L’universalità “relativa”: gestazioni, crimini e salute riproduttiva

surrogacydi Antonella Anselmo*

Paesi come il Regno Unito, il Canada e in parte gli Stati Uniti, dopo ampi dibattiti, hanno ammesso la surrogazione di maternità. Le leggi variano tra loro ma nella maggior parte dei casi l’Occidente legalizza la pratica se vi è la prova del “consenso consapevole e volontario” della gestante. Sono vietati gli abusi, le finalità commerciali e lo sfruttamento della donna. Fatti che purtroppo accadono frequentemente in altre parti del mondo, come in India o in Nepal, dove mancano specifiche normative. In gran parte dei Paesi Europei, tra cui l’Italia, il legislatore ha optato diversamente. La L.40/2004 punisce “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”. La pena è la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da 600.000 a un milione di euro (art.12, comma 6). Non risultano però casi nel nostro territorio in cui il reato sia stato effettivamente commesso e quindi punito.

Oggi a Parigi si riunisce presso il Parlamento francese l’Assise per l’abolizione universale della maternità surrogata. In Italia alcuni parlamentari cattolici hanno lanciato l’allarme nel corso del dibattuto sulle unioni civili, proponendo l’inasprimento delle sanzioni e la previsione della GPA (Gestazione per altri) come reato universale. La proposta consiste nel punire direttamente coloro che accedono alla genitorialità mediante tale pratica, anche se avvenuta in modo lecito all’estero. Diviene irrilevante il consenso volontario e consapevole della gestante.

Debbo notare che gli stessi parlamentari non assumono alcun impegno per rendere universale l’accesso alla salute riproduttiva e sessuale, concausa degli stati di sfruttamento riproduttivo delle donne. Eppure l’Agenda 2030 dell’ONU approvata il 25 settembre 2015 riconosce la salute riproduttiva e sessuale delle donne come cardine dello sviluppo sostenibile a livello globale. Spetta alla donna la scelta sulla sua salute, purché vi siano le condizioni concrete e i diritti. Il tema dello sfruttamento delle persone deve essere inquadrato nell’ambito di una redistribuzione effettiva delle risorse e di tutela dei diritti fondamentali su scala globale. In assenza di tale strategia il fenomeno continuerà a esistere, o forse si aggraverà. Allo sfruttamento sessuale si aggiungerà lo sfruttamento riproduttivo, reso possibile dalle applicazioni della biotecnologia.

La GPA è certamente un fenomeno che pone grandi questioni etiche, giuridiche e di giustizia: e proprio per questo non può essere banalizzata né semplificata. Occorre distinguere nettamente i casi in cui vi è prova di “consenso volontario e consapevole” dai casi di sfruttamento riproduttivo, i soli oggetto di repressione penale. E questi debbono essere accertati caso per caso. Altrimenti si rischia di punire generiche violazioni di valori dai confini mutevoli e incerti (dignità, limiti del corpo, fertilità naturale), con il rischio di pericolose sovrapposizioni di convinzioni etiche e religiose, non universali.

L’insufficiente precisazione della condotta che si vuol punire viola il principio di tassatività e determinatezza del reato imposto dall’art. 25 della Costituzione, principio cardine di uno Stato di diritto. La proposta di un reato universale che punisca uno status, la genitorialità, anche se acquisita all’estero in modo lecito, desta perplessità nella misura in cui prescinda dalla presenza della persona offesa. Il consenso consapevole e volontario della gestante esclude che ci sia la persona offesa. Sarebbe come voler punire qualcuno per omicidio volontario in assenza dell’evento morte.

Inoltre, la punizione per fatti avvenuti all’estero appare gravemente lesiva del principio di territorialità del diritto penale italiano, e comunque inappropriata la sua estensione nei casi non previsti dal diritto internazionale. Né sembra ragionevole equiparare la GPA, senza sfruttamento riproduttivo, ai reati internazionali. Questi ultimi sono principalmente i crimini contro l’umanità, quali il genocidio, la tortura, la riduzione in schiavitù, riconosciuti dall’intera comunità internazionale e già puniti da Tribunali Internazionali.

Credo che l’allarme verso la maternità surrogata, per risultare autentico e scevro da strumentalizzazioni, debba essere accompagnato da una speciale attenzione per l’accesso ai servizi di tutela della salute sessuale e riproduttiva delle donne, la cui negazione è fattore che genera discriminazione. In contrasto con l’indignazione verso la GPA, sono ben poche le reazioni registrate nei nostri cortili domestici verso l’esito del Gender Gap Report 2015, il Rapporto internazionale che registra la gravissima situazione di discriminazione e povertà delle donne nel mondo.

Occorre che la comunità internazionale si impegni a far uscire le donne dallo stato di minorità di kantiana memoria. Mi auguro che i Governi non si sostituiscano all’intelletto delle donne, con spirito paternalistico, ma garantiscano le condizioni per la libertà di scelta e contrastino ovunque discriminazioni e sfruttamento riproduttivo, come forma odiosa di violazione dei diritti fondamentali.

*Avvocata, fa parte del Consiglio direttivo della Rete per la Parità

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