Solo la Dea ci salverà

Dio_esiste_e_vive_a_Bruxelles_Pili_Groyne_foto_dal_film_2_middi Giorgia Serughetti

Mentre Junker e Renzi si scambiavano parole “maschie e virili”, e Sarri insultava Mancini, a colpi di “frocio”, “finocchio” e “vattelo a prendere nel c.” (a proposito, qual era la cultura che dovevamo insegnare ai selvaggi immigrati su donne e omosessuali?), io ho visto un film: Dio esiste e vive a Bruxelles di Jaco Van Dormael. Cosa c’entra? C’entra.

La pellicola del regista belga è una geniale rivisitazione della storia sacra che vede Dio, abbigliato alla Drugo de Il grande Lebowski, giocare con un personal computer anni ’90 da cui, ubriaco di whiskey, decide il buono e il cattivo tempo per le sue creature. Il figlio maschio di Dio, J. C., si è dileguato da tempo con la sua croce e contro la crudele tirannia del Padre l’unica speranza resta la figlia di dieci anni, Ea. Con la sua avventura sulla terra, alla scoperta di tristezze e fatiche degli esseri umani, la ragazzina divina non solo scriverà un “Nuovo-Nuovo Testamento”, ma determinerà la fine della legge del Padre e del suo corollario di distruzione, malvagità, sofferenza.

Del film si è parlato soprattutto in relazione al rapporto con la morte, dal momento che l’evento clou della storia è il dispetto che Ea fa a Dio quando, prima di scappare di casa, invia a tutti gli umani via sms le proprie date di decesso. Ma ciò che davvero accade con la ribellione di Ea e quel che ne discende è il rovesciamento di un ordine, il sovvertimento di una legge, di un dispositivo disciplinare che, diventa chiaro alla fine, è l’ordine che produce il genere.

Liberi dalla legge di Dio, con l’arrivo della Dea (della Madre), gli umani sperimentano inediti ruoli sessuali e nuove fisiologie della riproduzione, scoprono possibilità sconosciute di connessione con viventi non umani e di incontro con culture lontane. È la fine della paura, da cui ha origine ogni ingiustizia.

La bellezza del film è tutta nel racconto stralunato, quasi onirico, di questo viaggio messianico alla scoperta dell’umano, che non ha niente a che vedere – come è stato scritto – con un altro Meraviglioso mondo di Amélie. Ma se lo guardate con attenzione, è il manifesto per una rivoluzione.

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