Parliamo civile? Vedi alla voce “raptus”

Schermata 2015-05-12 alle 09.47.56Dopo l’aggressione sessuale contro una tassista avvenuta a Roma alcuni giorni fa, individuato il colpevole in un trentenne italiano, a molti giornali è sembrato più che normale titolare a tutto campo con il virgolettato dell’aggressore: “è stato un raptus”.

Parlare di “raptus di follia” è inadeguato in quasi tutti i contesti, ma utilizzarlo per i casi di violenza contro le donne serve a farne atti isolati, criminali e “disturbati” di un singolo, rimuovendo le radici culturali del problema.

Contro la patologizzazione della violenza sulle donne, che significa de-responsabilizzazione del colpevole, è importante imparare a usare le parole giuste. Se ne parla in Parlare civile, una guida online per il lavoro giornalistico pubblicata anche in un piccolo volume (Bruno Mondadori, 2013), a cura di Redattore Sociale.

Per un’analisi degli errori più comuni compiuti dal giornalismo nelle cronache delle violenze sulle donne vedi alla voce Delitto passionale.

Qui, per discutere di raptus, proponiamo un estratto dal capitolo Salute mentale del volume cartaceo:

La parola folle deriva dal latino follis “sacchetto di cuoio, borsa gonfia d’aria, mantice”, cioè indicava uno strumento che serviva a produrre un soffio d’aria. Da qui il folle ritenuto come qualcosa di vuoto che viene riempito d’aria. Se pensiamo all’automobile, è in “folle” quando gira a vuoto e nessuna marcia è stata ingranata. Ha assunto per traslato il significato di “testa vuota”. Folle è sinonimo di “pazzo, privo di senno, malato nelle funzioni mentali e abnorme per quanto riguarda gli atteggiamenti e i comportamenti che ne derivano; si dice comunemente di chi concepisce cose non vere o irrealizzabili”. Spesso di parla di raptus di follia, altro termine giunto a noi direttamente dal latino classico dove aveva il significato di “rapimento”, derivato di rapere “rapire”. Solitamente si dice “in preda a un raptus omicida” e ci si riferisce a un impulso improvviso e incontrollato che, in conseguenza di un grave stato di tensione, spinge a comportamenti occasionali, per lo più violenti (fuga, aggressione, suicidio, atti distruttivi, ecc.).

[…] “Il raptus è sempre di follia, mai di sanità – dice Massimo Cirri [psicologo e giornalista conduttore di Caterpillar su Radio 2]. L’insano gesto si usa molto. Il rischio del gesto di follia è che tutta la questione viene risolta in una patologizzazione. È un gesto crudele, cattivo: è proprio necessario ricondurlo alla dimensione di una sofferenza? Ci sono altri sofferenti che non includono questo nella loro sfera di comportamenti. Perché dici che è un depresso che ha ucciso la famiglia e non che è un medico, un ragioniere, un cinquantenne… Non si deve andare per automatismi che riproducono stereotipi, seppur nella necessità della concisione, dei titoli.” La quasi totalità delle persone con disturbo mentale non ha mai ucciso nessuno, né ha pensato di farlo. Al contrario molti dei delitti vengono compiuti dai cosiddetti sani di mente, basti pensare al femminicidio.

Spesso ricondurre un episodio gravissimo e inquietante a un “gesto di follia” risponde a una deresponsabilizzazione, come nel caso dell’uccisione di due senegalesi a Firenze […]. “Sono le parole usate per raccontarla che mi interessano – scriveva lo scrittore Gianni Biondillo su “l’Unità” il giorno dopo (…) C’è molto poco di ‘folle’ nel selezionare chi uccidere e chi no. Basta un semplice manuale di criminologia forense per saperlo: lo squilibrato spara a casaccio, nella folla, indistintamente. Qui Casseri ha scelto su base etnica le sue vit-ime. Sapeva esattamente cosa voleva dire al mondo.” Patologizzare serve a dire “a noi non può succedere”, o in questo caso “Firenze non è razzista”.

Anche per la strage di Utoya si è a lungo discusso della supposta “pazzia” di Anders Breivik, dichiarato poi “sano di mente” dal tribunale che l’ha condannato. Si è trattato in quel caso di un atto motivato da un’ideologia ben precisa, di estrema destra, e il massacro di tanti adolescenti è stato un attacco terroristico a tutti gli effetti. Il problema è che un terrorista bianco, biondo e fondamentalista cristiano che rivolge la violenza verso altri giovani norvegesi come lui, rompe tutti gli schemi e i cliché del terrorista islamico a cui il pubblico occidentale è abituato. Da qui deriva quasi la necessità di spiegare la natura demoniaca della normalità, collocando l’autore della strage dentro un altro schema più rassicurante, quello della follia. Questo risponde all’esigenza della società maggioritaria di trovare una spiegazione plausibile e nota, ma allo stesso tempo impone e rafforza lo stigma sulle persone con disturbo mentale, viste come “mostri pericolosi”.

Prendiamo un altro esempio, Uccide moglie e figlia disabile dopo il raptus. Ma l’uomo, un pensionato, aveva pensato a tutto prima di uccidere: ha lasciato i soldi per il funerale chiusi in una busta. Le ha colpite mentre dormivano con un martello, poi le ha accoltellate per essere certo della loro morte e infine si è costituito dicendo di averle massacrate per aver pensato: “Quando io sarò morto, cosa ne sarà di mia figlia e di mia mo- glie?”. Il duplice delitto è stato quindi pianificato a lungo e non ha nulla a che vedere con un impulso improvviso, come un raptus.

[…] Raptus. Gesto di follia. Esplosione improvvisa e incontrollabile. Sono spiegazioni pronte e false, perché la follia è parte di noi, della nostra vita, come diceva Franco Basaglia. “È una produzione della normalità, sono degenerazioni di meccanismi normali – conclude Attenasio [direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Asl Roma C, presidente nazionale di Psichiatria Democratica]. Questa è la cosa difficile da accettare perché la paura del diverso, dell’altro che è in tutti noi, diventa qualcosa da mettere fuori da noi. Possiamo esorcizzare il male se lo allontaniamo. Non possiamo farle nostre queste cose. Non è un caso se i manicomi erano fuori dalle città, lontani”.

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