Unioni civili: perché non siam contente?

unioni civilidi Giorgia Serughetti e Maddalena Vianello

C’è un’Italia che gioisce per il sì del Senato al ddl Cirinnà che regola le unioni civili tra persone dello stesso sesso. È una gioia che rispettiamo, che capiamo e in parte condividiamo. Oggi c’è qualcosa che prima non c’era, uno strumento che per la prima volta riconosce gay e lesbiche come cittadini e cittadine titolari del diritto di scegliere chi amare, con chi trascorrere la propria vita, di ricevere dallo stato – in quanto coppia – essenzialmente la stessa protezione accordata all’unione matrimoniale tra persone di sesso diverso. Gli stessi diritti in materia patrimoniale, previdenziale, assicurativa, ereditaria, migratoria ecc., anche se questo avviene mediante un istituto differenziale: non di famiglia si parla infatti, ma di “formazione sociale specifica”, non di matrimonio, ma di unione tra persone dello stesso sesso. Qualcosa di meno, dunque, ma pur sempre qualcosa. E allora perché per molte di noi la giornata di giovedì si è conclusa non con la voglia di festeggiare ma con un senso di frustrazione e impotenza?

La prima ragione è la cancellazione dell’articolo 5 del ddl con cui si estendeva anche ai genitori dello stesso sesso la possibilità di adottare il figlio del partner (l’ormai celebre stepchild adoption). Era davvero così importante? Crediamo di sì. Perché se è un passo essenziale riconoscere l’esistenza di legami tra adulti (orizzontali) come non solo leciti ma degni di tutela da parte del diritto, riconoscere i legami (verticali) di amore e responsabilità che legano i genitori ai figli è ciò che davvero permette di scardinare il modello unico, eteronormativo, di famiglia, ciò che ci consente di parlare di famiglie al plurale.

Era questa la posta in gioco: la possibilità di aprire, per tutte e tutti, nuovi orizzonti di vivibilità per le esistenze individuali, e di leggibilità e significanza per le diverse geometrie delle relazioni, anche tra genitori (che siano biologici o sociali) e figli. Queste relazioni, è bene ricordare, già esistono. Stepchild adoption significa adozione del figlio del partner, ma dovrebbe essere tradotta con adozione del proprio figlio, perché di quel bambino o bambina si è già genitori, indipendentemente dalla legge. L’incapacità della legge di riconoscere questo legame è il problema. E il fatto che si lasci aperta la strada del ricorso ai tribunali (dove la giurisprudenza prevalente applica già la disciplina prevista per l’adozione del figlio del partner a prescindere dall’orientamento sessuale dei genitori) non fa che trasferire sulla magistratura responsabilità che sono proprie della politica.

La seconda questione è il percorso che ha condotto a questo risultato. Il ddl Cirinnà ha innescato, nel bene e nel male, un dibattito pubblico importante. Siamo passati attraverso il Family Day, gli scontri nel mondo femminista e Lgbt sulla “maternità surrogata”, le discussioni sulle adozioni piene, le manifestazioni di “Sveglia Italia”, le strumentalizzazioni politiche, la mobilitazione degli intellettuali e degli artisti. Sono mesi che intorno a questo tema l’Italia si accalora e si muove. Abbiamo ascoltato frasi ignoranti e oscenità indegne di una democrazia – dal paragone di Giovanardi tra unioni omosessuali e rapporti uomo-cane, agli abusi dei concetti di “natura” e “contronatura”. Ma si è trattato di un dibattito (questo sì) “epocale”, lo specchio di un’epoca, capace di riflettere, interpretare, performare atteggiamenti e comportamenti della società italiana in fatto di sessualità e relazioni di genere. Come accadde con la Legge Merlin sulla prostituzione, l’aborto, il divorzio, la violenza sessuale. E qualcosa nel discorso pubblico si è spostato, l’accettazione sociale dalle famiglie omogenitoriali è avanzata, anche prima e indipendentemente dal passaggio parlamentare, grazie all’attenzione inedita che politica, società civile e media hanno dedicato a questa battaglia.

Era solo l’inizio, era un campo in cui si potevano fare ancora pressioni per soluzioni al rialzo, mostrare la forza delle alleanze che si sono tessute intorno a questo tema nella società. Ma non è andata così. Anche perché si è mancato “l’attimo fuggente”, quello in cui una più ampia convergenza, che includeva il M5S, sembrava possibile. Senza una maggioranza chiara in Senato, la decisione del governo di chiudere la partita con un voto di fiducia su un ddl dimidiato, che fosse o non fosse la strada obbligata in quella circostanza, ha gelato molti entusiasmi. Ci ha lasciato, da cittadine, la sensazione che si sia persa una grande occasione di fare meglio in un paese come il nostro che è già ampiamente fuori tempo massimo rispetto al resto dell’Europa. È come quando nel bel mezzo di un dibattito qualcuno spegne il microfono e le luci in sala, ponendo fine alla discussione. Quel che resta sono mezze vittorie, mezzi diritti.

Ci troviamo costrette a chiederci cosa ne pensino, se era questo il risultato che volevano le femministe che hanno fatto deflagrare la questione della maternità surrogata con la precisione di una bomba a orologeria nell’iter del ddl. E quelle che hanno sostenuto l’assioma “la stepchild adoption apre alla surrogacy”. Questa affermazione è una distorsione: il fatto che lo strumento dell’adozione del figlio del partner consenta il riconoscimento di figli nati da surrogacy non può essere capovolto in un nesso di causalità tra i due termini. Le coppie eterosessuali possono oggi godere di questo ed altri diritti, eppure sono la grande maggioranza di chi ricorre alla surrogacy. In gioco era invece, ed è, l’estensione degli stessi diritti alle famiglie omogenitoriali.

Si poteva fare di più, fin dall’inizio: introdurre le adozioni per tutti e tutte. Si è trovato spazio, invece, solo per una soluzione che già appariva un compromesso quando è stata concepita (come del resto l’intero ddl): la stepchild adoption. Eppure nemmeno quella, nemmeno uno strumento che andasse a riconoscere i legami già esistenti è riuscito a passare. Non ha torto chi ha parlato di “panico eterosessuale”. Lo stesso che ha generato l’abolizione dell’obbligo di fedeltà: una battaglia puramente simbolica (su un aspetto a cui tra l’altro siamo anche noi ben poco affezionate), ma tutta tesa a confermare la rappresentazione dei legami tra persone dello stesso sesso come incapaci di stabilità e durata.

Pensiamo se nel 1975 la riforma del diritto di famiglia si fosse limitata a riconoscere un’eguaglianza limitata tra i sessi, fermandosi sulla soglia di norme fondamentali come il passaggio dalla patria potestà alla responsabilità di entrambi i genitori. Sarebbe stato, sì, un primo passo, non certo però una delle tappe miliari per la storia delle donne in Italia. La legge sulle unioni civili sarà quindi un primo passo, ma certo non una pietra miliare, e solo un movimento infaticabile, che resti nell’insoddisfazione, potrà trasformarla nel punto di partenza per istanze più avanzate.

Rimane la rincuorante sensazione che buona parte di questo Paese sia permeato nella vita di tutti i giorni da storie, famiglie, figli poco rispondenti nei fatti a questa legge. Storie vicine, comuni, del tutto “naturali”. Storie che dimostrano che la vita anticipa la politica e la legislazione. E che, a lungo andare e con non poca fatica, piegherà con gentilezza la politica e le norme.

Annunci

Un pensiero su “Unioni civili: perché non siam contente?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...