Di madri, mostri e libertà. Un’altra parola femminista sulla maternità surrogata

di Giorgia Seru434x300ghetti

Nel nuovo numero della rivista Leggendaria, il tema di copertina intitolato “Mamme mie!”, che ho curato insieme ad Anna Maria Crispino, è dedicato alla “gestazione per altri” o “maternità surrogata”. Arriva, questo fascicolo, in giorni di alta tensione dentro e fuori il Parlamento intorno alla legge sulle Unioni civili. Giorni che seguono le Assise per l’abolizione della maternità surrogata di Parigi, convocate da associazioni femministe di vari paesi. E giorni in cui l’impegno verso la messa al bando universale dell’“utero in affitto” è stato presentato come la contropartita politica per il voto favorevole al ddl Cirinnà da parte dell’ala cattolica di Palazzo Madama.

Sui giornali si parla di “mamme usa e getta”, si mostrificano i genitori committenti, si riabilita il vecchio slogan sulle adozioni “comprare non è amare”. Negli ultimi tre mesi, dall’uscita dell’appello di Se non ora quando–Libere all’inizio di dicembre, il conflitto è scalato di intensità, dando luogo a episodi non proprio esemplari anche in campo femminista dove, nonostante i molti richiami al merito delle questioni, non si è riuscite a evitare il consolidamento di tifoserie contrapposte.

Tanto più opportuna mi pare quindi la tempistica di questa pubblicazione, che raccoglie scritti di pensatrici di varie età ed esperienze politiche e intellettuali, tutte intenzionate a respingere il diktat proibizionista che sta dominando il dibattito, riaprendo uno spazio per la riflessione femminista che non si lasci costringere nell’alternativa tra divieto assoluto e laissez-faire neoliberale. Tra di loro, oltre a me, anche un’altra autrice di Femministerie, Cecilia D’Elia, e poi Caterina Botti, Grazia Zuffa, Eleonora Cirant, Silvia Neonato. Propongo qui di seguito brevi estratti dai contributi raccolti.

Il numero sarà presentato a Milano il 25 febbraio, alle 18 alla Casa delle donne.

La rivista è disponibile in formato cartaceo e in pdf sul sito di Leggendaria.

***

Ci vuole un corpo femminile per venire al mondo, e non è un semplice e neutro contenitore. Questo corpo femminile generante è quello che prioritariamente va interrogato e ascoltato. È attorno a questa soggettività che si strutturano le diverse relazioni. Se questo non può ridurla a contraente in posizione di potere nel patto di surrogazione, neanche può sancire che ogni separazione sia riducibile a espropriazione e alienazione. […] La bussola a me sembra che continui ad essere questa. C’è un corpo generante essenziale e significante, anche quando è tramite del desiderio di maternità di altre donne, o di paternità di coppie di uomini. Attorno a questa soggettività andrebbero tessute le relazioni tra le diverse figure che partecipano alla nascita e alla cura del futuro bambina o bambino. (Cecilia D’Elia)

La critica al “diritto” al figlio è funzionale all’apertura del discorso pubblico sulle tecnologie, che richiede innanzitutto l’ascolto delle soggettività coinvolte e delle loro esperienze di vita. Non fosse altro che per favorire una rielaborazione sociale delle tecniche, propugnavamo, e continuiamo a proporre, una collocazione della legge “ai limiti” della scena procreativa. E questo è tanto più vero oggi, in cui molte pratiche si sono diffuse, ben aldilà della finalità terapeutica con cui le tecnologie si sono legittimate e ben oltre i limiti imposti dalle leggi. […] In questa luce, la proibizione è risposta sbagliata oltre che vana. Detto altrimenti: il limite ai diritti va di pari passo col limite al diritto, compreso, anzi in primis, al diritto penale. Al contrario, per le promotrici dell’appello, è il diritto penale a segnare il confine fra desiderio e diritto. Molto ci sarebbe da dire in generale circa quest’idea totalizzante del diritto penale, il cui compito sarebbe di discriminare fra valori e disvalori, e non di regolare/governare nel concreto i processi sociali. (Grazia Zuffa)

