della minoranza irachena yazida a cui appartiene, per poi farla prigioniera, venderla e comprarla, stuprarla e torturarla. Nadia dopo tre mesi è riuscita a scappare, a raggiungere un campo profughi e a trovare rifugio in Germania grazie a un canale umanitario. Ma, denuncia, sono ancora migliaia, forse 3.500, le donne e le bambine yazide nelle mani dell’Isis.

Questa ragazza, che fino a meno di due anni fa sognava solo di studiare medicina e oggi è candidata al Premio Nobel per la pace, da mesi viaggia di paese in paese, in Europa, in America, nel mondo arabo, per parlare con i governi, le istituzioni, le popolazioni, e chiedere giustizia per sé e il suo popolo. Il 3 e 4 maggio è stata a Milano, dove ha commosso il pubblico del Festival dei Diritti Umani e la platea di studenti e docenti dell’Università di Milano-Bicocca. Insieme ai compagni dell’associazione Yazda, ha poi proseguito il viaggio verso Roma, dove è stata accolta alla Camera dall’on. Pia Locatelli e dalla Commissione Affari Esteri, e al Senato dalla Vice Presidente Valeria Fedeli.

Come già a dicembre del 2015 davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche nei suoi incontri italiani Nadia Murad ha dato voce alle 3.500 donne che ancora attendono di essere liberate dall’Isis. Ha chiesto di riconoscere come genocidio la strage degli yazidi, di cui si stanno scoprendo le fosse comuni. Ha chiamato la comunità internazionale a intervenire per proteggere il suo popolo e la sua terra, per permettere a 400mila yazidi di tornare un giorno nelle loro case. Infine, ha fatto appello ai governi perché aprano le porte ai profughi. I sopravvissuti all’Isis, avverte Nadia, sono abbandonati a se stessi in campi dove rischiano di impazzire o di togliersi la vita, dove non c’è vita per bambini che non possono andare a scuola, o per donne che non hanno un lavoro.

Sopra ogni altra cosa, però, Nadia cerca giustizia. “Non mi fermerò”, dice, “finché non vedrò anche l’ultima delle bestie dell’Isis processata davanti alla Corte Penale Internazionale”. È stato un grande privilegio, per me, conoscerla e accompagnarla in questo breve tratto del suo viaggio.

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