Il Pulitzer per Farkhunda e tutte le altre

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(AP Photo/Massoud Hossaini, File) NYTCREDIT: Massoud Hossaini/Associated Press

di Francesca Caferri

Si chiamava Farkhunda, aveva 27 anni e credeva nella sua religione, l’Islam. Per questo se l’era presa con l’uomo che, in un santuario conosciuto come un luogo propizio per le donne che vogliono rimanere incinte, approfittava della fede di vecchie e giovani, estorcendo loro soldi. Finì che una folla di uomini la aggredì, la picchiò e poi la finì a sassate prima di trascinare il suo corpo legato ad un’auto nelle strade di Kabul. Senza che nessuno la fermasse. Tragico specchio della condizione femminile in un paese che per anni abbiamo raccontato come liberato e finalmente pronto a fare spazio alle donne.

Se la storia di questa ragazza è diventata famosa è grazie al lavoro di una giornalista che sin dai primi giorni dell’invasione americana dell’Afghanistan non ha mai smesso di puntare le luci sulle donne di questo paese. Per questo lavoro Alissa J Rubin del New York Times ha vinto ieri il Pulitzer, il più prestigioso premio giornalistico del mondo. Per chi da anni cerca di capire cosa accade dietro ai riflettori dei titoli ad effetto nel paese asiatico, Rubin è una firma di riferimento: è stata lei a raccontare per prima delle decine di ragazze uccise ogni anno dalle loro famiglie perché erano state stuprate. Lei a mettere in luce come il tanto sbandierato reclutamento di donne nei ranghi della polizia non stesse affatto funzionando. Lei a raccontare delle donne uccise perché difendevano altre donne e di quelle che nonostante le minacce non interrompono il loro lavoro. Quando si mettono insieme i fili, è stata lei a spiegare meglio di chiunque altro dalle colonne del più importante giornale del mondo perché – nonostante le tante parole spese da George W. Bush e signora – la strategia occidentale fosse un fallimento e l’Afghanistan si stesse trasformando, mese dopo mese, nel buco nero che è oggi.

Nell’agosto del 2014, Rubin è rimasta gravemente ferita in Iraq quando l’elicottero su cui viaggiava si è schiantato sul monte Sinjar, dove si trovava per raccontare l’offensiva dello Stato islamico contro gli yazidi: il preludio delle tante storie di schiavitù sessuale, aborti forzati, suicidi e stupri di cui abbiamo letto in questi mesi. Quando si è ripresa è andata in Afghanistan per raccontare la storia di Farkhunda. Il suo Pulitzer parla di donne. Ma è fatto perché il mondo intenda.

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