Ogni singola donna dovrebbe dunque poter accedere alle pratiche di riproduzione assistita, a tutte le pratiche, fecondazioni con “donazioni” incluse, e poter dare poi lei la definizione di quel suo atto in merito al suo voler essere riconosciuta o meno come la madre di chi nascerà e indicare chi possa, essendosi a ciò impegnato in precedenza, essere riconosciuto come padre di quel nato/a (se c’è), o anche eventualmente chi possa essere riconosciuta come la madre della creatura che nasce dal suo ventre (nello stesso modo in cui una donna può, nel nostro ordinamento, scegliere di non riconoscere un figlio/a concepito per via sessuale o in alcuni Stati, per esempio negli Usa, proporlo all’adozione mentre ancora lo fa crescere nel suo grembo). Con questo – venendo alla questione della maternità surrogata – sto chiaramente dicendo che in questo quadro non è inconcepibile per me riconoscere la possibilità di portare avanti una gravidanza per altre o altri e farlo, per le donne che lo fanno, da soggetti. Sto anche dicendo che evidentemente io non firmerei una richiesta di bando di queste pratiche, la cui possibilità di arricchire e rendere visibile la variabilità dell’umano mi pare evidente. Ciò detto, questo non chiude il discorso da fare sulla questione specifica della maternità surrogata. (Caterina Botti)

La prima bambina al mondo “figlia della provetta”, Louise Brown, è nata in Inghilterra nel 1978, quindi è pressoché coetanea di chi scrive. Non è forse sorprendente che per me e per una generazione di femministe più giovani il rapporto tra riproduzione e tecnologie si collochi in un orizzonte di relativa familiarità. Altrettanto familiare, a una generazione stretta nella morsa della crisi economica e presa nella riscrittura della maternità in biografie singole, secondo tempi e modalità sempre meno tradizionali, è l’insieme dei problemi da cui ha origine il ricorso alla surrogacy, nonché più in generale alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Parlo, ovviamente, dell’infertilità. (Giorgia Serughetti)

Più di tutto mi interessa che nessuna stia chiedendo aiuto per essere stata messa in catene contro la propria volontà, nel qual caso bisognerebbe attivarsi. Vorrei che tutti e tutte abbiano la possibilità di interrogarsi e, se cadono, di salvarsi. Insomma che tutte abbiano possibilità di scegliere. Contrasto l’idea che una scelta non sia libera se motivata da bisogni economici. Fare una scelta non è soltanto come stare davanti a un bivio, a un trivio o in una rotonda. Queste sono scelte per dilettanti. A noi intrepide della scelta e degli sport estremi piacciono sfide come quelle di una strada bloccata da un muro. Ci sono molte possibilità di scelta quando ci si trova davanti un muro, ad esempio: prenderlo a calci, cercare un piccone, sbatterci la testa contro, scavare un buco sotto, dipingerci sopra un trompe l’oeil, appoggiarvisi con la schiena e recitare mantra fino a raggiungere la buddhità, percorrerlo in lunghezza, volarci sopra, tornare indietro. Qualsiasi cosa farete il muro resterà muro ma voi sarete cambiate: scegliere è proprio la stessa cosa. (Eleonora Cirant)

Chi è passato attraverso le pratiche dell’adozione sa che la lunga trafila può essere dolorosa. Noi scegliemmo quasi trent’anni fa l’adozione nazionale e, come tutti, facemmo il percorso per essere dichiarati idonei. Solo se idoneo, dopo mesi di dialoghi singoli e di coppia e due visite in casa, venivi convocato con altre due, tre coppie al Tribunale dei minori, dove il giudice e lo psicologo spiegavano la storia del piccolo adottando. Siete disponibili a adottarlo? Se rispondevi seduta stante di sì, venivi messo in attesa per circa due ore. Poi l’invito a rientrare e se la tua coppia non era scelta, si restava disastrati, straniti, scossi. Tutto accadeva in così poco tempo, in cosa abbiamo sbagliato, cosa aveva l’altra coppia e noi no, forse è meglio che rinunciamo? (Silvia Neonato)

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2 pensieri su “Di madri, mostri e libertà. Un’altra parola femminista sulla maternità surrogata

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